04:49 20 Ottobre 2020
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Il risultato del referendum e delle Regionali ci regala il panorama di un Paese in balia di perdenti e mancati vincitori. Da quelli di un Centro-destra privo di un leader dopo l’ennesimo insuccesso di Matteo Salvini in Toscana fino all’immobilismo di un Pd costretto a convivere con quel poco che resta del Movimento Cinque Stelle.

Non cercate vincitori. Non ce ne sono. Quel che resta è solo un’Italia in balia degli sconfitti. O dei mancati vincitori. All’indomani del referendum e delle regionali non esiste partito, movimento o alleanza capace di rivendicare un successo di schieramento. I soli a poter cantar vittoria sono i governatori impostisi nelle singole regioni. Persino il successo più clamoroso, quello di un Eugenio Giani capace di respingere l’assalto della Lega sfruttando il poderoso schieramento messo in campo dal Pd nelle ultime settimane, è in larga parte un successo personale. Una vittoria conseguita grazie alla capacità di rappresentare la ben più popolosa Toscana dei fiorentini anziché la provincia demograficamente svantaggiata in termini numerici della rivale Susanna Ceccardi. Proprio per questo l’entusiasmo di un Nicola Zingaretti pronto a tessere le lodi di un Pd “primo partito” del paese rappresenta un’audace esagerazione.

Quel “primo partito” si ritrova al governo di un’Italia dove 15 regioni su 5 sono amministrate dal centro-destra. E Puglia e Campania restano nelle mani di due governatori assai lontani dal volto istituzionale del Pd. Michele Emiliano e Vincenzo De Luca sembrano, piuttosto, i simboli di un neo-populismo di sinistra capace di attrarre sia i voti dei delusi a Cinque Stelle, sia un elettorato di destra ancora sensibile al richiamo dell’uomo forte. Per il resto quella del Pd resta una vittoria amara. L’illusione di sfruttare il successo per ridimensionare e condizionare l’esecutivo imponendo al Movimento 5 Stelle la cancellazione dei decreti sicurezza, l’adesione al Mes sanitario e linee guide sull’utilizzo dei miliardi del Recovery Found resta assai rischiosa. Lo spettro delle elezioni anticipate, esorcizzato dalla mancata vittoria del centro destra, potrebbe ripresentarsi grazie alla rivolta di alcune frange dei 5 Stelle capace di far saltare i numeri della maggioranza al Senato. E così la necessità di far convivere Pd e grillini rischia di condannare l’Italia all’immobilismo da qui a fine legislatura. Ma se il Pd si ritrova con le mani legate le opposizioni non vantano certo maggiori capacità d’iniziativa.

Il loro problema più evidente - all’indomani della mancata spallata in terra di Toscana - è l’assenza di un leader del Centro-destra. Il Matteo Salvini al terzo fallimento consecutivo - dopo la sconfitta in Emilia Romagna e la catastrofica crisi di governo innescata nell’agosto 2019 - non può certo rivendicare questo ruolo. Ma dietro di lui non s’intravvedono nè eredi, nè contendenti al trono.

Nonostante lo straripante successo conseguito in Veneto e un’immagine assai più rassicurante di quella di Salvini a livello europeo il governatore Luca Zaia resta un leader a valenza locale. Un leader a cui nessuno pensa ancora di trasferire il progetto di Lega “nazionale” messo in piedi da Matteo Salvini e tanto meno quello di capofila di tutto il Centro Destra. E lo stesso vale per il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti uomo assai abile nello stringere rapporti istituzionali, ma privo del carisma necessario per portare alla vittoria una coalizione.

Fuori dalla Lega le cose non vanno meglio. Berlusconi anziano, acciaccato e con una Forza Italia che oscilla tra il 3,5 del Veneto e l’8,9 della Puglia deve ormai accontentarsi del ruolo di vecchio saggio. Reduce dall’amara delusione di una Puglia - dove ha scommesso su un cavallo giovane anagraficamente, ma vecchio e zoppo politicamente come Raffaele Fitto - Giorgia Meloni non può ancora rivendicare un ruolo guida pur essendo l’unico leader dell’opposizione a vantare una continua e progressiva ascesa. Privo di un vero capo il Centro Destra si ritrova dunque impantanato pur avendo dietro la maggioranza relativa del paese. Ma l’attesa logora contribuendo a inasprire gli attriti interni. Attriti che diventerebbero insanabili se Forza Italia decidesse di affiancarsi al Pd e votare, come proposto da Brunetta una legge elettorale basata sul proporzionale pur di garantirsi un marginale peso politico. E altre rotture fatali tra Forza Italia e i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini potrebbero emergere quando si tratterà di scegliere il Presidente della Repubblica. Ma se la Destra piange i Cinque Stelle hanno poco di cui rallegrarsi.

L’esito del referendum e il successo del Sì regala loro un posto nei libri di Storia, ma i risultati delle regionali dimostrano anche quanto la loro storia sia all’epilogo. Rispetto alle politiche del 2018 in Campania precipitano dal 49,4 al 13,67 %, in Puglia dal 44,9% al 9,8% e in Toscana dal 24,7 % al 7%. E da qui alla fine della legislatura quanto resta del loro elettorato si trasformerà in terra di conquista. A difenderla è rimasto ormai solo Luigi Di Maio. A contendersela ci penseranno un premier Antonio Conte, alla ricerca di un partito con cui restare sulla scena politica e i ribelli di Alessandro Di Battista convinti che la sopravvivenza del Movimento dipenda dal ritorno alle origini. Ma tra le Cinque Stelle al tramonto, la Destra senza leader e un Pd attento solo al mantenimento del potere i veri grandi perdenti - da qui al 2023 - rischiano di essere l’Italia e i suoi cittadini.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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