02:22 28 Novembre 2020
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Dietro l’orrore di Nizza e l’arrivo in Francia del terrorista tunisino responsabile di quel massacro si nascondono errori, sottovalutazioni e fallimenti di un ministro degli Interni più intento a compiacere il Pd e le politiche di accoglienza indiscriminata che non ad arginare l’esodo migratorio.

Vedere un ministro degli Interni arrampicarsi sugli specchi non è nè bello, nè incoraggiante. Anche perchè  da lui dipende la sicurezza di tutti noi.

Ma è, purtroppo, lo spettacolo offerto da una Luciana Lamorgese  pronta a tutto pur di scrollarsi di dosso le responsabilità per lo sbarco e l’indisturbato transito nel nostro paese  di  Aouissaoui Bahrain, il terrorista tunisino che  ha seminato morte nella chiesa di Notre Dame a Nizza. A far più  specie in questo teatrino è la vacuità delle giustificazioni adotte dalla Lamorgese.

Da ieri l’ex prefetto di Milano, promossa ministro per volontà del Pd di Nicola Zingaretti, continua a ripetere che l’assassino non poteva venir fermato in quanto il suo nome “non era stato segnalato dalle autorità tunisine, né risultava nelle liste  dell’intelligence”.

Una giustificazione assolutamente inconsistente. Soprattutto perchè adottata non da un politico occasionale, ma da un ex-prefetto di Milano abituato a confrontarsi con i temi della sicurezza e dell’immigrazione.

Da anni gli esperti di sicurezza evidenziano come il transito nel Mediterraneo di centinaia di migliaia di disperati senza documenti e senza identità sia un paravento  perfetto per  celare il trasferimento di terroristi in Italia ed Europa.

Un rischio diventato  ancor più sostanziale quest’anno  quando  al moltiplicarsi degli sbarchi - passati dagli appena 9533 dei primi dieci mesi del 2019 agli oltre 27mila del 2020 - si è aggiunto l’arrivo nel nostro paese  di 11mila 195 tunisini.

Un’impennata che li ha  trasformati nella componente  più consistente della babilonia migratoria approdata sulle nostre coste.

La “sindrome”  tunisina era già stata notata e segnalata  nei primi mesi  dell’anno, ma  era stata ampiamente sottovalutata e ridimensionata  da un ministro degli Interni impegnato a dimostrare, in  piena sintonia con il Pd, una maggiore disponibilità nei confronti delle Ong, dei migranti e di tutte  quelle politiche di accoglienza indiscriminata che Matteo Salvini aveva cercato di  ridimensionare o archiviare.

Ma la sottovalutazione “politica” di quel fenomeno si è rivelato un errore gravissimo in termini di sicurezza.

Per capirlo ed evitarlo bastava ricordare che gli oltre 5000 mila militanti tunisini trasferitisi nei territori dello Stato Islamico di Libia, Siria e Iraq tra il 2012 e il 2019 rappresentavano anche la componente nazionale più consistente all’interno dell’organizzazione terroristica.

Una componente a cui va aggiunta quella -  altrettanto significativa - ancora presente nelle fila dei gruppi alqaedisti attivi nel Maghreb e in Siria.

Il precedente del 2016

E ad accentuare la gravità di quella sottovalutazione s’aggiunge il precedente di Anis Amri, il terrorista di origini tunisine  responsabile della strage dei mercatini di Natale a Berlino rivendicata dall’Isis nel  dicembre 2016.

Tunisino come lo stragista di Nizza Amri era arrivato in Germania dopo esser sbarcato  anche lui a Lampedusa nel 2011.

Ma oltre a trascurare i precedenti il ministro Lamorgese ha trascurato anche l’attualità.

Da mesi gli esperti di sicurezza sottolineavano come la profonda crisi economica e politica della Tunisia spingesse all’esodo i giovani di quel sud del paese dove un generale malcontento economico e  un tasso di  disoccupazione superiore al 30 per cento favoriscono l’adesione all’Islam radicale.

Quella realtà doveva spingere il responsabile del Viminale  a chieder misure di sorveglianza particolarmente stringenti su tutti i tunisini.

Invece nonostante l’emissione di un foglio di via Aouissaoui Bahrain è stato lasciato non solo libero di circolare, ma anche di varcare clandestinamente il confine italo-francese e raggiungere Nizza.

Il ministro Lamorgese in visita in Tunisia

I ritardi della Lamorgese

A tutto questo s’aggiungono l’inerzia, il lassismo  e il ritardo con cui  il ministro degli Interni ha affrontato l’emergenza Tunisia.

Nonostante  il numero degli arrivi da quel paese presentasse un’evidente criticità  fin dall’inizio dell’anno il responsabile del Viminale ha atteso la fine di luglio prima di volare a Tunisi e chiedere al  presidente della Repubblica Kais Saied di bloccare l’ esodo migratorio.

Richiesta naufragata nel nulla visto che quando, venti giorni dopo, la Lamorgese è tornata in Tunisia pretendendo maggiore collaborazone le partenze avevano  raggiunto  quota 8mila 984  superando, per  la prima volta dopo molti anni, i numeri di quelle libiche ferme a quota 8mila 746 dall’inizio dell’anno. Ma anche quella seconda visita si è rivelata un insuccesso.

Nonostante le promesse di soldi e mezzi per bloccare le partenze la Lamorgese non è riuscita ad ottenere da Tunisi il rapido rimpatrio di tutta quella massa di clandestini. E da quel sostanziale insuccesso è dipeso anche il mancato rimpatrio che ha permesso ad Aouissaoui Bahrain di raggiungere la  Francia.

Dietro il fallimento della Lamorgese non c’è, insomma, solo il tentativo di compiacere il Pd favorendo il ritorno all’accoglienza indiscriminata, ma anche:

  • una sottovalutazione dei rischi connessi al massiccio esodo tunisino 
  • un’incapacità d’imporsi a livello internazionale.

Errori inammissibili per un ministro responsabile del fronte immigrazione e chiamato a garantire non solo la sicurezza dell’Italia, ma - come dimostra l’orrore di Nizza - anche quella del resto d’Europa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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