05:53 20 Ottobre 2020
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Tensione nel Nagorno-Karabakh (81)
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Il presidente azero Aliyev, già irritato per la scarsa disponibilità al negoziato del premier armeno Pashinyan, è stato spinto allo scontro dalla voglia di rivalsa dei propri militari e dai consistenti aiuti militari di una Turchia pronta, per la prima volta, a non appoggiarlo soltanto a parole. I combattimenti rischiano di non finire tanto presto.

La nuova guerra tra Armenia e Azerbajan covava sotto le ceneri. Attendeva soltanto la scintilla capace di riportarla in superfice. Ad accenderla ci han pensato gli azeri. Non è stata una grande sorpresa. La rabbia e la voglia di rivalsa di Baku montava da mesi . “Paradossalmente il presidente Ilham Aliyev - spiega una fonte diplomatica da Baku - si aspettava molto di più dal premier armeno Nikol Pashinyan e dalla dirigenza andata al potere dopo la cosiddetta “rivoluzione di velluto” del 2018. A differenza del cosiddetto “Karabakh clan” che l’aveva preceduto nè il primo ministro armeno, nè i suoi collaboratori sono originari della regione secessionista e venivano considerati più disponibili a qualche apertura”. Aspettative andate in fumo lo scorso maggio quando Pashinyan in visita a Sushi, la città del Nagorno Karabakh abitata un tempo da tanti azeri costretti alla fuga dopo il 1994, ricordo che “l’Artsakh (termine con cui Erevan definisce la regione) è armeno. Punto”. Per gli azeri quel discorso equivale alla fine di qualsiasi trattativa. Da quel momento l’Azerbaijan non fa altro che preparare il terreno per un nuovo intervento capace di sanare la ferita del cessate il fuoco del 1994 quando, dopo sei anni di duri e sanguinosi combattimenti, dovette rinunciare ad una regione del Nagorno Karabakh abitata da oltre 600mila azeri.

Dalle dichiarazioni di Aliyev, pronto a definire “senza senso” la continuazione dei negoziati, si arriva in breve ai violenti scontri di confine accesisi il 12 luglio scorso e costati la vita a una ventina fra militari e civili. Anche in quel caso il cessate il fuoco è tutt’altro che definitivo. Dopo quegli scontri il presidente Aliyev deve fare i conti con la voglia di rivalsa dei suoi generali che in quei giorni di guerra hanno sepolto un pari grado dilaniato dai colpi dell’artiglieria armena. Ma a gettar benzina sul fuoco ci pensa anche la moglie di Pashinyan. La signora Anna Hakobyan dal 25 al 31 agosto partecipa ad un programma di addestramento delle donne armene organizzato sui territori del Nagorno Karabakh. E durante quei sei giorni di corso è ben attenta a farsi fotografare in mimetica e kalashnikov in pugno mentre visita le posizioni in prima linea, finge di sparare al nemico e stringe la mano al presidente della regione secessionista Arayik Harutyunyan. 

Ma a spingere l’Azerbaijan sui sentieri di una nuova guerra contribuisce anche il sostegno sempre più concreto di Ankara. La Turchia tradizionalmente alleata di Baku in passato si è sempre guardata dallo spingersi oltre il mero sostegno verbale. Stavolta il vento sembra decisamente cambiato. Oltre alle parole d’incoraggiamento Ankara non lesina ingenti aiuti militari. Tra questi anche un contingente di 4mila mercenari siriani reclutati tra le milizie filo- turche che occupano la città curda di Afrin in Siria. Secondo l’agenzia Asia News, che cita fonti dell’opposizione siriana, i mercenari vengono pagati 1800 dollari al mese e “sono destinati a venir inviati in prima linea al confine armeno-azero” per combattere al fianco dell’esercito di Baku. L’appoggio turco risponde alla politica interventista avviata da un presidente Recep Tayyp Erdogan pronto - dopo l’intervento in Siria e e in Libia - a far sentire la propria influenza anche in una regione caucasica considerata storicamente parte della sfera d’intervento turco. Ma l’interventismo di Ankara rischia di rendere ancora più complesse e ambivalenti le relazioni con Mosca. Considerata la grande protettrice dell’Armenia, pur mantenendo ottimi rapporti anche con l’Azerbaijan, la Russia si ritrova a gestire, suo malgrado, un’altra situazione quasi conflittuale con la Turchia dopo quelle - altrettanto complesse - di Siria e Libia.

Ma quel che più preoccupa a livello internazionale è l’apparente determinazione di Baku a continuare l’offensiva fino a quando non potrà vantare un risultato capace di soddisfare i propri generali. Di certo i sette villaggi occupati nel primo fine settimana di combattimenti non bastano né a sanare l’orgoglio militare azero, nè a far demordere una leadership armena a cui non è certo permesso esibire un volto più debole e arrendevole dei propri predecessori. Per questo la guerra rischia stavolta di non finire troppo presto e costare molte altre vite.

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