12:19 21 Ottobre 2020
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Tra il 20 ed il 21 settembre scorso, gli italiani sono stati chiamati ad un voto di grande importanza, dalle implicazioni al momento non del tutto prevedibili. Era al vaglio degli elettori una riforma costituzionale concernente il taglio di 1/3 della rappresentanza parlamentare.

Si rinnovavano altresì i governi di sette regioni, un considerevole numero di comuni e, fatto trascurato dai più, anche i titolari di due seggi uninominali al Senato.

I risultati usciti dalle urne non sono stati del tutto inattesi. La sforbiciata alla consistenza numerica delle Camere è passata con un consenso altissimo, posto che i sì hanno praticamente raggiunto la soglia del 70%. Conseguentemente, a partire dalla prossima legislatura, gli italiani voteranno per 200 senatori e 400 deputati, in luogo degli attuali 315 e 630.

Questo esito costituisce senza dubbio il culmine dell’onda lunga della cosiddetta “antipolitica” abbattutasi sull’Italia negli ultimi 25 anni e riflette in buona misura la diffusa avversione dell’opinione pubblica del Bel Paese nei confronti della sua classe dirigente.

Sarebbe tuttavia sbagliato ricondurre esclusivamente alla rivolta contro la “casta” quanto è avvenuto. Vi hanno infatti inciso anche altri fattori, non ultime le motivazioni utilizzate dai sostenitori del no nella fase finale della campagna referendaria.

Chi si opponeva alla riduzione del numero dei parlamentari, infatti, lo ha fatto chiamando in causa l’intoccabilità della Costituzione ed enfatizzando oltremodo il valore della rappresentatività, che gli italiani hanno invece dimostrato fin dagli anni novanta di poter in una certa misura anche scambiare con una maggiore possibilità di influire più direttamente sulla formazione dei governi.

L’elettore, così, non è stato sollecitato soltanto ad esprimersi in favore o contro l’establishment, ma anche in rapporto ad un modo di gestire la politica: e il rigetto ha riguardato non solo i privilegi degli eletti, ma anche un certo tipo di parlamentarismo, in particolare quello che si traduce nel cosiddetto “trasformismo”, recentemente rilanciato dall’operazione che ha portato nel 2019 alla sostituzione del governo giallo-verde di Giuseppe Conte con un altro, giallo-rosso, presieduto dallo stesso Presidente del Consiglio.

L’impressione ulteriore è che dalla valanga dei sì sia giunta anche un’implicita indicazione in direzione del ritorno ad una legge elettorale più nettamente maggioritaria. La forte diminuzione del numero dei deputati e dei senatori ha infatti di per sé un effetto di questo tipo, elevando sensibilmente le soglie da raggiungere per eleggerne.

Il Movimento Cinque Stelle ora chiede una legge elettorale proporzionale, ma la formula di cui al momento si discute in Parlamento è una variante del modello tedesco, con lo sbarramento al 5% appena temperato dalla previsione di un “diritto di tribuna” per le formazioni minori. Il termine è emblematico: allude infatti alla possibilità di rappresentare interessi e punti di vista, più che a quella di condizionare gli equilibri politici che si affermeranno.

In termini pratici, una soglia del 5% significa che per accedere al riparto dei seggi serviranno almeno due milioni di voti. L’effetto di semplificazione nella composizione delle Camere sarebbe certo. È molto probabile anche una razionalizzazione dei passaggi connessi all’espletamento dell’attività legislativa ordinaria, specialmente nelle Commissioni, in cui si svolge una parte fondamentale del lavoro delle Camere.

Non ci sono state sorprese neanche nel voto regionale, se non nelle dimensioni eccezionali dell’affermazione di Luca Zaia in Veneto, su cui ci soffermeremo in seguito. Le Marche erano in bilico, con il candidato governatore del centro-destra dato per favorito, così come in Puglia la conferma di Emiliano era stata preventivata da molti alla vigilia, anche per la debolezza del competitore.

Il tentativo della Ceccardi in Toscana si è concluso con un’onorevole sconfitta, che è maturata non tanto nei confronti del neoeletto governatore Giani, ma ad opera di un sistema di potere ampio e ramificato, stratificatosi nel corso di mezzo secolo.

Il dato che davvero impressiona è invece quello di Zaia, che ha riscosso il 76,1% delle preferenze, in larga parte tra l’altro portategli da una lista personale separata da quella della Liga Veneta. L’obiettivo iniziale, che era quello del 70%, è stato abbondantemente superato.

Questo successo non si spiega soltanto alla luce del buongoverno veneto. Si deve invece anche, e forse soprattutto, al forte impegno “venetista” dimostrato da Zaia - in particolare con la vicenda del referendum per l’approfondimento dell’autonomia regionale - e all’efficacia della strategia di contrasto al Covid-19 adottata dalla sua Giunta, profondamente diversa da quella prevalsa nel resto del territorio italiano.

Le dimensioni della vittoria di Zaia e le sue probabili determinanti dischiudono adesso al Governatore veneto appena riconfermato due orizzonti differenti. Il “doge” può infatti provare a scalare la Lega, contendendone la leadership a Matteo Salvini, come alcuni notabili del partito vorrebbero, per orientarne le politiche in una direzione più moderata e popolare. E quindi ritagliarsi un ruolo di rilievo sul palcoscenico della grande politica nazionale.

Oppure, all’opposto, muoversi gradualmente nella prospettiva della fondazione di una “repubblica veneta”, operazione alla quale lo chiamano non pochi dei suoi elettori. Non sarebbe peraltro all’orizzonte alcuno strappo traumatico, ma piuttosto la preparazione di una secessione soft, che diventerebbe una possibilità più concreta qualora l’Italia non superasse la crisi economica indotta dalla pandemia e l’Unione Europea esigesse contropartite politiche inaccettabili per l’erogazione delle risorse dell’European Recovery Fund.

Questo per quanto riguarda le conseguenze del voto aventi ricadute strutturali. A queste vanno aggiunti gli effetti sugli equilibri parlamentari contingenti che sicuramente dispiegherà in Senato l’arrivo di due nuovi parlamentari del centro-destra, uno dei quali sostituirà una senatrice pentastellata da poco scomparsa: i margini di cui dispone la maggioranza a Palazzo Madama si sono infatti assottigliati.

Sarebbero comunque da escludere, almeno per adesso, variazioni apprezzabili nel quadro politico complessivo. Il Governo Conte dovrebbe resistere, salvo shock esterni di maggiori proporzioni, che peraltro non dovrebbero precipitare nuove elezioni, ma potrebbero soltanto comportare una riconfigurazione della maggioranza, verosimilmente in una direzione neocentrista. Manovre in tal senso sono del resto da tempo in corso.

Agevolerebbero sviluppi di questo tipo soprattutto due fattori: eventuali difficoltà nella negoziazione delle condizioni politiche richieste dalle autorità europee in cambio dei soldi che occorrono all’Italia e l’avvento negli Stati Uniti di una diversa Amministrazione. Con Biden alla Casa Bianca, infatti, aumenterebbero sensibilmente le chances di Mario Draghi, che ha intrattenuto buoni rapporti con il mondo progressista americano e sarebbe gradito anche a Bruxelles.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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