18:51 29 Novembre 2020
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Seppure la battaglia legale sui risultati delle presidenziali americane non si sia ancora conclusa e siano anzi probabili strascichi ulteriori nei prossimi giorni, l’avvicinarsi di Joe Biden alla Casa Bianca sta già contribuendo alla crescita delle tensioni interne al sistema politico italiano.

La circostanza merita di essere segnalata ed analizzata. Per quanto l’Italia sia uno Stato sovrano, è pur sempre una media potenza che risente di quanto capita nel mondo esterno e soprattutto nel paese leader dell’Occidente.

Circoscrivendo l’analisi al passato recente, al periodo che per convenienza definiamo della “Seconda Repubblica”, alcuni dati balzano all’occhio.

Dal 1994 ad oggi, l’Italia è stata governata per ben 16 anni da governi politici o tecnici di centro-sinistra, per poco meno di nove dal centro-destra e negli ultimi due da maggioranze inedite, espressione rispettivamente di una saldatura tra forze populiste e sovraniste e poi di un’alleanza tra il polo riformista e il Movimento Cinque Stelle.

Nello stesso intervallo di tempo, appena superiore al quarto di secolo, la Presidenza degli Stati Uniti è stata per 14 anni nelle mani di esponenti del Partito Democratico e per 12 in quelle di personalità appartenenti ai rivali Repubblicani, inclusi i quattro che stanno terminando, durante i quali è stato alla Casa Bianca Donald Trump, una figura del tutto atipica nel panorama della politica americana.

Se si scende nel dettaglio, emergono delle correlazioni rilevanti. Tra il 1994 ed il 2001, ad esempio, con il democratico Bill Clinton alla guida degli Stati Uniti, l’Italia venne governata per qualche mese dal centro-destra e quindi continuativamente per oltre sei anni da tecnici o politici di area moderata e progressista.

Allo stesso modo, l’inizio del mandato di George Walker Bush alla Casa Bianca il 20 gennaio 2001 precedette soltanto di pochi mesi il ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, poi battuto nel 2006 e ritornato al potere meno di due anni dopo, quando nello Studio Ovale si trovava ancora il Presidente repubblicano delle due guerre in Afghanistan ed all’Iraq, seppure ormai nello scorcio finale del suo secondo mandato.

A dispetto della conquista di una maggioranza fortissima, Berlusconi non riuscirà però a rimanere in sella per più di tre anni, sullo sfondo di tensioni senza precedenti tra l’Italia e il suo maggiore alleato d’Oltreoceano, nel frattempo dal 20 gennaio 2009 nuovamente sotto la guida di un Presidente democratico.

Gli otto anni di Barack Obama corrisponderanno in effetti a meno di tre anni di governo del centro-destra e a quasi sei di dominio del centro-sinistra a Roma, questi ultimi inaugurati significativamente da un esecutivo tecnico del quale erano stati chiamati a far parte, in qualità di Ministri degli Esteri e della Difesa, rispettivamente, l’ambasciatore di Roma a Washington e il Chairman del Comitato militare della Nato in carica.

Rispetto a questo andazzo, l’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha coinciso con una fase di attenuazione della pressione statunitense sulle istituzioni politiche italiane, della quale è stato espressione l’insediarsi a Roma di due governi anomali, con una forte componente populista al proprio interno, che hanno potuto condurre l’Italia nelle “vie della seta” cinesi senza che il premier Giuseppe Conte ne risentisse minimamente.

Alla luce di queste oscillazioni, non è strano che il ritorno al potere negli Usa di un politico più tradizionale stia inducendo nei maggiori partiti del Bel Paese l’avvio di una riflessione sulle implicazioni del voto americano.

A nessuno è sfuggita l’asprezza della contrapposizione registratasi negli Stati Uniti e molti ritengono probabile una vasta azione di “ripulitura” da parte dei vincitori nei confronti dei vinti e di coloro che vi si sono ispirati nel resto del mondo.

Così l’immobile politica italiana sta iniziando a premunirsi. Si sono già registrate varie iniziative: alcune direttamente volte a modificare la composizione della maggioranza al potere, altre più immediatamente orientate ad incidere sulla direzione di marcia dei maggiori partiti.

Tra le prime si segnala soprattutto il tentativo di Silvio Berlusconi di contribuire alla realizzazione di una base più ampia a sostegno del Governo: un’apertura cui ha guardato con interesse una parte del Pd, ma che ha incontrato la netta opposizione di Luigi Di Maio.

Non è però escluso che la reazione dell’attuale Ministro degli Esteri italiano possa essere stata interlocutoria. Di Maio sta infatti cercando a sua volta di pilotare una svolta moderata all’interno del suo partito, il Movimento Cinque Stelle, ma non è ancora forte quanto gli servirebbe per imporre ai suoi militanti un passaggio tanto delicato come la riconciliazione con un avversario storico dei pentastellati.

Ciò che conta è che il sasso sia stato lanciato nello stagno. Della mossa di Berlusconi ha risentito anche la fragile coesione del centro-destra, che sta sfilacciandosi. La corsa verso il centro coinvolge persino i Fratelli d’Italia, che Giorgia Meloni ha ricondotto alla grande famiglia del conservatorismo europeo, ma che certamente non possono attendersi alcuna particolare benevolenza dai Democratici americani.

Persino una parte della Lega sta provando a rientrare in gioco: lo dimostra la sortita fatta da Giancarlo Giorgetti in favore della riconferma al Quirinale dell’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Questi fermenti evidenziano, al di là e al di sotto delle rivalità personali che pure ci sono e contano molto, una realtà ormai difficilmente ignorabile.

La spinta a correre verso gli estremi dello spettro politico italiano viene ora contrastata da chi ritiene più utile tornare a guardare verso il centro, con il risultato di enfatizzare fratture vecchie e più recenti, rendendo più concreta l’ipotesi di scissioni e successive ricomposizioni, che favorirebbero il cambio della maggioranza che governa il paese.

L’entrata di Biden alla Casa Bianca ha suscitato la diffusa aspettativa di novità nel modo in cui gli Stati Uniti si rapportano alla politica interna italiana.

Mentre si era compreso come per Trump non esistessero interlocutori illegittimi, il nuovo Presidente potrebbe far valere delle esclusioni. E nessuna forza politica interessata ad assumere un ruolo di più alto profilo in Italia potrebbe facilmente ignorare l’aperta ostilità di un’America che la ritenesse impresentabile.

Ecco perché la corsa al restyling accelera. Ne risentirà fatalmente anche la qualità dei rapporti con la Russia, che subiranno un ulteriore raffreddamento politico, anche se si farà il possibile per tutelare gli interessi economici che li circondano.

È solo questione di tempo. Non appena il Covid-19 allenterà la sua presa, il ghiacciaio che ha inglobato la politica italiana si scioglierà. Vedremo allora quanto profondamente cambieranno gli attuali equilibri politici.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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