05:24 26 Settembre 2020
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Meglio tenersi 945 parlamentari e spendere centinaia di milioni in più, ma evitare una trappola grillina che oltre ad essere motivata dal più greve populismo non contiene proposte capaci di migliorare il processo legislativo e apre la strada a chi sogna un regime da Grande Fratello.

Senza contare che la sconfitta del SI delegittimerebbe il M5S mettendo fine al governo giallo-rosso. 

Ammettiamolo pure, 945 parlamentari sono troppi e una sforbiciata da 500 milioni di euro (secondo le previsioni del Movimento 5 Stelle) o da 300 (secondo quelle dell’Osservatorio per i Conti Pubblici di Cottarelli) farebbe sicuramente bene alle casse dello Stato. Ma questo basta a votare SI’ al referendum del 20 e 21 settembre? La risposta è assolutamente NO. Per quattro ottimi motivi. 

II primo, e più evidente, è che democrazia, politica e potere rappresentativo non si misurano in termini di costi e di numeri, ma con la capacita di interpretare le pulsioni della società e della nazione. Altrimenti per guidare un Paese basterebbero un pallottoliere, una matita e un quaderno a quadretti. Ma non è così. Le prove più evidenti ce le offrono gli insuccessi di quello stesso Movimento 5 Stelle che propone il taglio dei parlamentari. Fin qui tutte le presunte riforme grilline si sono rivelate un colossale fallimento. A partire da quel reddito di cittadinanza considerato la loro riforma bandiera. Ad oggi secondo un rapporto della Corte dei Conti il reddito di cittadinanza ha generato appena 40mila posti di lavoro mentre il tasso di disoccupazione resta al 9,7 per cento e tra i giovani sale addirittura al 31,1 percento. Il tutto a fronte quasi quattro miliardi già andati in fumo e di altri 26 destinati a venir bruciati da qui al 2022 per garantirne il funzionamento.

Il motivo di quel fallimento e di quelli successivi è semplice. Dietro non c’era un’autentica proposta politica, ma l’irrazionale populismo di una banda di debuttanti convinti che bastasse distribuire denaro ad uno stuolo di presunti non abbienti per risollevare l’economia e ridurre la disoccupazione. Ma la politica economica non è una semplice somma di fattori e così quei soldi distribuiti a pioggia sono diventati “lacrime nella pioggia”. La stessa fine rischiano di farla i 300 o 500 milioni risparmiati grazie al taglio dei parlamentari. Da qui alla seconda ottima ragione per votare NO il passo è breve. La mancanza di organicità costituzionale è una delle più impressionanti carenze nascoste dietro l’attraente quesito referendario a 5 Stelle. La proposta di tagliare 300 parlamentari non è corredata da uno straccio di riforma costituzionale capace sveltire i processi parlamentari e risolvere l’eterno quesito di una Camera e Senato con poteri pressoché equivalenti. Approvare questa presunta riforma dopo aver affondato, quattro anni fa, il progetto di un Matteo Renzi che aveva, se non altro, il merito d’indicare la strada per trasformare rappresentanza e funzioni del Senato sarebbe un autentico paradosso.

La seconda buona ragione del NO apre la strada alla terza, ovvero al sospetto che la scarna proposta del M5S sia solo l’antipasto di un menù ancor più indigeribile. Un menù che nel lungo periodo punta a quell’abolizione del Parlamento e alla fine della democrazia rappresentativa vagheggiata soltanto due anni fa da Davide Casaleggio in una intervista alla Verità.html “Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile - disse allora il guru a 5 Stelle inneggiando a “strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco”.

Insomma se le parole hanno un senso dietro il referendum potrebbe rivelarsi il primo passo verso l’imposizione di un regime da Grande Fratello affidato a strumenti informatici simili a quella piattaforma Rousseau con cui la Casaleggio & Associati condiziona già oggi le scelte del Movimento. Un regime di cui s’intravvede l’ombra dietro ad un Giuseppe Conte premier mai votato, ma già avvezzo a governare per decreti sfruttando le clausole sull’emergenza legata alla pandemia. 

Da qui la quarta ottima ragione per un NO capace non solo di bloccare una proposta indecente, ma di delegittimare la politica dei 5 Stelle e far cadere la compagine giallo-rossa. Un risultato sufficiente, anche da solo, a giustificare il NO. Un successo referendario rischia infatti di neutralizzare l’eventuale sconfitta dei giallo-rossi nelle elezioni regionali di Campania, Liguria, Puglia, Toscana, Marche e Veneto condannandoci a subire il governo Conte e l’alleanza giallo-rossa fino alla fine della legislatura.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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