00:41 22 Ottobre 2020
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I sondaggi elettorali non producono di norma effetti giuridici, ma spesso generano conseguenze politiche, specialmente quando si diffonde la sensazione che siano credibili e convergano sulla previsione di un certo risultato.

È quanto sta accadendo in questo periodo a proposito del voto americano. I pronostici sono apparentemente a senso unico: tutti favorevoli allo sfidante democratico Joe Biden. Anche se si osservano differenze nel margine di vantaggio che gli riconoscono, il messaggio che scaturisce dalla loro valutazione è concorde: a Trump servirebbe un miracolo per conservare la Casa Bianca.

Questa volta non crede ad una riconferma neanche la Rasmussen, la società demoscopica che quattro anni fa annunciò per prima, praticamente isolata, che il tycoon avrebbe potuto farcela. La situazione è quindi critica sotto ogni punto di vista, seppure Trump sia tornato a tenere comizi, dopo essere guarito dal Covid-19 a tempo di record. Ed ha iniziato a riflettersi sulle scelte di posizionamento di diversi paesi.

L’incertezza relativa alla sopravvivenza politica dell’attuale Presidente americano ha già comportato, ad esempio, il sostanziale arresto del processo che avrebbe dovuto condurre altri Stati a sottoscrivere con Israele degli accordi di riconciliazione e mutuo riconoscimento sul modello di quelli firmati dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti. Dall’Oman e dal Sudan, che erano in prima fila tra quelli interessati a fare il passo, non si sono infatti più registrate novità.

In Iran si attende con trepidazione che Trump venga sconfitto. E anche il tentativo di pervenire in tempi rapidi – addirittura prima del prossimo 3 novembre- ad un nuovo trattato con la Russia in materia di controllo degli armamenti non sembra destinato ad avere successo. Mosca non pare infatti interessata a sottoscrivere intese che potrebbero essere sconfessate nel breve volgere di pochi giorni, in conseguenza del mutare degli equilibri politici interni agli Stati Uniti.

I riposizionamenti sono numerosi ed interessano numerosi livelli, perché sono già parecchi gli attori che hanno iniziato a prendere le distanze da Trump per ragionare sulle ricadute del probabile cambio della guardia alla Casa Bianca.

Si cerca di anticipare delle linee di tendenza, in modo da spiazzare avversari ed alleati, traendo così un utile dalla svolta che potrebbe presto verificarsi.

Il fenomeno è ben visibile anche in Italia, paese in cui si ritiene che l’ascesa di Biden alla presidenza americana possa restituire degli spazi alle forze moderate e centriste.

Dibattito tra Trump e Biden
© REUTERS / JONATHAN ERNST
Le ricadute del voto americano andrebbero a sommarsi alle necessità imposte dal difficile negoziato intavolato con l’Unione Europea per ottenere le risorse del Ricovery Fund, dando forza ad un progetto complessivo di riassetto del sistema politico che potrebbe determinare nel 2021 mutamenti di grandi proporzioni. Che oggi forse paiono ancora “fantapolitici”, ma sono parte di qualsiasi calcolo si faccia sulle prospettive del Bel Paese.

Le linee di frattura più evidenti sono quelle che stanno attraversando il Movimento Cinque Stelle e la Lega, le due forze politiche forse maggiormente favorite nel 2016 dalla vittoria di Trump.

Tra i pentastellati, il solco tra l’area guidata da Luigi Di Maio e quella di Alessandro Di Battista si sta approfondendo ed una scissione non può ormai più essere esclusa, malgrado il partito fondato da Beppe Grillo abbia finora mostrato di possedere un’elasticità insospettabile.

Lo stesso Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha assunto a sua volta un profilo più autonomo dalla formazione che lo ha espresso, candidandosi a punto di riferimento di una parte del mondo cattolico.

Di tale nuova tendenza alla moderazione è certamente un segno tangibile anche la recentissima revisione della normativa di contrasto all’immigrazione illegale – fortemente desiderata dal Partito Democratico che voleva espungerne gli elementi più controversi a suo tempo voluti dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Abusando di una semplificazione che sta iniziando a circolare negli ambienti politici italiani, pare che il populismo stia iniziando a cedere terreno in favore di un ritorno alle tradizioni del popolarismo, di cui la vecchia Democrazia Cristiana era l’interprete principale durante la Guerra Fredda.

A questo fenomeno non sfugge neanche la Lega, che è in questo momento attraversata da una linea di faglia della stessa natura, che ormai oppone due visioni difficilmente conciliabili. Mentre Matteo Salvini continua a manifestare le proprie simpatie per l’attuale Presidente americano, Giancarlo Giorgetti ha pubblicamente affermato di ritenere più probabile la sua sconfitta.

Di qui, la necessità di promuovere anche nel partito fondato da Umberto Bossi una riflessione sull’adeguamento della proposta politica in una direzione moderata, che è in effetti già iniziata, determinando tensioni palpabili.

È bene sottolineare come dietro la spaccatura affiorata nella Lega vi siano anche le esigenze di una parte importante dell’elettorato leghista, che desidera una maggiore attenzione verso alcune peculiari tematiche concernenti la buona amministrazione del territorio e l’autonoma delle regioni settentrionali, trascurate ultimamente a vantaggio di una narrazione nazionale e sovranista, risultata indigesta ad alcuni.

La mobilitazione continua della piazza ha inoltre generato una certa stanchezza, mentre è cresciuto il timore che l’attuale marginalità della Lega nel quadro politico italiano si trasformi con il tempo in irrilevanza.

La spinta più potente nella direzione del cambio di strategia viene tuttavia adesso dalla sensazione che la probabile sconfitta di Trump possa accelerare la corsa alla ridefinizione del quadro politico italiano.

Non si tratta dell’unico fattore che preme in quella direzione, ma potrebbe essere quello decisivo nel catalizzare un processo già avviato dalla necessità di negoziare con le autorità europee l’accesso a condizioni ragionevoli dell’Italia alle risorse messe a disposizione per accelerare la ripresa delle economie affossate dal Covid-19.

Per quanto Conte e il governo giallorosso non siano avversati da Bruxelles, degli errori nel confezionamento del programma di iniziative da finanziare con i fondi europei, o il dubbio che l’attuale compagine non abbia la forza di portarlo a compimento, potrebbero impedire all’Italia di accedere al Recovery nei tempi e nelle misure auspicate.

I cosiddetti “frugali” stanno avendo buon gioco ad alimentare la sfiducia. Qualora i loro timori prevalessero, per Roma diventerebbe imperativo giocare una carta di riserva, mettendo in campo Mario Draghi alla testa di una maggioranza “popolare” di tipo differente, cui parteciperebbero il Pd, i renziani, la parte più moderata dei Cinque Stelle – quella di Conte e, probabilmente, dello stesso Di Maio - e Forza Italia. Chi desidera un cambio di linea della Lega punta ad agganciarsi a questo treno.

Draghi trarrebbe forza tanto dai propri trascorsi alla Bce quanto dal suo rapporto con i democratici americani - qualora recuperassero la Casa Bianca e il controllo del Senato - essendo loro affine per formazione culturale.

Naturalmente, nulla è ancora scritto e tutto può ancora succedere. Ma lo scenario appena tratteggiato esiste ed esercita già un condizionamento sulle strategie dei principali attori politici italiani.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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