04:09 29 Novembre 2020
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Il voto americano non ha ancora un esito ufficialmente accettato: i grandi media statunitensi hanno però raggiunto un consenso circa il fatto che il candidato democratico Joe Biden abbia conquistato il numero di grandi elettori necessari ad aggiudicarsi la Casa Bianca e lo hanno improvvisamente incoronato “President-Elect”.

La circostanza ha sorpreso lo stesso Donald Trump, che si trovava su un campo da golf, apparentemente del tutto ignaro di quanto stava accadendo, mentre Rudy Giuliani, uno degli uomini incaricati dal tycoon di istruire e condurre la battaglia legale per i riconteggi delle schede, era impegnato in una conferenza stampa convocata per illustrare quanto la squadra del Presidente uscente aveva in animo di fare.

Va sottolineato come quella di President-Elect sia una condizione in effetti molto particolare, dal momento che permette a chi ne sia investito di iniziare a godere di alcune delle prerogative di cui dispone il Capo dello Stato americano mentre la responsabilità ultima della guida del paese rimane nelle mani del predecessore.

Normalmente, il passaggio dallo status di candidato a quello di President-Elect passa per il riconoscimento della sconfitta da parte dell’avversario. Ma al 10 novembre questa circostanza non risultava ancora verificata.

Trump, al contrario, pare ancora intenzionato a resistere e risulta incoraggiato a farlo da diversi pesi massimi del proprio partito – come Mitch McConnell, Ted Cruz e Lindsay Graham - che probabilmente desiderano mantenere alta la pressione anche per portare alle urne quanti più simpatizzanti possibile il prossimo 5 gennaio, quando in Georgia si deciderà con un’elezione suppletiva il destino dell’intero Senato americano, ancora in bilico.

Ciò nonostante, l’annuncio simultaneo e coordinato da parte delle maggiori televisioni nazionali americane – uno strappo a tutti gli effetti - è stato sufficiente a produrre una serie di conseguenze che paiono al momento difficilmente reversibili anche se dovessero emergere irregolarità e qualche ricorso repubblicano risultasse fondato.

Si sono registrate manifestazioni di giubilo, mentre il cosiddetto “popolo di Trump” è rimasto in composto silenzio, invece di darsi alle devastazioni che alcuni osservatori avevano ritenuto inevitabili in caso di sconfitta del Presidente uscente. Più importante ancora è la gran mole di lettere di congratulazioni che Joe Biden ha ricevuto dai Capi di Stato stranieri.

L’andamento dello spoglio delle schede merita peraltro un approfondimento. Era noto fin dalla vigilia il fatto che l’alto numero di voti espressi anticipatamente per posta avrebbe comportato delle anomalie nell’accreditamento dei consensi.

Sarebbero stati infatti scrutinati prima i voti degli elettori recatisi ai seggi il 3 novembre e poi, mano a mano, tutti gli altri. E va ricordato come un buon numero di schede spedite per posta fossero state votate in fasi della campagna elettorale in cui Trump era in pesante ritardo in tutti i sondaggi.

In pratica, nell’Election Day si è visto il livello di consenso raggiunto dal Presidente uscente al momento della fine della rincorsa, mentre il dato postale affiorato successivamente ha restituito un’immagine della situazione prevalente nel mese di ottobre.

È soprattutto per questo motivo che l’onda rossa (in America è rosso il colore che identifica i conservatori, mentre il blu è quello dei progressisti) è emersa nel corso dello spoglio prima di quella opposta e contraria dei democratici.

Naturalmente, questo non esclude che possano esserci state irregolarità e brogli. Ve ne sono, in misura maggiore o minore, in ogni consultazione elettorale in cui si scontrino interessi pesanti, ma di solito tendono a compensarsi tra le opposte fazioni.

Al momento, malgrado non manchino le segnalazioni di abusi, come quelle concernenti l’allontanamento degli osservatori del partito repubblicano da alcuni seggi, non sembra plausibile una manipolazione delle schede di entità tale da poter rimettere in discussione l’elezione di Biden.

È anche per questo motivo che il team dei legali che assistono il Presidente uscente sembra scommettere soprattutto sulla contestazione della costituzionalità delle modalità con cui alcuni Stati hanno ammesso al computo dei voti le schede inviate per posta, bypassando le proprie assemblee parlamentari.

A prescindere da questi sviluppi, ciò che colpisce maggiormente di quanto si è visto finora è la forza dello schieramento che è stato messo in campo contro Trump. Mai, forse, come questa volta i media hanno fatto la differenza, dopo l’infortunio del 2016.

Si sono mossi anche i giganti del web, che sono riusciti ad obliterare agli occhi di una parte cospicua dell’elettorato americano persino l’oscura vicenda legata alle email di Hunter Biden, attuando un’opera di censura estesa e sistematica cui sono sfuggiti davvero pochi account.

Anche quattro anni fa, Trump aveva avuto problemi con le televisioni e la grande stampa delle due coste americane, ma aveva compensato con i social. Adesso non ha potuto farlo. Si tratta di un fatto nuovo, di cui hanno avuto cognizione diretta tutti coloro che abitualmente si aggiornano ricorrendo a piattaforme come Twitter o Facebook.

Non era mai neanche accaduto che un Presidente americano in carica si vedesse interrompere una conferenza stampa in diretta perché ritenuta sorgente di informazioni false e tendenziose.

Per quanto la battaglia di Trump prosegua, al momento la correlazione delle forze sembra quindi a lui alquanto sfavorevole, malgrado la sua campagna elettorale sia stata condotta brillantemente, permettendogli di ridurre lo scarto che lo separava dal contendente e consentendo al proprio partito anche di ottenere successi inattesi nelle corse che riguardavano i due rami del Congresso.

Mentre si osserva quanto accade nei singoli Stati più o meno ancora contesi, o di cui si cerca di rimettere in discussione il verdetto, è pertanto opportuno iniziare a concentrare l’attenzione su quanto Biden intenderà fare.

Una novità è già evidente. Il President-Elect ha infatti fatto conoscere la propria intenzione di porre fine alle guerre commerciali, in quanto danneggiano tutti, Stati Uniti inclusi.

L’annuncio ha generato un certo entusiasmo in Europa, dove si spera che vengano meno le misure adottate contro Airbus, peraltro discese da un pronunciamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e certamente non è riuscito sgradito a Pechino.

Nel frattempo, Kamala Harris ha inoltre accennato ad un rinnovato impegno americano a sostegno dei palestinesi.

Si sapeva, anche se si tendeva a non evidenziarlo, come negli Stati Uniti si stessero confrontando due visioni del mondo.

La nuova amministrazione non è neanche in carica e già due pilastri dell’azione internazionale del Presidente Trump sono stati in qualche modo messi in dubbio.

Importanti stakeholders alle spalle di Biden scalpitano: vogliono riprendere a fare affari con la Repubblica Popolare Cinese. E spinge in questa direzione anche la Silicon Valley, cui ben difficilmente il ticket uscito vincitore dal voto del 3 novembre potrà dire di no.

Più ideologico, invece, pare l’attacco indiretto agli accordi di Abramo, implicito nella nuova apertura fatta dalla Harris ad Abu Mazen.

Molto verosimilmente, non siamo in presenza soltanto del tentativo di disfare l’opera del Presidente che aveva a sua volta quasi completamente cancellato le politiche del suo predecessore Obama.

Sono piuttosto all’opera forze profonde, che dividono l’America e ne orientano le parti in direzioni sempre più divergenti. Ben difficilmente, Biden riuscirà a riunificarle.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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