18:26 29 Novembre 2020
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Dietro i due ultimi attentati di Nizza e Vienna la nuova strategia del terrore islamista. Usare i migranti e le loro rotte per stringere in una morsa l’Europa e mantenere i collegamenti tra l’Islam separatista - già radicato nei nostri paesi - con i gruppi armati attivi in Medio Oriente e nel Nord Africa.

Per ora non ha una dimensione territoriale. E si basa su una costruzione puramente strategica e virtuale. Ma per noi europei è ben più pericoloso e minaccioso del Califfato fondato dal defunto Abu Bakr Al Baghdadi. Il nuovo progetto strategico ed operativo del terrorismo islamista punta a coinvolgere le frange più estreme delle comunità musulmane in Europa e garantirne il collegamento - attraverso le rotte dei migranti - con i gruppi dell’Islam armato di Medio Oriente e Nord Africa.

Le linee guida della nuova strategia emergono dall’analisi degli attentati che hanno colpito prima Nizza e poi Vienna. In entrambe le operazioni le vie seguite dai clandestini giocano un ruolo cruciale. Nella prima è la rotta del canale di Sicilia a garantire l’approdo a Lampedusa del decapitatore Aouissaoui Bahrain risalito verso Nizza grazie anche allo scarso impegno delle autorità italiane nel fermare i migranti. Nell’attentato di Vienna, rivendicato dall’Isis* e messo a segno dal macedone di origini albanesi Kujtim Fazelai, è invece la rotta balcanica a giocare un ruolo cruciale.

Se trasferite su una carta geografica le due vie appaiono come le leve di una morsa pronta schiacciare non solo Austria e Francia, ma l’intera Europa. I due punti di pressione non sono casuali. La Francia doppiamente colpita - prima con la decapitazione del professore Samuel Paty e poi con la strage nella chiesa di Nizza - non è certo un obbiettivo casuale.

Con l’avvio del processo per il massacro della redazione di Charlie Hebdo si è aperto uno scontro frontale con il cosiddetto “Islam separatista”. La definizione non è un’invenzione del presidente Emmanuel Macron. Come dimostrano sondaggi e inchieste condotte in Francia e nel resto d’Europa, all’interno delle varie comunità islamica sono attive minoranze sempre pronte a rivendicare la preminenza delle leggi del Corano su quelle dello Stato.

Non tutti gli esponenti di quelle minoranze, quantificabile in un fisiologico quanto ricorrente 30 per cento, possono esser qualificati come violenti, criminali o terroristi, ma di certo contribuiscono a formare l’“humus” culturale e ideologico in cui crescono e operano militanti radicali e lupi solitari. In prima fila tra le organizzazioni che contano più proseliti all’interno di queste comunità vi è la Fratellanza Musulmana, la grande confraternita islamica, paladina dell’Islam politico, appoggiata e finanziata da Turchia e Qatar.

Ed infatti i violenti attacchi di Recep Tayyp Erdogan a un Macron colpevole di denunciare l’“Islam separatista” e difendere le vignette anti Maometto sono stati interpretati da molti francesi come un chiaro invito a colpire il loro paese. Un sospetto amplificato dalle ambiguità di una Turchia che in passato si è ben guardata dal fermare i circa 5mila islamisti europei che assieme a trentamila, provenienti dal resto del mondo, sono transitati sui suoi territori prima di raggiungere la Siria e le zone dell’Isis. Per non contare le milizie jihadiste arruolate in Siria e usate come truppe mercenarie per le campagne contro i curdi o per l’appoggio agli alleati di Tripoli in Libia o agli azeri nel Nagorno-Karabakh.

Al pari del fronte francese anche quello apertosi in Austria poco fa non è esente da influenze e ombre turche. La città sulle cui mura si arenò nel settembre 1683 il tentativo ottomano di penetrare in Europa è infatti la capitale di un’Austria che ospita oltre 600mila musulmani d’origine turca. Anche questi musulmani come quelli presenti in Francia non rappresentano, come dimostrano le cronache, una presenza facilmente integrabile né esente da condizionamenti esterni. Nel 2018 un’inchiesta delle autorità austriaca sulle moschee finanziate da Ankara mise fine all’indottrinamento forzato di decine di bambini musulmani educati ai precetti del fondamentalismo tra le mura di quei luoghi di culto.

In seguito all’inchiesta il governo del cancelliere Sebastian Kurz ordinò la chiusura di sette moschee finanziate dal Direttorato degli affari religiosi di Ankara. E nell’ambito della stessa indagine vennero inquisiti ed espulsi una quarantina di imam considerati sul libro paga della Turchia.

“In questo paese non c’è posto per società parallele, Islam politico e tendenze radicali”, spiegò il Cancelliere Sebastian Kurtz in una conferenza stampa tenuta subito dopo quei provvedimenti. Parole molto simili a quelle con cui Macron ha annunciato la sua crociata contro l’Islam radicale. Parole che anche in quel caso finirono per sollevare la minacciosa reazione di Ankara. “La decisione di chiudere sette moschee ed espellere degli imam è un riflesso dell’ondata islamofobica, razzista e discriminatoria di questo paese”, avvertì allora un portavoce ufficiale di Erdogan. Più o meno le stesse parole pronunciate dal presidente turco pochi giorni prima degli orrori di Nizza.

Ma oltre alle influenze della Turchia preoccupano anche le infiltrazioni jihadiste su una rotta balcanica che si snoda attraverso paesi come Macedonia, Kosovo e Bosnia Erzegovina. Anche in questo caso la rotta non è solo un canale di collegamento con l’Europa, ma una sorta di passaggio obbligato e assai ravvicinato attraverso le roccaforti europee del radicalismo islamista. Dal Kosovo, dalla Bosnia, ma anche da quella Macedonia patria d’origine dello stragista di Vienna sono partiti, tra il 2012 e il 2018, centinaia di militanti diretti verso la Siria. 

E molti di quelli sopravvissuti alla disfatta del Califfato stanno tornando alle loro terre d’origine. Terre dove possono contare sia sulla complicità di un tessuto radicale ancora diffuso, sia sugli arsenali rimasti intatti dopo la fine delle guerre balcaniche. Complicità e arsenali che, come sospettano gli inquirenti austriaci, potrebbero aver contribuito a guidare addestrare e armare il terrorista Kujtim Fazelai.

*Organizzazione terroristica vietata in Russia e molti altri paesi

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