19:53 19 Settembre 2020
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Il numero delle sedi diplomatiche di un qualsiasi Paese presso Stati esteri non è necessariamente indice della sua potenza politica, ma dà certamente l’idea delle sue ambizioni internazionali.

Fino a pochi anni orsono, il maggior numero nel mondo apparteneva agli Stati Uniti che, tra ambasciate, consolati e presenza nelle organizzazioni internazionali ne totalizzavano 274 (Oggi sono 273).

Dal 2019 il primo posto spetta piuttosto alla Cina che ne può vantare ben 276. Con l’arrivo al potere di Xi Jin Ping, le mire egemoniche cinesi sono diventate evidenti e il numero di ambasciate e consolati si è moltiplicato in tutti i continenti. Ancora nel 2011 Pechino vantava 23 postazioni meno di Washington ma già nel 2016 la differenza si riduceva a 8 postazioni.

In quell’anno la Cina era ancora terza dopo gli Stati Uniti e la Francia e, nel 2017, anche la Francia è stata superata. Il sorpasso nei confronti degli USA è avvenuto nel 2019.

Negli ultimi due anni e limitandoci alle ambasciate, Pechino ha inaugurato uffici in Burkina Faso, nella Repubblica Domenicana, in El Salvador, in Gambia e a Sao Tomè e Principe. Non è una coincidenza che l’apertura di queste nuove ambasciate sia coincisa con la rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan. Ciò a conferma del concetto, molto caro a Pechino, che la loro sia l’unica Cina esistente e che l’isola sia solo temporaneamente sottratta al suo controllo.

Ad oggi, i Paesi del mondo che mantengono rapporti diplomatici ufficiali con Taiwan si sono ridotti a 15, ivi compreso il Vaticano che, comunque, da anni sta cercando di riallacciare i rapporti con la Cina Popolare. Anche i consolati cinesi sono nel frattempo aumentati, soprattutto nelle piccole (apparentemente insignificanti) Isole/Stato dell’Oceano Pacifico quali, ad esempio, Kiribati e le Isole Solomon.

A proposito dei consolati, gli americani ne vantano 88 mentre i cinesi sono già a 96 di cui 41 in Asia e 28 in Europa. Un’altra coincidenza che casuale non è, è che molti degli Stati che hanno visto nuove aperture sono proprio quelli coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta.

Durante tutto il periodo che ha preceduto l’arrivo di Xi, la Cina si era sempre attenuta, anche in diplomazia, al suggerimento di Deng Xiao Ping che invitava ad agire con un tranquillizzante understatement: “Nascondi la tua forza e prendi tempo”.

Evidentemente, questo atteggiamento è cambiato non solo con le azioni di forza condotte nei mari del sud-est asiatico alle spese di Vietnam, Filippine e altri, ma anche nel lanciare una strategia di presenza diplomatica accompagnata da finanziamenti e aiuti economici coerenti, seppur spesso rischiosi.

Gli USA temporeggiano e arretrano

Davanti all’ “avanzata” cinese, Washington non sembra intenzionata a reagire. Non solo ha chiuso il Consolato Generale di San Pietroburgo nel 2018 a causa delle nuove tensioni con il Cremlino, ma sta anche lasciando scoperte 73 posizioni, perfino alcune strategicamente importanti. In controtendenza con Pechino, Trump ha perfino deciso la riduzione del budget (meno 23%) del Dipartimento di Stato e di qualche agenzia collegata.

  • Nonostante la Cina sia diventata il Paese più rappresentato all’estero, gli Stati Uniti rimangono il Paese dove è presente il maggior numero di ambasciate e consolati esteri che arrivano a essere ben 342.
  • Nel Paese del Dragone, almeno per ora, gli Stati stranieri che mantengono loro uffici diplomatici non ne hanno più di 256.

Che l’estensione della propria rete diplomatica sia sempre frutto di decisioni di carattere politico è scontato, mentre eventuali riduzioni possono avere la stessa causa oppure essere motivate da una semplice volontà di risparmio.

In questi ultimi anni si è assistito a numerosi eventi che hanno inciso sugli equilibri politici mondiali e i numeri delle ambasciate e dei consolati ne sono stati influenzati.

La Brexit, ad esempio, ha spinto l’Irlanda e l’Olanda ad aumentare i loro sforzi diplomatici sull’estero mentre, stranamente, è dal 2016 che la Gran Bretagna riduce la propria rete in alcune parti del mondo e punta ad aumentarla solo in estremo oriente.

Anche il Giappone, timoroso del dilagare della diplomazia cinese in territori considerati “vicini di casa”, ha aumentato le proprie sedi con l’apertura di nuovi uffici in Cambogia, Filippine, Seychelles e Vanuatu, arrivando a sommare ben 247 postazioni nel mondo e classificandosi al quarto posto mondiale come sviluppo della rete.

E l'Italia?

Come già affermato

  1. al primo posto c’è oggi la Cina
  2. al secondo gli USA
  3. al terzo la Francia con 267 rappresentanze.

Seguonoil Giappone, la Russia (242 sedi e la Turchia (235 uffici). Il caso di quest’ultimo Paese è molto indicativo perché l’aumento degli sforzi diplomatici è il perfetto specchio delle sue ambizioni internazionali. Dal 2017 a oggi le rappresentanze si sono moltiplicate e i continenti privilegiati sono stati l’Africa e l’America Latina. 

E l’Italia? La nostra rete è la decima nel mondo con un totale di 209 sedi di cui 124 ambasciate, 77 Consolati Generali e 8 Missioni Permanenti. Prima di noi la Germania, il Brasile e la Spagna.

Vada per la Spagna visto il suo passato coloniale, ma che Germania e Brasile investano nelle sedi estere più di noi che abbiamo una marea di persone di origine italiana sparpagliata nel mondo dà da pensare. I tedeschi lo fanno per aiutare l’esportazione dei propri prodotti (e ci riescono). E noi?

(i dati sono ricavati da: Lowi Global Diplomacy Index)

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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