12:16 19 Settembre 2020
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Il duello greco-turco in corso nell’Egeo pone in difficoltà tanto l’Unione Europea quanto l’Alleanza Atlantica.

Se ne è avuta una prova in seguito all’ulteriore escalation della crisi, che ha fatto recentemente registrare l’annuncio di nuove esercitazioni da ambo le parti, forti prese di posizione da parte di esponenti politici turchi e la mobilitazione incrociata delle rispettive truppe.

Soldati greci sono giunti su alcune isole del Dodecaneso, mentre unità di Ankara sarebbero state spostate verso il confine terrestre che separa la Repubblica ellenica dalla Turchia.

Nelle ultime settimane, la Grecia ha sollecitato la solidarietà europea e quella della Nato, ottenendo finora soltanto alcuni sostegni che sono stati assicurati esclusivamente su base bilaterale.

Una portaerei americana, la USS Eisenhower, ha fatto brevemente capolino nelle acque di Creta a luglio. Poi si sono visti i francesi, che hanno prima inviato una squadra guidata dal Tonnerre ed ora la loro portaerei nucleare Charles De Gaulle.

È giunta altresì una nave italiana, il cacciatorpediniere De La Penne, che però si è esercitato tanto con i greci quanto con i turchi, seppure con diversa intensità: con i turchi per qualche ora, con i greci per tre giorni. Sono stati notati anche alcuni contributi aerei, in particolare dalla Francia e dagli Emirati Arabi Uniti.

In Mediterraneo si sono affacciati anche i tedeschi, assumendo una linea dai contorni ancora meno definiti di quelli della presenza italiana: la loro fregata Hamburg si è integrata nella missione europea Irini, che si svolge sotto comando italiano. Mentre un incidente di minori proporzioni al largo di Ustica ha rivelato alcuni giorni or sono la presenza di una seconda fregata, la Brandenburg.

La Germania sta cercando di utilizzare l’influenza di cui dispone tanto su Atene quanto su Ankara per indurle ad avviare una trattativa che possa soddisfare almeno in parte le aspirazioni turche. Una disponibilità greca a discutere dello sfruttamento di alcuni tratti di mare, in effetti, esisterebbe, ma ovviamente non viene enunciata pubblicamente per ragioni di tattica negoziale.

Neppure Angela Merkel, tuttavia, ha ottenuto granché, probabilmente perché ha sopravvalutato il peso del condizionamento che Berlino è effettivamente in grado di esercitare. In realtà, infatti, anche Ankara è in grado di far sentire le proprie ragioni in Germania, tramite la folta diaspora che ci vive e vota.

Né l’Unione Europea né l’Alleanza Atlantica hanno soddisfatto per il momento la richiesta di appoggi concreti da parte di Atene. Le cause di questo atteggiamento passivo sono piuttosto intuitive, un po’ meno le potenziali ricadute a medio-lungo termine.

Nell’Ue l’unico paese apparentemente pronto ad usare la forza per difendere l’integrità del territorio greco è la Francia, che si è mossa autonomamente in favore della Grecia, sia perché ostile ovunque alla dilatazione della sfera d’influenza turca sia, probabilmente, per ottenere da Atene alcune commesse d’interesse della sua industria nazionale dei materiali d’armamento.

Quanto alla Nato, le sue esitazioni riflettono la necessità di non compromettere la coesione dell’Alleanza e, soprattutto, evitare qualsiasi atto che possa spingere la Turchia ad uscirne. È verosimile che dietro la prudenza atlantica vi sia quella degli stessi Stati Uniti, che da qualche mese stanno cercando di blandire Ankara, tanto in Siria quanto in Libia. Il Segretario Generale Stoltenberg sta provando a mediare, ma la postura prescelta non sembra per il momento aver entusiasmato Atene.

Quanto sta avvenendo a Bruxelles, nel quartier generale dell’Alleanza, è in fondo il logico risultato della comparazione degli interessi strategici in gioco.

Nella Nato, la Turchia è oggettivamente più forte della Grecia che, oltretutto, non ha mai mostrato, almeno finora, alcuna inclinazione ad uscire dall’ambito euro-atlantico cui è legata. Atene non detiene quindi alcun potere di ricatto, né palese né occulto, nei confronti di Bruxelles e tale circostanza ne diminuisce fatalmente il peso nell’Alleanza Atlantica.

La Nato, inoltre, è nata come un patto politico-militare difensivo rispetto ad un nemico esterno e si trova conseguentemente a disagio quando sia chiamata a dirimere una controversia che contrappone tra loro degli Stati membri. Come nel 1974, il massimo che possa fare in questi casi è isolare i paesi coinvolti, fino alla risoluzione del contenzioso che li divida.

Gli effetti di questa situazione di relativa debolezza greca potrebbero essere molto significativi. L’Unione Europea è stata ed è un fattore importante del processo di modernizzazione intrapreso dalla Grecia, ma le condizioni imposte per il suo salvataggio dal crack finanziario hanno determinato nel 2015 dissapori in ampie parti della sua opinione pubblica non ancora del tutto assorbiti.

Il rifiuto comunitario di concorrere alla difesa del territorio greco da una minaccia percepita come grave ed imminente potrebbe restituire forza agli euroscettici ancora presenti tra i greci, anche se l’opzione dell’uscita dall’Unione rimane sostanzialmente impraticabile per ragioni finanziarie.

Per quanto riguarda la Nato, però, ad Atene qualcuno potrebbe dubitare dell’efficacia della mutua difesa che costituisce il fondamento del trattato di Washington e con il tempo indurre il governo greco a modificare la cornice dei rapporti internazionali che definiscono la sua politica di sicurezza nazionale.

Potrebbe ad esempio crescere l’appeal della Repubblica Popolare Cinese, cui è già stato concesso l’uso di una parte importante del porto del Pireo.

Si rafforzerebbe altresì l’incentivo a stabilire una serie di rapporti bilaterali politico-militari “di rassicurazione” con le nazioni più esposte nel format EastMed, come Israele, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e qualsiasi altro paese stabilisse a sua volta relazioni privilegiate con lo Stato ebraico.

Quest’ultima circostanza potrebbe spiegare perché persino gli iraniani siano stati recentemente sospettati di aver intrapreso iniziative cibernetiche ostili nei confronti della Grecia, seppure per ora di dimensioni assai circoscritte e comunque non suffragate da prove definitive.

In sintesi, la complessità della crisi in atto nell’Egeo e la sostanziale inerzia ed impotenza finora dimostrate dall’Unione Europea e dall’Alleanza Atlantica nel gestirla potrebbero accelerare la frammentazione strategica del blocco euro-atlantico nel Mediterraneo e la sua sostituzione – od affiancamento - con un assetto più fluido di assi securitari a geometria elastica.

Sembra altresì inevitabile una forte crescita della domanda di materiali d’armamento in tutta la regione.

L’incertezza ed i rischi continuano infatti ad aumentare, con significativo pregiudizio degli interessi di tutti gli Stati mediterranei, che hanno invece un urgente bisogno di stabilità per tentare di uscire dalla depressione in cui li ha sprofondati il Covid-19.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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