05:56 20 Ottobre 2020
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Il processo a Matteo Salvini per il caso Gregoretti (35)
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A Catania conquista punti preziosi sul fronte giudiziario, ma nella Lega, in calo nei sondaggi serpeggia il malcontento di esponenti come Giorgetti e Zaia che indicano al capitano la strada della moderazione per riconquistare consensi tra gli elettori, legittimità in Europa e credibilità come capo del centro-destra.

I giudici incominciano a dargli ragione. Ma lui intanto rischia di perdere la partita con i suoi. E’ la bizzarra sciarada di Capitano Salvini. Non fa tempo a gioire per il successo, seppur parziale, incassato sul caso Gregoretti e già deve scendere in trincea per fronteggiare i sommovimenti sul fronte interno. E’ successo tutto sul fronte di Catania. Lì mentre il pubblico ministero Andrea Bonomo chiedeva il “non luogo a procedere” e il giudice Nunzio Sarpietro rinviava l’udienza preliminare il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti non esitava a mettere in dubbio la linea politica del Capitano dichiarando che “la Lega dovrà avviare un movimento verso il centro, oppure correrà il rischio di essere annientata”. 

Quelle parole pronunciate mentre Giorgia Meloni e Antonio Tajani scendevano nella città etnea per dargli manforte equivalgono ad una garbata, parziale delegittimazione. O, perlomeno, ad un richiamo all’ordine lanciato d’intesa con altri uomini di punta della Lega. Primo fra tutti quel presidente del Veneto Luca Zaia - vero mattatore dell’ultima tornata elettorale ed esponente dell’ala più dialogante del movimento - grande assente negli incontri organizzati a Catania per esprimere solidarietà al Capitano. Il richiamo lanciato da Giorgetti non è estraneo a giochi e intrighi della giustizia e punta a volgere uno sguardo su inchieste e indagini che vanno ben al di là del caso Gregoretti. 

Il rinvio dell’udienza al 20 novembre - con la convocazione non solo del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ma anche dell’attuale ministro degli Interni Luciana Lamorgese e degli ex di Infrastrutture e Difesa Danilo Toninelli e Elisabetta Trenta, rappresenta sicuramente un punto a favore di Salvini. O addirittura un ribaltamento delle posizioni visto che il leader leghista sostiene da sempre d’aver agito d’intesa con Conte, Di Maio e Toninelli. Anche perché dietro la convocazione della Lamorgese può esserci la volontà di chiarire se il blocco delle navi Ong, attuato in varie occasioni anche dall’attuale governo, non sia, nei fatti, identico alla procedura seguita nel caso Gregoretti.

Ma convocando gli esponenti del defunto governo giallo-verde il magistrato fa anche intendere di voler valutare le tesi di un Salvini irremovibile nel ribadire d’aver agito d’intesa con il resto dell’ esecutivo. Il punto di Catania, se incoraggia Salvini e rischia di rivelarsi un boomerang per Conte e Di Maio, non soddisfa però un Giorgetti convinto che i problemi giudiziari non si fermeranno lì. Perché se politica è l’origine del caso Gregoretti altrettanto politica è l’origine delle tante, troppe, inchieste abbattutesi sulla Lega. Da quella sui presunti finanziamenti russi a quella sul Presidente della Lombardia Fontana, da quella sui vecchi fondi del partito fino a quella sulla compravendita di un capannone per conto di Lombardia Film gestita dai commercialisti della Lega. Per Giorgetti quelle inchieste non sono solo il frutto di una magistratura italiana vicina alla sinistra, ma anche la conseguenza del rapporto conflittuale con l’Unione Europea e del tentativo di sfaldarla attraverso un alleanza con le formazioni sovraniste.

Una mossa che coniugata con la scarsa adesione alle tesi atlantiste ha trasformato Salvini nel grande reietto della politica italiana ed europea. Ma il grande reietto, oltre a patire la morsa giudiziaria, rischia una demonizzazione simile a quella già sperimentata in Francia dall’amica Marine Le Pen perennemente sconfitta e sistematicamente esclusa da ogni posizione di potere nonostante i grandi consensi. Nell’ottica di Giorgetti la progressiva marginalizzazione di Salvini rischia, inoltre, d’ innescare un’inevitabile emorragia di voti.

I sondaggi già lo dicono. Il partito del Capitano, lievitato fin oltre il 36 per cento dopo le europee del 2019, rischia oggi di ridiscendere sotto il 20 per cento. Numeri dietro i quali s’intravvedono le trasmigrazioni di un elettorato di centro destra pronto a convergere su una Giorgia Meloni forte non solo di una continua e progressiva crescita ma anche del patentino di legittimità conseguito a Bruxelles con la nomina a presidente dei conservatori europei. Una legittimità fondamentale per non inciampare nelle inchieste che ostacolano il cammino della Lega o, peggio, in rivelazione e filmati come quelli usati per mettere fuori gioco Heinz-Christian Strache, il vicecancelliere austriaco alleato di Salvini e leader della destra austriaca. Una legittimità che Giorgetti propone di conquistare bussando alle porte di quel Partito Popolare europeo dove - come il numero due della Lega sussurra da tempo al suo segretario - convive pur sempre un Viktor Orban considerato da Bruxelles il vero uomo nero della destra europea. Ma Viktor Orban governa da un decennio; Salvini, invece, è ruzzolato a valle ad un passo dalla vetta. Ed ora, se vuole risalire, deve non solo tener testa a magistrati ed avversari, ma anche dimostrare ai suoi ufficiali di esser un Capitano ancora credibile e capace di agguantare la vittoria.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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