07:18 02 Dicembre 2020
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Come previsto dai più pessimisti, che avevano considerato certa nella scorsa estate una ripresa autunnale del Covid-19, l’Italia si trova nuovamente alle prese con la pandemia. E una deprimente aria di déjà-vu aleggia ormai su tutta la penisola.

La curva dei contagi, che era da tempo moderatamente in crescita, ha fatto registrare una brusca impennata, portando rapidamente il numero delle positività accertate quotidianamente oltre la soglia delle 10mila unità ed il 21 ottobre al di là di quota 15mila. Nulla, al momento, fa presagire un’inversione a breve di questo trend.

Per quanto il numero degli asintomatici resti elevato, inoltre, stanno aumentando i ricoveri negli ospedali e i malati in terapia intensiva saranno presto più di mille. I decessi giornalieri fluttuano già attorno alle cento persone. Dati inquietanti, che hanno già costretto le autorità a modificare la narrazione ottimistica dei mesi appena trascorsi.

Sono ripresi dei rituali che gli italiani speravano di aver archiviato per sempre, come le improvvise conferenze stampa del Presidente del Consiglio, la lettura dei bollettini della Protezione Civile e, soprattutto, l’affannosa rincorsa tra la decretazione governativa e le ordinanze regionali, prova del persistere di una competizione irrisolta tra potere centrale ed autonomie locali che si cerca in vano di gestire da mesi.

La seconda ondata del Covid-19 sembra avere alcune caratteristiche in comune con la prima ed altre invece che le sono peculiari. Le regioni più colpite tra marzo e maggio sono egualmente interessate dalla crisi epidemiologica con numeri importanti, ma sono state affiancate da altre che erano state invece risparmiate la scorsa primavera.

Questo fatto è destinato a sottoporre il sistema sanitario italiano a stress notevoli, perché il livello dei servizi offerti non è esattamente omogeneo nel territorio nazionale del Bel Paese e c’è anzi ragione di ritenere che la forbice si sia ulteriormente allargata durante il 2020.

Infatti, se nel corso del primo shock i posti letto nelle unità di terapia intensiva sono stati significativamente incrementati nelle aree all’epoca maggiormente interessate, in quelle che stanno scoprendo solo adesso l’aggressività del virus la situazione è rimasta invariata.

Probabilmente, se non interverranno novità, ad un certo punto occorrerà movimentare i malati, trasportandoli dalle regioni prive di adeguata assistenza a quelle invece meglio dotate, magari con l’aiuto delle Forze Armate. La Lombardia si è già offerta di accoglierne.

Non è tutto: secondo alcuni esperti, il tracciamento dei positivi è già diventato impossibile nelle tre maggiori agglomerazioni urbane d’Italia: Roma, Milano e Napoli. Dubbi gravano altresì su Genova.

Inoltre, sta risentendo della pandemia anche l’attività delle istituzioni.Sarebbero al momento non meno di 17 su 630 i deputati la cui positività al coronavirus è stata accertata e risulta attiva: e fra loro vi sono anche i presidenti di tre gruppi parlamentari.

Alcune commissioni permanenti - come quelle che si occupano di affari esteri, difesa e politiche comunitarie – sono state poste in isolamento e questa settimana si sono riunite soltanto in modalità virtuale. L’Aula di Montecitorio, invece, ha ospitato sedute in presenza, ma rinunciando a qualsiasi votazione.

Contagi si sono registrati anche al Senato e tra i membri del Governo. Nella città politica tutti conoscono qualcuno che si è misurato con il Covid-19 o lo sta facendo in questi giorni: una situazione complessa, che mal si concilia con gli importanti adempimenti che connotano l’autunno, a partire dall’imminente inizio dell’esame del bilancio pluriennale dello Stato.

Sulla causa di questo ritorno di fiamma del virus si possono fare al momento soltanto congetture. Sembra che il grosso dei contagi si produca all’interno delle famiglie, che tuttavia importano il Covid dall’esterno. L’attenzione si concentra perciò sulle vulnerabilità più evidenti, che sono la mobilità delle persone e le conseguenze della riapertura delle scuole.

Nei mesi scorsi non si è ovviato alle croniche insufficienze del trasporto pubblico, che avrebbero del resto richiesto importanti investimenti, con il risultato che bus, tram e metropolitane sono spesso affollatissimi.

Il tentativo di limitare la capienza dei singoli vettori si è scontrato con la carenza dei controlli e la condizione di necessità in cui si è venuto a trovare chi doveva recarsi al lavoro. Quanto alle scuole, reprimere la vivacità dei bambini e il bisogno di socialità ed affettività degli adolescenti si è rivelato impossibile.

Questa miscela di fattori ha posto le autorità in una condizione di straordinaria difficoltà. Per quanto sia chiaro quanto sta succedendo, infatti, si vuol evitare il ritorno alla pratica delle chiusure e dei confinamenti, che ucciderebbe nella culla il principio di ripresa osservatosi nell’economia e danneggerebbe fortemente la formazione dei giovani.

Ma la linea di tendenza va proprio in quella direzione. Si è obbligata l’intera popolazione nazionale ad uscire con le mascherine addosso e ad usarle anche all’aperto e si è esteso l’orario di apertura degli istituti scolastici, per allargare la pratica della didattica a distanza alternata: quello strano arrangiamento in base al quale, in ogni momento, una parte degli studenti è in classe (a finestre aperte) e l’altra segue da casa.

Si stanno istituendo no go areas, per limitare il fenomeno della cosiddetta movida. Sono state inoltre cancellate l’attività congressuale e quella convegnistica, anche se si è lasciata aperta la porta agli eventi di minore portata, come quelli promossi dai centri culturali e sociali.

I privati sono stati invitati a non organizzare eventi nelle proprie case che prevedano la partecipazione di più di sei persone. Intervenendo in Parlamento, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha infine raccomandato agli italiani di non spostarsi se non strettamente necessario.

Il clima è quindi pesante e le aspettative non sono rosee, anche perché la paura della gente adesso si associa alla diffusa sensazione che la politica delle quarantene non abbia dato i risultati sperati. Lo spazio di manovra a disposizione del Governo si è quindi ridotto.

Le stesse multe elevate che sono state reintrodotte sono la riprova di una crescente indisponibilità dei cittadini a sopportare ulteriori limitazioni delle libertà personali.

Forse si è fatto un errore al momento in cui la scorsa primavera si deliberò di chiudere l’intera Italia per due mesi, quando si poteva ripiegare su lockdown più circoscritti e magari anche meno protratti. Ora la resistenza da superare è più forte.

Per quanto riguarda infine le dinamiche interne ai palazzi della politica, le conseguenze maggiori del revival pandemico sembrano al momento due.

Sul piano interno, il Governo dovrebbe beneficiare di una nuova tregua. Non si aprono infatti crisi, neppure per effettuare dei “rimpasti”, mentre persiste lo stato di emergenza nazionale, se non per dar vita ad un improbabile esecutivo di larghissime intese.

Sul fronte esterno, invece, quanto accade è destinato ad indebolire significativamente la posizione negoziale dell’Italia in Europa.

Con i chiari di luna che si profilano all’orizzonte, non sembra infatti illogico prevedere che s’intensificheranno le pressioni dirette ad ottenere gli aiuti provenienti dal Mes e le risorse del Recovery Fund, cui altri paesi stanno invece rinunciando. Con il cappello in mano, Conte dovrà quindi predisporsi ad accettare condizionalità politiche pesanti in cambio dei soldi dell’Unione Europea.

La combinazione di quanto precede induce a ritenere che il progetto di modificare a breve la composizione della maggioranza, ristrutturandola in senso neocentrista attorno all’ex Presidente della Bce, Mario Draghi, dovrà essere quanto meno rinviato a tempi migliori. Ne mancano le precondizioni essenziali. Se ne riparlerà la prossima primavera.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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