22:20 19 Settembre 2020
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Gli italiani stanno per recarsi alle urne. Li attende una scheda che riguarda una riforma costituzionale fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle. Si voterà anche per il rinnovo di sette governatori ed altrettanti consigli regionali.

Le partite sono naturalmente disgiunte, salvo che nella data di svolgimento, ma il mondo politico attende con ansia i segnali che giungeranno dagli elettori, anche perché sarà la prima volta che si pronunceranno dopo il lockdown della scorsa primavera e la grave crisi economica determinata dal Covid-19.

L’imperativo che sembra aver guidato le scelte dei maggiori partiti sul referendum costituzionale è quello di non perdere. Esiste il diffuso convincimento che la forza del sentimento antipolitico sia ormai irresistibile e che non sia possibile davvero contrastare un intervento che riduce di un terzo il numero dei parlamentari da eleggere e pota la “casta”.

Nessuno vuol trovarsi il 21 settembre dal lato degli sconfitti. Era stato così anche al momento di votare nelle assemblee di Montecitorio e Palazzo Madama questa imponente sforbiciata di senatori e deputati.

L’adesione al sì, cioè alla conferma della riforma varata da Camera e Senato, seppur larga, non è peraltro del tutto sincera, riflettendo piuttosto in molti casi delle valutazioni opportunistiche di convenienza immediata.

Alcuni partiti hanno formalmente lasciato liberi i propri elettori, pur pronunciandosi per il sì. Altri, pur condividendo l’indicazione in favore del taglio dei parlamentari, di fatto non la sostengono nelle piazze.

Nei palazzi del potere, inoltre, parecchi remano contro. E non potrebbe essere diversamente, dal momento che il drastico taglio incombente sui seggi significa per tutti un accresciuto rischio di restare a casa quando finirà la legislatura in corso.

I sostenitori del no venuti allo scoperto affermano che la riduzione dei parlamentari diminuirebbe la rappresentatività delle Camere ed accrescerebbe il potere delle segreterie dei partiti.

Tale tesi, per quanto seducente, è corretta soltanto limitatamente alla parte che riguarda la probabile perdita di peso ed influenza delle formazioni politiche minori, circostanza che ne spiega la resistenza, malgrado stia avanzando in Parlamento un progetto di riforma elettorale che tenderebbe comunque a tutelarne “il diritto di tribuna”.

Non si vede invece come la contrazione del numero dei parlamentari possa aumentare ulteriormente la forza dei vertici dei partiti, già allo zenit.

Attualmente, infatti, spetta a loro il potere incontrastato di assegnare i collegi e le posizioni nelle liste delle rispettive formazioni. Non cambierebbe molto, quindi, salvo il numero dei candidati da distribuire sul territorio, che si contrarrebbe.

Una vera modifica di questo stato di cose si avrebbe soltanto se venisse generalizzata la reintroduzione del voto di preferenza, che premierebbe i partiti in grado di schierare le personalità più competitive nelle varie circoscrizioni elettorali.

Merita invece qualche considerazione in più l’argomento secondo il quale il no sarebbe un segnale di sfiducia al Governo e al Parlamento tutto. Come già nel 2016, c’è infatti chi vorrebbe approfittare del referendum per innescare una crisi politica in grado di provocare un bel rimescolamento di carte e, magari, anche la convocazione di nuove elezioni generali.

In effetti, se i no si avvicinassero al 50% o la riforma costituzionale venisse addirittura bocciata, dei contraccolpi sarebbero altamente probabili.

Forse non cadrebbe il Governo, ma le segreterie espostesi con meno convinzione in favore del sì potrebbero essere sfidate dalle rispettive minoranze interne. È questo soprattutto il caso del Pd, il cui leader potrebbe essere chiamato a rispondere di un eventuale fallimento della strategia prescelta.

Conterà, naturalmente, anche quanto accadrà nelle urne delle Regioni in cui si vota per i nuovi governatori. In alcune zone d’Italia, il pronostico è “chiuso”. Luca Zaia, ad esempio, non corre per la riconferma alla guida del Veneto, ma soltanto per ottenerla con un risultato storico, puntando addirittura al 70% dei consensi.

In altre aree, invece, la partita è molto più aperta. È il caso della Puglia, dove la riconferma del presidente Michele Emiliano è incerta; delle Marche, in cui si profila un cambio di colore della giunta e, soprattutto della Toscana, nella quale è in atto un tentativo della Lega di porre fine all’assoluto dominio politico del centro-sinistra, che dura dalle prime elezioni del 1970.

Una doppia sconfitta del Pd in Puglia e in Toscana causerebbe certamente problemi a Nicola Zingaretti, specialmente se risultati negativi giungessero anche dalle Marche o dalla Campania, dove Vincenzo De Luca è considerato peraltro favorito.

L’eventuale indebolimento della leadership del Pd, tuttavia, non dovrebbe avere ripercussioni decisive sulla tenuta del quadro politico. Anzi, è piuttosto probabile che il possibile rafforzamento dell’opposizione induca l’attuale maggioranza a serrare le fila, magari avvicendando qualche personalità nella compagine ministeriale. Del resto, se ne parla già.

Gli interessi favorevoli alla preservazione dello status quo sono in effetti fortissimi: esiste un accordo informale solidissimo a non provocare lo scioglimento delle Camere fino all’inizio del cosiddetto “semestre bianco” che precede l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, per evitare che le attuali opposizioni possano influire sulla scelta del successore di Sergio Mattarella.

La situazione può naturalmente cambiare in qualsiasi momento, ma in risposta a più pressanti problemi d’altra natura – soprattutto economico-sociale o internazionale - che il Governo giallo-rosso non riuscisse ad affrontare.

Ecco perché di tanto in tanto sulla scena pubblica si affaccia Mario Draghi, con interventi che somigliano sempre più a veri e propri programmi politici funzionali ad agevolarne la candidatura alla premiership, da più parti sollecitata.

A suo sostegno, è in gestazione un progetto neocentrista che appare molto più concreto della prospettiva di elezioni politiche che potrebbero rilanciare il centro-destra.

Guardando a Draghi e alla necessità di un garante credibile nei confronti dell’Unione Europea quando si tratterà di chiederne i soldi in cambio di riforme strutturali impopolari, molti moderati hanno iniziato a muoversi all’interno dei propri partiti di appartenenza, per costruire alleanze trasversali che potrebbero emergere all’improvviso.

Come spesso capita in Italia, è più probabile che il cambiamento arrivi dall’interno del palazzo che non da una piazza le cui pulsioni sono quasi sempre ignorate. Bene quindi osservare cosa bolle nel corpo elettorale italiano, senza però attribuire al voto imminente l’importanza sproporzionata di cui lo si sta caricando.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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