03:26 24 Ottobre 2020
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Gli Stati Uniti, la cui crisi dei subprime diede l’avvio a una tempesta finanziaria che si sparse ovunque, alla fine di luglio hanno raggiunto un debito pubblico di 26 bilioni di dollari ed a ciò occorre aggiungere qualche altro bilione di debito privato acceso dalle famiglie o dalle imprese dietro emissione di propri titoli (corporate bonds).

Proprio su queste pagine ho già scritto in merito al debito cinese, pubblico e privato, e abbiamo dovuto costatare quanto la sua entità possa costituire un grave pericolo per l’economia di quel Paese e dell’intero mondo. Purtroppo, anche l’altra principale economia del pianeta, almeno per quest’aspetto, non sembra in migliori condizioni.

Nonostante si pensi comunemente il contrario, il rischio più pericoloso per un’economia non è l’indebitamento statale bensì proprio quello dei privati. Si sa che le famiglie americane sono abituate a pagare tutto a rate e ciò significa che accendono un debito dopo l’altro, arrivando ogni mese a esaurire le possibili entrate.

Naturalmente, ricevendo quei prestiti hanno l’intenzione di ripagarli regolarmente ma il problema nasce quando il denaro che entra si riduce per un qualunque motivo e diventa difficile rispettare gli impegni assunti.

Una riduzione della crescita economica generale o casi imprevisti quali la recente pandemia scombussolano tutte le più razionali previsioni di incasso e i debiti possono rimanere insoluti.

I maggiori creditori sono solitamente le società che gestiscono le carte di credito oppure le banche che elargiscono direttamente i prestiti, ma lo sono anche, per esempio, le società finanziarie che assicurano l’acquisto delle automobili e lo Stato che elargisce “prestiti d’onore” agli studenti.

Il debito degli studenti

Il debito totale raggiunto dagli studenti che hanno avuto i loro studi finanziati dallo Stato riguarda circa 45 milioni di persone e raggiunge la cifra di 1640 miliardi di dollari (nel 2012 era ancora di poco più di 600 miliardi).

·         L’età media attuale di chi è chiamato a ripagare questo generoso credito è compresa tra i 25 e i 34 anni (14 milioni e mezzo di cittadini).

·         Segue con 14 milioni e 100 mila il gruppo compreso tra i 35 e i 49 anni.

·         Ben 5 milioni e 700 mila hanno oggi un’età che va dai 50 ai 61 anni e altri 2 milioni di americani hanno ancora debiti per un totale di 76 miliardi pur avendo già passato i 62 anni senza ancora avere finito di restituire al governo quanto avevano ricevuto in gioventù.

·         Lo Stato maggiormente indebitato verso questi prestiti è la California. Lì quasi 4 milioni di persone devono ancora ripagare 135 miliardi.

·         Il fatto che dà da pensare è che alla fine del 2019 l’11% di tutti questi ex studenti era già dichiarato insolvente o era in ritardo per più di 3 mesi nell’onorare il proprio impegno. Se guardiamo al totale del debito privato americano, quello dei prestiti d’onore è la seconda categoria di debito e viene dopo i mutui per l’acquisto di abitazioni.

Gli immobili e il debito al consumo

I prestiti legati agli immobili toccano i 9950 miliardi di cui il 10% è stimato poter entrare “in sofferenza”. Inoltre, 73 milioni di carte di credito sono già ufficialmente giudicate “insolventi” o di “scarsa solvibilità”. UBS ha calcolato che ciò corrisponderebbe ad almeno 110 miliardi di dollari. Nel totale dei crediti al consumo americani (che ammontano a 3840 miliardi di dollari) il 27% dei consumatori americani è classificato “poco affidabile” .

Ci sarebbe allora da domandarci: perché si è continuato a prestare denaro a chi si dubitava potesse restituirlo? La risposta è semplice: si tratta di spingere il consumo, e cioè le vendite, ad ogni costo. 

Un esempio per tutti è il mercato dell’auto. Non solo la vendita è crollata ma le banche non sanno più cosa farsene dell’enorme quantità di veicoli sequestrati ai debitori morosi. Si stima che la società finanziaria di General Motors stia subendo perdite per tre miliardi e quella legata alla Ford per altrettanti 2,8 miliardi.

Il debito totale delle famiglie statunitensi tocca oggi i 14.150 miliardi di dollari. Se anche soltanto il 10% di questi debitori non riuscisse più a coprire i propri obblighi, stiamo parlando di una bolla enorme che non può che riportarci al famigerato 2007 in cui “saltarono” quasi 500 banche e finanziarie regionali. Tutto ciò senza nemmeno contare le obbligazioni emesse in proprio da varie aziende la cui solvibilità è adesso messa a rischio dalla situazione economica generale dovuta alla pandemia.

Il debito pubblico

Se consideriamo il debito pubblico americano, scopriamo che nel Luglio 2020 toccava i 26.000 miliardi di dollari e cioè l’indebitamento più alto di un qualunque Stato del mondo. Nonostante quello che immaginano alcuni osservatori, la maggior parte di questo debito è detenuta all’interno degli stessi Stati Uniti. I titolari sono, infatti, il Tesoro stesso o altre agenzie federali.

La più grande tra queste agenzie è la Social Security Trust Fund (più o meno equivalente alla nostra INPS) che incassa dai suoi assicurati più di quanto spende e investe poi il proprio denaro nei bond pubblici. Una percentuale importante, comunque, è posseduta da banche centrali o da enti pubblici di Stati stranieri per un totale di circa 6200 miliardi di dollari (Agosto 2020).

I Paesi stranieri che possiedono il debito pubblico americano sono soprattutto:

  1. la Cina con 1180 miliardi (il 5,6% del totale)
  2. il Giappone con 1030 miliardi (4,9%)

Seguono distanziati:

  1. il Brasile (300 miliardi),
  2. l’Irlanda (300 miliardi),
  3. la Gran Bretagna (274 miliardi)
  4. la Svizzera, il Lussemburgo, le Isole Cayman e Hong King con circa 200 miliardi ciascuno.

La Russia nel 2013 possedeva circa 153 miliardi di dollari in titoli di stato americani ma, con l’aumentar delle tensioni con gli Stati Uniti, li ha venduti quasi totalmente riducendosi a possederne per un valore di soli 15 miliardi.

Non c’è dubbio che possedere un migliaio di miliardi di titoli di stato altrui implichi un certo potere di condizionamento nei confronti dell’emittente, ma non va dimenticato che Pechino ha deciso di investire in quel modo i dollari incassati attraverso le esportazioni. Lo ha fatto e lo sta facendo perché se, da un lato, una così importante domanda consente alla FED di tenere bassi gli interessi, dall’altro, quella stessa domanda mantiene alto il valore del dollaro, consentendo così una maggiore competitività ai prodotti cinesi calcolati originariamente sullo Yuan.

E’ possibile un ricatto cinese?

Qualcuno paventa che la Cina possa ricattare gli Stati Uniti minacciando di interrompere i propri acquisti di bond ma la conseguenza sarebbe una rivalutazione dello yuan nei confronti del dollaro e quindi una minor competitività delle esportazioni cinesi.

E’ indubbio che Pechino punti comunque, sul medio e lungo termine, a indebolire il dollaro e le finanze americane.  Tuttavia, per ottenere un risultato che non sia auto-infliggente e controproducente deve prima riuscire ad ottenere che la domanda mondiale di dollari, e cioè il suo uso come principale moneta di scambio internazionale, diminuisca.

E’ un cammino già intrapreso con diversi Paesi con i quali ha già concordato che gli scambi reciproci avvengano con pagamenti nelle rispettive valute o, nel migliore/peggiore dei casi, in Euro.

In questa strategia potrebbe trovare inaspettati “compagni di strada” anche tra qualche tradizionale alleato degli Stati Uniti. Il fatto che Washington applichi verso tutti sanzioni anche “indirette” (cosiddette secondarie) e che usi il dollaro come arma di pressione impedendone l’utilizzo (anche grazie al sistema di pagamento SWIFT) come strumento di pagamento, sta suggerendo a sempre più Paesi la possibilità di ricorrere ad alternative. Perfino alcuni Stati europei stanno cercando un modo per sottrarsi al potere americano giudicato come “prepotente”.

Se mai il dollaro dovesse veramente essere scalzato dal suo ruolo di valuta dominante, il problema dell’enorme debito americano potrebbe trasformarsi in una catastrofe. Di certo, sempre che il sistema non scoppi prima per motivi interni, i primi a esserne colpiti saranno i debitori americani.

Davanti al calo della domanda di questa valuta, la FED non potrebbe più stampare dollari a iosa senza doverne sopportare le conseguenze inflattive e la perdita di valore. I prezzi interni aumenterebbero e ci si troverebbe di fronte a una nuova crisi finanziaria che avrebbe ripercussioni sulle economie di tutti quei Paesi che tuttora vedono negli Stati Uniti un alleato o, almeno, un mercato di sbocco per le proprie merci.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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