18:44 29 Novembre 2020
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Trump e Biden si sono infine affrontati una seconda volta in televisione. Non era scontato, dopo la malattia del Presidente e le polemiche scoppiate tra i rispettivi staff.

I repubblicani avrebbero in effetti voluto tre dibattiti complessivi, di cui uno dedicato esclusivamente alla politica estera, ma i democratici si sono limitati al minimo sindacale per non esporre troppo il loro candidato comunque in vantaggio nei sondaggi, concedendo solo quello andato in scena nell’Università del Tennessee.

Il duello del 22 ottobre è stato fortunatamente molto diverso da quello che lo aveva preceduto, salvo che nella formula, che ha ripetuto lo schema già visto della successione di “inserti” tematici a tempi contingentati. Durante il suo svolgimento, Trump è parso sicuro, non nervoso come nella precedente occasione, mentre Biden è stato colto almeno una volta a controllare l’ora, a riprova della pesantezza dello stress che stava sostenendo.

Sono stati affrontati gli argomenti che vanno per la maggiore in America in questo periodo: la gestione del Covid-19, la politica sanitaria e la questione razziale, cui sono stati aggiunti il cambiamento climatico e l’attualità internazionale.

Biden si è dimostrato abbastanza tonico nel contraddittorio, cui la lunga frequentazione del Congresso deve averlo abituato, ma ha subìto diversi affondi, che potrebbero anche costargli dei voti in alcuni degli Stati il cui orientamento è ancora incerto e potrebbe rivelarsi decisivo. Biden si è ad esempio trovato in difficoltà sulla questione dell’autonomia energetica degli Stati Uniti e sullo sfruttamento della tecnica estrattiva del fracking, entrando in contraddizione con sé stesso.

Rendendosi conto della mole degli interessi ruotanti attorno alla lobby del petrolio, lo sfidante democratico ha infatti negato di essere ostile allo sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali, offrendo il fianco al Presidente, che gli ha pubblicamente ricordato le dichiarazioni rese in senso opposto per compiacere gli ambientalisti, invitando il pubblico a verificarle.

È ancora più interessante, tuttavia, la circostanza che Trump abbia sfruttato l’opportunità servitagli dal rivale per evidenziare come sia proprio l’autosufficienza energetica il fattore che potrebbe permettere agli Stati Uniti di non combattere più guerre in Medio Oriente, facendo intuire quanto sia importante per lui ridurre l’esposizione militare esterna degli Stati Uniti.

La parte del confronto relativa alla politica estera non è stata invece entusiasmante, in quanto in buona parte assorbita dal reciproco scambio di accuse sui dossier scandalistici in cui tanto Trump quanto Biden sono coinvolti.

Biden ha parlato delle attività economiche di Trump in Cina, insistendo sul conto bancario che avrebbe aperto nella Repubblica Popolare e sulle tasse pagate dal suo gruppo a Pechino. Il Presidente si è difeso spiegando come la propria attività d’imprenditore lo abbia condotto ad investire in molti paesi del mondo ed affermando di aver chiuso il proprio conto “cinese” fin dal 2015, ovvero ben prima di conquistare la Casa Bianca.

Ha quindi contrattaccato, colpendo Biden dove si trova la sua maggior vulnerabilità, ovvero sugli affari del figlio Hunter, che avrebbero interessato tanto la Cina quanto l’Ucraina. L’ex Vicepresidente ha parlato a quel punto di fabbricazioni imputabili a potenze straniere, citando a proprio sostegno fonti anonime legate al mondo dell’intelligence. Ma stando ai commenti che si sono letti successivamente, senza convincere nessuno.

Trump ha avuto infatti buon gioco a far capire come nessuno paghi onorari a sei cifre come quelli ricevuti da Hunter Biden ad una personalità oscura – che aveva difficoltà a trovare un lavoro adeguato - se non per accedere alle sue connessioni personali: in questo caso al padre, divenuto il numero due dell’Amministrazione Obama.

È stata di sicuro la parte più incandescente del duello, che Trump ha deciso di sfruttare, cogliendo l’assist improvvidamente datogli da Biden, per rendere di pubblico dominio una vicenda che era stata oscurata in precedenza dai social media e da buona parte della stampa americana.

Il prezzo pagato è stato però importante, perché Trump non ha potuto soffermarsi sui cosiddetti accordi di Abramo, con i quali la sua amministrazione sta cercando di costruire un ordine più stabile in Medio Oriente. È stato infatti loro riservato soltanto un fugace accenno, nel quale peraltro il Presidente ha comunque trovato il modo di anticipare la sigla di ulteriori intese, senza tuttavia menzionare esplicitamente il Sudan, che avrebbe però fatto notizia a sé il giorno dopo.

Ad un certo punto, tuttavia, si è registrato un passaggio di sostanza politica vera. Ed è stato quando Biden e Trump si sono affrontati sulla Corea del Nord. È in quel momento, infatti, che è emersa in tutta la sua chiarezza la forte differenza di approccio che caratterizza l’attuale Presidenza americana rispetto a quelle che l’hanno preceduta ed alla proposta concorrente.

Biden ha infatti rinfacciato a Trump di aver intavolato un dialogo con una persona “impresentabile” come Kim Jong-un, rilanciando la narrazione del Presidente attratto dai leader autoritari ed imputando all’attuale inquilino della Casa Bianca la mancanza di successi concreti.

Il tycoon ha replicato ricordando i fallimenti riportati dai suoi predecessori – menzionando in particolare Obama - e soprattutto rivendicando come un merito il fatto di aver scongiurato un conflitto ed avviato comunque una trattativa.  Agli occhi di Trump, in effetti, qualsiasi interlocutore è legittimo, al contrario di quanto succede all’interno del partito democratico, nel quale è assiomatico che esistano capi di Stato e di governo con i quali non si debba parlare per nessuna ragione, anche quando non farlo accresca le probabilità di guerra. 

Tuttavia, almeno su una cosa i due candidati sembrano essersi trovati d’accordo: è accaduto con riferimento alla Russia, che Biden ha nuovamente accusato di interferire con il processo elettorale americano – questa volta assieme all’Iran – a vantaggio del suo avversario.

A causa di questo rilievo, Trump si è trovato nella necessità di schermarsi rispetto al tentativo di dipingerlo come il candidato della Federazione Russa alle presidenziali americane. Ed ha replicato con vigore, menzionando molte tra le misure ostili a Mosca assunte dagli Stati Uniti durante il proprio mandato alla Casa Bianca.

Un dibattito cruciale ai fini delle sorti dell’elezione non è evidentemente il luogo migliore per spiegare le ragioni che consiglierebbero all’America di stabilire buone relazioni con il Cremlino, trattandosi di una posizione controversa che sottrae più voti di quanti possa aggiungerne. Non è quindi stupefacente che Biden e Trump abbiano cercato entrambi di rafforzare le proprie credenziali anti-russe davanti a chi li ascoltava per decidere chi votare fra i due il prossimo 3 novembre. Sono motivi analoghi, del resto, ad aver suggerito a Trump di far precedere qualsiasi tentativo di avvicinamento a Putin da mosse aggressive ad alto impatto mediatico – ad esempio, in Siria - che avevano soprattutto lo scopo di non mostrarlo debole nei confronti della Russia.
 
La situazione elettorale di Trump resta tuttora incerta e precaria, data la forza anche finanziaria dello schieramento che si è aggregato contro di lui. Ma lo è forse meno dopo il duello televisivo del 22 ottobre. Quanto si è visto, malgrado tutto, ha infatti consolidato la sensazione che il Presidente uscente sia di gran lunga quanto di meglio gli Stati Uniti possano offrire in questo momento al resto del pianeta.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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