04:50 24 Ottobre 2020
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La geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo allargato sta cambiando e il mutamento è in accelerazione. Il 15 settembre scorso, alla presenza di Donald Trump, i governi di Israele, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein hanno sottoscritto alla Casa Bianca un accordo che sancisce il riconoscimento reciproco dei rispettivi Stati.

Non è stata una svolta improvvisa: le trattative erano infatti da tempo in corso. Le aveva rese possibili soprattutto la convergenza d’interessi creatasi negli ultimi anni tra israeliani e sauditi, uniti dalla comune opposizione all’Islam Politico, in entrambe le sue varianti: quella sunnita declinata dalla Fratellanza Musulmana e quella sciita, rappresentata dalla Repubblica Islamica d’Iran.

È stata la cooperazione informale tra Israele e l’Arabia Saudita a creare i presupposti del processo che sta venendo a maturazione. Non va infatti dimenticato come tanto gli Emirati Arabi Uniti quanto il Bahrein rientrino a pieno titolo nella sfera d’influenza di Riad, mentre non ne fa parte il Qatar, che ha sfruttato la ricchezza dei suoi giacimenti di gas proprio per affrancarsi dal dominio regionale dei “custodi delle due sacre moschee di Medina e la Mecca” e non a caso non sta negoziando alcuna particolare intesa con Gerusalemme.

Il Bahrein può addirittura essere considerato un vero e proprio protettorato saudita. È infatti la corte di Riad a tutelare la dinastia sunnita degli al Khalifa, che governano su una popolazione maggioritariamente sciita e debbono la loro sopravvivenza politica ad un intervento militare dell’esercito saudita che li salvò da una rivolta di piazza scoppiata nel 2011 in coincidenza con le “primavere arabe”.

Va notato come tempistica e modalità della firma degli “accordi di Abramo” coincidano in modo più che sospetto con lo svolgimento negli Stati Uniti di una delle più difficili campagne elettorali che un Presidente in carica abbia mai dovuto affrontare.

Per quanto Trump appaia in discreto recupero, seppure i sondaggi divergano sensibilmente sull’ampiezza del gap residuo da colmare, non è ancora il favorito e rischia di non centrare l’obiettivo della riconferma.

Rispetto a questa situazione, quanto è avvenuto alla Casa Bianca, significativamente assai poco enfatizzato dalla stampa liberal americana, vuol dire essenzialmente due cose.

Da un lato, è verosimile che il blocco delle potenze arabo-sunnite guidato dall’Arabia Saudita abbia inteso offrire una “photo opportunity” a Trump, nella speranza di accrescerne le possibilità di vittoria.

Se le cose stessero davvero così, non è da escludere che prima del 3 novembre ulteriori intese possano essere raggiunte: una potrebbe coinvolgere l’Oman e l’altra la stessa Arabia Saudita, magari anche in due momenti disgiunti, in modo tale da amplificarne le ricadute positive sull’immagine di Trump.  

Nella stessa direzione del sostegno esterno al Presidente americano va certamente anche la decisione, presa da due politici scandinavi di estrazione conservatrice, di candidare Trump al Nobel per la Pace per i due accordi appena firmati solennemente.

Tuttavia, sarebbe probabilmente sbagliato ignorare l’esistenza di un secondo movente, forse ancora più importante: il blocco arabo-sunnita filo-saudita e lo stesso Israele non si fidano moltissimo di Joe Biden e temono che il suo possibile avvento alla Casa Bianca possa coincidere con una nuova sterzata della politica estera statunitense.

Non è un atteggiamento del tutto irragionevole: in Medio Oriente, la persona di Biden evoca infatti il ricordo - per alcuni, lo spettro - di Barack Obama, che sviluppò una politica di forte apertura alle istanze dei Fratelli Musulmani e legò il proprio nome all’accordo sul nucleare con l’Iran.

L’attuale candidato democratico alla Casa Bianca fu in effetti il vice di Obama ed è noto anche come l’ex Presidente abbia contribuito fortemente alla causa di Biden durante le primarie.

Logico quindi che tanto Israele quanto le corti sunnite che si sentono più fragili ed esposte abbiano cercato di premunirsi rispetto a quello che considerano un pericolo, creando alcuni fatti compiuti.

L’idea di base è quella di aiutare Trump a vincere e, se questo obiettivo venisse mancato, di legare le mani a Biden, i cui frequenti accenni alle politiche smart hanno ulteriormente accresciuto timori e preoccupazioni, dal momento che proprio lo smart power è stata una caratteristica dominante dell’approccio obamiano agli affari internazionali.

Suzanne Nossel ha spiegato nel 2012 su Foreign Affairs di cosa si tratti: lo smart power è una tecnica che consiste nel far perseguire da “altri” gli interessi nazionali americani, dove tra gli “altri” si trovano tutti gli oppositori ai governi che perseguono orientamenti incompatibili non solo con gli interessi, ma anche con i valori dell’America, come succede anche in qualche paese arabo.

Le implicazioni di un eventuale ritorno alle politiche del passato sarebbero evidenti. Con Biden presidente, l’importanza almeno formalmente annessa da Trump al rispetto delle sovranità nazionali potrebbe venir meno, assieme al primato accordato alla stabilità nei confronti dell’ideale wilsoniano di “migliorare il mondo”.

Ecco perché si accelera e si cerca di produrre delle situazioni irreversibili, o quanto meno difficili da ribaltare, prima che possa arrivare Biden.

Cosa succederà dopo il 3 novembre è, naturalmente, oggetto di speculazioni.

Se Trump sarà confermato, in Medio Oriente potrebbero emergere un’alleanza ed un mercato regionale integrato sotto la protezione di fatto israeliana, con significative potenzialità di espansione ulteriore e forse replica anche in altri contesti geografici. Il disegno, quanto meno, è questo. Se invece venisse battuto, si registrerebbe probabilmente una battuta d’arresto.

Per le stesse ragioni che sono state esposte, vale anche l’argomento contrario. Per quanto Trump abbia aperto alla possibilità che un giorno anche l’Iran possa unirsi al blocco di paesi che stanno riconoscendo Israele, per beneficiare di tutte le annesse opportunità di progresso e sviluppo, il progetto che sta prendendo forma è al momento molto ostile a Teheran: non sarebbe quindi stupefacente qualche iniziativa iraniana che fosse volta a favorire Biden.

Gli iraniani sanno che un giorno dovranno sedersi a trattare, ma comprensibilmente preferirebbero farlo con un Presidente “obamiano” piuttosto che con l’uomo che ha ordinato l’uccisione del generale Suleimani e ha favorito l’ingresso a pieno titolo d’Israele nel sistema di sicurezza del Golfo.

Proprio per questo motivo, non è impensabile che sotto elezioni qualcuno cerchi di provocare una reazione militare americana sproporzionata, per dimostrare che Trump non è diverso dai suoi predecessori, avendo iniziato una nuova guerra in Medio Oriente, e quindi alienargli consensi decisivi.

La Turchia, infine, resta per ora alla finestra, pronta a cogliere qualsiasi opportunità le offrano i risultati. Ne avrebbe in qualsiasi scenario.

Gli “accordi di Abramo” mirano certamente a cinturarla e quindi non sono molto graditi ad Ankara. Tuttavia, la relativa inattività militare attuale degli Stati Uniti di Trump nel Mediterraneo Orientale sta permettendo ai turchi di preparare una base negoziale assai favorevole nel contenzioso che li vede opposti alla Grecia.

Se vincesse Biden, invece, il ruolo di alfiere di un Islam diverso e più popolare rispetto a quello saudita, che la Turchia ha assunto con Erdogan, potrebbe trovare una nuova valorizzazione da parte americana.

Ecco perché Ankara può osservare con maggior distacco gli eventi e continuare a dedicarsi senza eccessivi patemi d’animo al perseguimento della propria agenda regionale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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