03:50 05 Dicembre 2020
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Il referendum era originariamente previsto per il 29 marzo, ma si svolgerà nel fine settimana insieme alle elezioni locali in diverse regioni, dopo essere stato rinviato a causa della pandemia di coronavirus.

Agli elettori verrà chiesto di approvare le modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione per ridurre il numero dei parlamentari da 630 a 400 alla Camera dei Deputati e da 315 a 200 al Senato.

La proposta è stata una delle principali promesse della campagna elettorale del 2018 da parte del Movimento Cinque Stelle che ha fatto della riduzione dei costi della politica uno dei suoi cavalli di battaglia. Questo punto è entrato a far parte dell'accordo del governo di coalizione tra M5S e Partito Democratico (PD) un anno fa.

A pochi giorni del voto fotografa la situazione per Sputnik Michele Ainis, componente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’università di Roma Tre.

L'Italia avrà davvero un beneficio economico se il numero dei parlamentari verrà ridotto?

Ovviamente sì, però è un piccolo beneficio. Non può essere questa la ragione che giustifica questa riforma. Perché la democrazia costa, costa dovunque nel mondo, quindi chi vuole un sistema democratico deve anche accetarne i costi.

In verità penso che ci siano le conseguenze positive perchè il Parlamento italiano è il Parlamento più affollato del mondo, 16 parlamentari per ogni milione di abitanti, e questo priva di autorevolezza le Assemblee parlamentari.

D'altra parte in Assemblea costituente venne deciso un numero diverso da quello che poi e’ intervenuto. Erano un deputato ogni ottantamila elettori un senatore ogni duecentomila elettori. Poi questo numero è stato modificato perchè si temeva che crescesse troppo siccome come c'era stato il boom demografico negli anni ’50 e questi parlamentari crescevano.

E allora si mise un numero fisso di 630 deputati e di 315 senatori. Il numero fisso, all'epoca, nel 1963 venne deciso per evitare che il parlamento diventasse troppo numeroso. Quindi in qualche modo corrisponde all’intenzione originaria quello di adeguare i numeri ad una diversa rappresentanza.

Quali saranno le conseguenze per la rappresentanza democratica in parlamento? Quali regioni saranno particolarmente svantaggiate e quali beneficeranno del taglio?

Allora, in linea di principio, un Parlamento con meno parlamentari diventa anche più riconoscibile. Adesso nessuno sa chi è il suo deputato, il suo senatore. Se fossero meno, basta pensare al Senato americano, dove i componenti sono soltanto cento, se fossero di meno diventerebbero più prestigiosi, più autorevoli ed anche più rappresentativi, e questa è una cosa importante che potrebbe essere un principio della cura per migliorare il ruolo del Parlamento.

Poi però a questo intervento dovranno seguirne altri, a cominciare dalla legge elettorale perché, in effetti, l’effetto occulto di una riduzione del numero dei parlamentari è un effetto di tipo maggioritario e quindi in qualche misura può penalizzare i partiti più piccoli che avrebbero più difficoltà ad eleggere dei rappresentanti in parlamento.

Questo problema si pone soprattutto al Senato e si pone soprattutto per le regioni italiane più piccole, cioè la Basilicata e il Molise, quindi la prossima legge elettorale dovrà intervenire per correggere queste distorsioni.

Quali partiti risentiranno maggiormente della riduzione del numero dei legislatori? Quali ne trarranno invece vantaggio?

I partiti più grandi ne avranno forse un vantaggio e i partiti più piccoli uno svantaggio, però un partito è grande oggi e piccolo domani – in Italia succede spesso.

In caso di vittoria del NO, quali saranno le conseguenze per la coalizione di governo PD-M5S? Questo potrebbe creare una crisi di governo?

Può essere un pretesto per una crisi di governo, nel senso che ci sono già dei venti di crisi. C'è soprattutto una condizione economica e sanitaria che preoccupa gli italiani e che anche divarica le forze politiche, cioè introduce elementi di divisione tra le forze politiche. Quindi io credo che una crisi di governo, se ci sarà, interverrà per queste ragioni, per ragioni economiche, per ragioni sociali e sanitarie. Siccome però sia il Partito Democratico che i Cinquestelle si sono espressi a favore del sì a questo referendum, se invece vincesse il no, ecco, quello potrebbe essere la buccia di banana.

La votazione si svolgerà adesso invece che a marzo, mese in cui era stata originariamente prevista. Secondo lei, la pandemia di coronavirus ha in qualche modo influenzato l'opinione pubblica rispetto alla necessità di ridurre il numero dei parlamentari? Può aver incrementato il numero di sostenitori della riforma vista la crisi economica e la necessità di ridurre la spesa pubblica?

Diciamo che adesso l’opinione pubblica è distratta da altri temi, che sono quelli che dicevamo adesso, cioè i temi dell’economia e della salute.

Mentre a febbraio o a gennaio c’era maggiore attenzione sulla politica – diciamo – dei politici, che riguarda anche questo aspetto, adesso di meno, però è cresciuto un fronte di contrari a questa riforma e questo fatto, insieme probabilmente alla scarsa motivazione che avranno gli italiani ad andare a votare il referendum, perché intanto ti devi mettere in coda in un seggio elettorale e rischi di ammalarti e poi perché ci sono altri temi.

Allora chi vota sì è meno motivato di andare a votare rispetto a chi vota no per una serie di ragioni. E allora questo può certamente aiutare i contrari alla riforma, i No.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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