19:01 29 Novembre 2020
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Tensione nel Nagorno-Karabakh (123)
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Dietro la vittoria azera non c’è solo la superiorità militare garantita dalla discesa in campo dell’alleato turco, ma anche l’utopia di un premier come Pashinyan convinto di poter contare sul sostegno di Ue e Stati Uniti. Un’illusione che in poco più di un mese ha cancellato un sogno indipendentista lungo 26 anni.

Peggio di così non poteva andare. In poco più di un mese l’Armenia del premier Nikol Pashinyan ha perso la guerra non dichiarata contro l’asse turco-azero, ha dovuto rinunciare dopo 26 anni al sogno del Nagorno-Karabakh e ha firmato una resa infamante che sancirà, a breve, la fine dello stesso premier e del suo governo. Tutta colpa della soverchiante superiorità militare conseguita dall’Azerbajan grazie all’alleato turco? Tutta colpa di una Russia rimasta a guardare invece di proteggere i cristiani armeni?

Alla luce di quanto visto lunedì notte quando una folla infuriata ha dato l’assalto alla residenza del premier e cercato di linciare il presidente del Parlamento Ararat Mirzoyan molti armeni sembrano credere ad una disfatta figlia della miopia politico-militare dei propri leader. Partiamo dal contesto strategico. Fin dall’inizio è apparso chiaro che la guerra apertasi a fine settembre sarebbe stata molto più complessa delle scaramuccce affrontate nell’aprile 2016. E assai più costosa in termini di vite umane. Chi scrive a metà ottobre ha trascorso due settimane tra Stepanakert e le prime linee del conflitto. In quel contesto il dato più evidente era il pesante squilibrio strategico determinato dall’entrata in scena dei droni e dei missili turchi.

Grazie alla loro capacità di colpire colonne di rifornimenti e soldati diretti al fronte i droni hanno reso inutili e desuete le trincee, così simili a quelle della prima guerra mondiale, con cui gli armeni s’illudevano di poter continuare a difendere la loro enclave. L’entrata in scena degli aerei senza pilota turchi oltre a provocare un numero elevatissimo di perdite - probabilmente molto superiore ai circa 1500 caduti dichiarati ufficialmente fin qui dal Stepanakert - ha contribuito a demoralizzare i combattenti armeni consapevoli di affrontare un sacrificio inutile e assolutamente sproporzionato. Anche perché alla minaccia dei droni s’è aggiunta la precisione senza precedenti raggiunta da artiglieria e missili azeri grazie ai dispositivi di guida elettronica messi a disposizione da Ankara.

In pratica sin dai primi giorni di guerra qualsiasi villaggio, qualsiasi città, qualsiasi quartier generale armeno si è ritrovato alla mercé del nemico. E a rendere più drammatica la situazione di palese inferiorità militare ha contribuito l’isolamento internazionale. La cosiddetta “rivoluzione” adottata da Pashinyan e dei suoi dopo il 2018 puntava ad introdurre un modello neoliberale sul fronte interno e d’abbandonare l’ombrello protettivo garantito da Mosca per affidarsi, invece, ad una politica di avvicinamento a Unione Europea e Stati Uniti. Alla resa dei conti la svolta si è rivelata, fallimentare. Nel momento del bisogno l’Unione Europea ha esibito una lontananza e un disinteresse senza precedenti. Attendersi forme di aiuto militare da parte della Ue era ovviamente mera utopia, ma di certo nessuno a Erevan si attendeva una simile latitanza sul fronte politico e diplomatico.

Invece nonostante il palese squilibrio determinato dalla discesa in campo di Ankara l’Unione si è ben guardata dall’esercitare qualsiasi azione negoziale. E le sue nazioni guida sono state tra le prime a non stimolare la congenita inerzia dei Ventisette. La Germania si è ancora una volta ben guardata dal disturbare Ankara. Emmanuel Macron minacciato contemporaneamente dal terrorismo interno, dalla pressione dell’Islam separatista e dal contagio pandemico si è ben guardato dal trasformare la questione armena in un altro terreno di scontro aperto con la Turchia di Erdogan. E dall’altra parte dell’Atlantico non sono certo arrivati sostegni maggiormente degni di nota. Paralizzati dall’effetto Presidenziali gli Stati Uniti non sono riusciti ad offrire a Pashinyan nulla di più di una mediazione di facciata la cui durata non ha superato quella del cessate il fuoco concordato a Washington e naufragato dopo poche ore. 

E a rendere assolutamente pernicioso uno scenario politico-militare già critico ha contribuito la miopia di un Pashinyan incapace non solo di comprendere la propria inferiorità e il proprio isolamento, ma anche di decifrare gli obbiettivi turchi. Sin dal fallimento del primo cessate il fuoco concordato a Mosca il 10 ottobre scorso - era evidente l’aspirazione di Ankara a giocare un ruolo non solo militare, ma anche negoziale. Il tutto per arrivare ad una soluzione decisa, come nel modello siriano dalla contemporanea presenza sul terreno di truppe turche e truppe russe. In questo contesto invece d’invocare una più ampia dimensione negoziale capace di coinvolgere la recalcitrante Europa o l’assonnata America Pashinyan si è lasciato trascinare nell’abisso di un confronto assolutamente svantaggioso e privo di prospettive sia sul piano militare che negoziale. Fino quando l’entrata delle truppe azere nella città simbolo di Sushi e la prospettiva di veder capitolare a breve anche Stepanakert, capitale amministrativa della cosiddetta Repubblica di Artsakh, ha spinto il premier a firmare una resa senza condizioni.

Una resa che oltre a sancire l’illusione di chi prometteva di cambiare il paese, condanna Erevan ad una pericolosa vulnerabilità territoriale e segna la fine del sogno armeno in Nagorno-Karabakh.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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