18:23 29 Novembre 2020
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Stupisce che un piccolo Paese di poco più di 5 milioni di abitanti isolato da montagne che vantano l’altezza media di circa 2700 metri possa, in meno di trent’anni, eleggere tre presidenti con plebisciti superiori all’80% e poi sostituirli tutti con colpi di stato.

È esattamente ciò che sta avvenendo in Kirgyzstan, ex parte dell’Unione Sovietica, diventato indipendente nel 1991.

Il primo presidente, Askar Akaev, era un ex gerarca del Partito Comunista Sovietico che al momento dell’indipendenza ne strappò immediatamente la tessera. Rimase al potere per 14 anni ma, accusato di corruzione e atteggiamenti dittatoriali spregiudicati, fu costretto da violente proteste di piazza a fuggire all’estero.

Lo sostituì un altro ex comunista, tale Kurmanbek Bakiyev, che guadagnò il consenso popolare nel 2005 promettendo riforme democratiche e una più equa distribuzione delle ricchezze.

Sembra non abbia mantenuto le sue promesse e nel 2010 scoppiarono nuove violente proteste.

Anche lui, dopo un tentativo di resistenza, fu obbligato a fuggire dapprima in Kazakistan e poi in Bielorussia.

A capo di quelle rivolte c’era una donna, Roza Otumbayeva, che fu Presidente ad interim e, come prevedeva la legge tuttora in vigore (chi ricopre alte cariche istituzionali non può candidarsi alle elezioni), non si presentò come candidata alle elezioni subito convocate.

Si candidò invece, e vinse, Almazbek Atambaiev che tuttavia, accusato di malversazioni e di corruzione, subì l’ormai tradizionale colpo di stato e fu perfino imprigionato.

Nel 2017 il suo posto fu preso da Sooronbay Jeenbekov.

Al momento, l’ultimo presidente ad aver subito il colpo di stato è stato proprio quest’ultimo.

L'ultimo colpo di stato in Kyrgyzsgtan

Il 4 Ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari l’esito delle quali ha attribuito la maggioranza assoluta ai due partiti già maggioritari.

Di dodici altre formazioni concorrenti nessun deputato è stato eletto.  Il giorno dopo, il 5 ottobre, sono cominciate aggressive manifestazioni nelle strade che, fino ad ora, hanno lasciati più di 1200 feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine.

I ribelli sono per lo più giovani arrivati a Bishkek, la capitale, da varie parti del Paese ma soprattutto dal nord.

Ben presto hanno occupato, picchiando a sangue chiunque si opponeva loro, tutte le principali sedi istituzionali del Paese, tra cui il Parlamento, il palazzo presidenziale e le prigioni. Da quest’ultime sono stati liberati tutti i prigionieri considerati “politici”, tra cui l’ex presidente Atambaiev e il politico Sadir Japarov.

Quest’ultimo, precedentemente molto popolare per i suoi toni nazionalisti e la domanda di nazionalizzare la ricca miniera di oro del Paese “Kumtor”, era stato condannato a 11 anni per aver sequestrato il governatore di una regione durante le sommosse nel 2013 da lui promosse.

Pochi giorni dopo tutti furono re-imprigionati, salvo il Japarov.

Sadyr Japarov
© Sputnik . Alexey Mayshev
Sadyr Japarov

Japarov contro Jeenbekov

Davanti all’aggravarsi degli scontri, e probabilmente minacciato fisicamente, il presidente in carica Jeenbekov il 14 Ottobre ha dichiarato che si sarebbe dimesso subito dopo nuove elezioni parlamentari.

Tuttavia, passate nemmeno 24 ore e dopo un incontro con Japarov, ha annunciato di volersi dimettersi immediatamente per evitare ulteriori spargimenti di sangue.

Nel frattempo, un Parlamento intimidito aveva nominato Primo Ministro lo stesso Japarov che, dopo aver ottenuto le dimissioni del predecessore, ha assunto su di sé anche quella carica, ad interim.

Nuove elezioni sembrerebbero previste entro, presumibilmente, la fine di dicembre. Bisognerà vedere cosa intenderà fare, se candidarsi o meno, il neo Primo Ministro/Presidente poiché, in base alla legge vigente, non potrebbe farlo.

Che Japarov possa contribuire in modo determinante alla stabilizzazione della situazione nel Paese è un interrogativo cui solo il tempo darà risposta.

Le opinioni su di lui non sono concordi e un giornalista, tale Bolot Temirov che ha investigato il locale sistema corruttivo e lo scorso gennaio è stato aggredito e picchiato, ha pubblicamente affermato che l’ascesa di Japarov non avrebbe cambiato nulla se non solamente la faccia del furfante di turno al potere.

© Sputnik
Il lago montano Issyk Kul' in Kyryzstan

Ma dov'è il Kyrgyzstan?

Il Kyrgyzstan è un territorio prevalentemente montagnoso con la massima vetta, al confine con la Cina, che supera perfino i 7500 metri.

Economicamente è povero, con un nord che durante il periodo sovietico era stato industrializzato e un sud orientato prevalentemente verso l’agricoltura.

  • Le sue ricchezze sono soprattutto minerarie e vi si trovano oro, carbone, antimonio e uranio.
  • La maggiore fonte di entrate valutarie del Paese è dovuta al reddito prodotto dalla miniera d’oro “Kumtor” che è però posseduta dalla società canadese Centerra Gold Inc.
  • La struttura sociale è ancora principalmente basata sull’appartenenza ai clan e la lotta tra questi per l’occupazione di tutti i posti pubblici di potere è la ragione principale delle forti contrapposizioni e degli scontri che ogni tanto scoppiano nel Paese.
  • Un’altra frattura sociale presente è di carattere etnico e, soprattutto nel sud, alla concorrenza tra clan si sono aggiunte contrapposizioni tra kirghisi e uzbechi. I primi sono circa il 71% della popolazione, i secondi (presenti principalmente al sud e aumentati da recenti immigrazioni) arrivano a poco più del 17%.
  • Visto i forti legami economici che ancora legano il Kyrgyzstan alla Russia vi sono anche un 7% di russi (il russo è lingua ufficiale del Paese assieme al kirghiso) verso i quali, tuttavia, non sembrano esistere ostilità locali.
  • I maggiori investitori sono, ovviamente, la Russia, il Kazakistan e, da qualche anno, la Cina. Attualmente sembrerebbe che almeno il 40% degli investimenti stranieri sia proprio di origine cinese e gli scambi commerciali tra i due Paesi sono più che raddoppiati negli ultimi cinque anni. I numerosi lavoratori e manager cinesi che arrivano assieme agli investimenti di Pechino non sono però ben visti e in diverse occasioni si sono verificati scontri tra la popolazione locale e la manodopera del Dragone.

Qualunque governo dovesse stare al potere non potrà non fare i conti con il forte indebitamento pubblico e la disoccupazione, aggravati dalla crisi economica provocata dalla pandemia.

Gli scontri al vertice e nelle piazze non aiutano certo l’economia e la Kirghisia è già entrata nel novero dei Paesi di dubbia solvibilità.

Mosca segue con attenzione gli eventi che si succedono, preoccupata di una instabilità che potrebbe toccare negativamente i propri interessi politici ed economici locali (poco a nord della capitale esiste da anni anche una base militare russa).

In attesa dello sviluppo della situazione, la Russia ha deciso di sospendere l’erogazione di quanto resta dei 30 milioni di dollari come aiuto economico diretto e lo stesso ha fatto con i 100 milioni promessi il Fondo Eurasiatico per la Stabilità e lo Sviluppo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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