03:25 03 Dicembre 2020
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Lo scontro politico in atto negli Stati Uniti non accenna a smorzarsi.

Anzi prosegue e dalle televisioni si sta spostando nelle corti e nelle piazze: Trump, infatti, non soltanto continua a rifiutarsi di riconoscere la vittoria dell’avversario, ma investe risorse supplementari nelle cause legali che intende intentare per ritardare la formalizzazione dei risultati a lui sfavorevoli. E nel frattempo a Washington sono sfilati i suoi sostenitori.

Si è trattato di decine di migliaia di persone, forse anche di più, seppure quasi certamente non il milione di cui parla la comunicazione del Presidente uscente: ma il risultato è stato comunque notevole, in quanto attestazione di un livello di consenso ancora alto per il tycoon e di una sua capacità di mobilitazione non indifferente.

Quanto è successo non ha precedenti nella storia politica recente degli Stati Uniti. Mai era infatti accaduto che si manifestasse in favore di un candidato battuto alle presidenziali e men che mai di un Presidente in carica sconfitto. Tanto Jimmy Carter nel 1980 quanto George H.W. Bush nel 1992 uscirono silenziosamente di scena.

L’eccezionalità della situazione è una conferma della profondità della lacerazione che si è creata all’interno degli Stati Uniti e delle grandi difficoltà che il President-ElectJoe Biden incontrerà nel tentare di ricucirla.

Vale la pena di interrogarsi sulle ragioni che stanno motivando Trump a resistere nel modo caparbio che vediamo. Non vi è dubbio che sull’atteggiamento del Presidente uscente incidano delle componenti caratteriali e psicologiche importanti. Trump viene da anni difficili, contrassegnati da attacchi di ogni genere, ed ha affrontato una campagna elettorale durissima: è più che naturale che stia cercando una via d’uscita che gli consenta di apparire non vinto, seppure sia stato sconfitto.

Per quanto sicuramente molto umorale, Trump è tuttavia anche un politico razionale ed è quindi ragionevole supporre che il suo attuale comportamento rifletta anche una strategia e degli obiettivi diversi e di varia portata, che vengono perseguiti contestualmente,per accrescere la probabilità di conseguirne almeno qualcuno.

La cosa più ovvia è che Trump non voglia uscire di scena. Ha verosimilmente capito di non essere in grado di capovolgere l’esito del voto, ma mantenendo alta la pressione può ancora dimostrare la propria forza residua non soltanto al partito che ha vinto le presidenziali, ma anche ai repubblicani, per assumerne la guida non appena si troverà fuori dalla Casa Bianca.

Il grande numero di voti ottenuti il 3 novembre rende del resto Trump indispensabile al proprio partito, che ha bisogno di rimanere mobilitato in vista del voto con il quale la Georgia può decidere il prossimo 5 gennaio gli equilibri del Senato, tuttora in bilico.

Ma il tycoon potrà essere utile ai repubblicani anche più in là, quando tra due anni gli elettori saranno chiamati a rinnovare un terzo dei componenti della loro Camera alta: alcuni analisti non escludono, a questo proposito, neppure l’ipotesi che il Presidente uscente possa scegliere di provare a conquistare un seggio per sé, per condurre l’opposizione a Biden da dentro il Congresso.

Sono scenari da parlamentarismo europeo, del tutto inimmaginabili negli Stati Uniti fino a ieri, come tante altre cose, ed ora invece ormai possibili.

Sembra invece improbabile che Trump possa davvero ricandidarsi alla Presidenza nel 2024 con qualche speranza di successo. Alla velocità con la quale gli eventi si succedono e gli scenari si modificano, di qui a quattro anni il mondo e lo stesso Trump potranno essere talmente diversi da far apparire il tycoon del tutto inadeguato ad interpretare le esigenze politiche del momento.

Il Presidente uscente si sta quindi muovendo entro un orizzonte più limitato, che va dalle prossime sei settimane ai due anni, poco importa che prefiguri per sé una corsa nel 2024.

La volontà di Trump di restare coinvolto nella vita politica degli Stati Uniti, come Presidente-Ombra, è naturalmente un fatto nuovo, suscettibile di modificare almeno in parte alcune regole non scritte della politica americana, cosa cui il tycoon ha peraltro già abituato.

I margini d’azione di cui potrà disporre non dipenderanno soltanto da quanto il Presidente uscente riuscirà a fare una volta fuori dalla Casa Bianca, ma anche dagli sviluppi della situazione interna ed esterna agli Stati Uniti.

Il coinvolgimento in un conflitto impopolare, una gestione poco felice della ripresa post-Covid 19 e l’eventuale fallimento di Joe Biden nel contenimento della Cina potrebbero agevolare Trump, che cercherà comunque di creare altri fatti compiuti nel periodo che gli resta da trascorrere nello Studio Ovale.

Il ricambio ai vertici del Pentagono potrebbe preludere ad esempio all’emanazione di executive orders per il rimpatrio di consistenti quantitativi di truppe americane dispiegate in Afghanistan e Medio Oriente. Se ne parla con crescente insistenza.

Altre misure potrebbero tendere all’imposizione di nuove sanzioni all’Iran ed all’inasprimento del contenzioso commerciale con la Cina, in modo tale da rendere più lungo, oneroso e complesso a Biden lo smantellamento delle politiche trumpiane dei trascorsi quattro anni.

È appena il caso di sottolineare come la dilazione del riconoscimento della vittoria di Biden possa servire a Trump anche a rendere politicamente più incisive le sue ultime decisioni, mitigandone la debolezza conseguente al fatto di discendere da un leader che è ormai un’anatra zoppa.

Merita inoltra di essere evidenziato come, mentre l’America si trova nella transition più complessa che si sia registrata in tempi recenti tra due amministrazioni di colore politico diverso, la Repubblica Popolare Cinese abbia improvvisamente messo a segno un grande successo diplomatico, dando vita ad una grande area di libero scambio nel Pacifico che comprende anche solidi alleati degli Stati Uniti, come Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda.

È significativo che uno sviluppo del genere si sia verificato proprio nello scorcio conclusivo del mandato di Trump alla Casa Bianca, in quanto prova la grande debolezza attuale degli Stati Uniti nei confronti di Pechino. Dazi e tariffe non hanno piegato i cinesi anche perché nessun loro vicino se l’è sentita di ridimensionare le proprie relazioni commerciali con la Repubblica Popolare.

Da questo dato – America Alone, almeno nel Pacifico - dovrà partire anche Biden, che d’altra parte ha già fatto sapere di essere contrario alla prosecuzione delle guerre commerciali.

La sensazione è che gli Stati Uniti si avviino ad accettare l’idea di un condominio nella gestione geopolitica del pianeta. Non per proprio convincimento interiore, ovviamente, ma perché costretti ad accettare questo sviluppo dall’evoluzione a loro sfavorevole dei rapporti di forza mondiali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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