12:14 19 Settembre 2020
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Per chi non riconoscesse il nome di chi scrive questo articolo, premetto di essere stato parlamentare per tre legislature e di non avere più l’ambizione di ritornare a esserlo.

Durante la mia permanenza a Montecitorio ho potuto vivere quella macchina dall’interno e coglierne le mancanze ma, al contempo, rendermi conto dell’importanza di questa Istituzione a suggello del metodo democratico. Nel caso di referendum popolare trovo naturale che gli elettori si sentano slegati dalle indicazioni che il partito da loro preferito possa eventualmente suggerire poiché, se così non fosse, tanto varrebbe non lanciare nemmeno un referendum giacché i partiti hanno già espresso le loro preferenze durante i voti in parlamento. Ciò che invece trovo meno naturale, e addirittura disdicevole, è che per invogliare a un voto verso il sì o verso il no si ricorra, da parte di alcuni, alle più palesi menzogne. Cominciamo con le più macroscopiche: il fatto che tagliare trecento parlamentari costituisca un importante risparmio per il bilancio dello Stato e che, grazie a quel taglio, legiferare diventi più efficiente.

Per capire come, nel primo caso, si tratti di una menzogna evidente basta leggere i calcoli effettuati da quel Cottarelli che, più di altri, si è distinto nel ricercare le voci da tagliare al fine di alleggerire la spesa pubblica. Ebbene, la sua conclusione è che il possibile risparmio corrisponderebbe, per ogni cittadino, a 2 euro all’anno e niente di più. Per avere un’idea di cosa significhi questa cifra basta ricordare che la semplice tassa sul possesso di un televisore corrisponde a 90 euro l’anno e che le spese per gestire la prima accoglienza dei clandestini che sbarcano sulle nostre coste(si escludono i costi successivi, sempre a carico dei contribuenti italiani) sono attorno ai quattro miliardi di euro (circa 70 euro annui a cittadino).

Quanto all’ipotetico recupero di efficienza posso, avendolo costatato per tutti gli anni in cui sono stato parlamentare, smentire categoricamente che il numero dei componenti l’assemblea incida sulla velocità e ancor meno sulla qualità della legislazione. Ben diverso sarebbero stati, sia i costi sia l’efficienza, se si fosse deciso di eliminare una delle due Camere. In questo caso, sarebbero scomparsi tutti i costi fissi (struttura e personale) e il processo legislativo sarebbe stato molto più rapido.

Occorre sapere che sui circa 1000 parlamentari in carica, chi mediamente svolge con coscienza e assiduità il proprio lavoro è meno della metà. Gli altri “sopravvivono” e si limitano a schiacciare il bottone verde, rosso o di astensione secondo le indicazioni che ricevono dal proprio gruppo di appartenenza.  Se proprio si devono ridurre i parlamentari, l’ideale sarebbe che a essere “tagliati” siano i più inefficienti.  Al contrario, è talmente probabile (ma la mia esperienza mi dice essere “sicuro”) che i nuovi candidati, essendoci meno posti a disposizione, saranno tutti scelti dai vari “capataz” dei partiti non in base alla loro potenziale produttività istituzionale, bensì alla loro “fedeltà” all’oligarca di turno. Avremo quindi, e solamente, tanti portaborse, adulatori, segretarie o- peggio ancora- amanti dei pochi che decideranno le liste.

Se qualche elettore decidesse di approvare il taglio dei parlamentari, per (comprensibilmente) “castigare” la classe politica nel suo insieme, commetterebbe, ahimè, un errore di prospettiva. Innanzitutto la riduzione del numero non toccherà gli attuali “rappresentanti del popolo” bensì il futuro parlamento. Paradossalmente poi, la vittoria del Sì a questo referendum diventerebbe una “assicurazione sulla vita”, per chi già siede sulle ambite poltrone. Infatti, anche se la stampa sembra non occuparsene, dopo questo voto popolare si renderanno necessari altri quattro interventi legislativi prima di poter andare nuovamente a votare: la modifica dei regolamenti di Camera e Senato, una nuova legge elettorale, un’ulteriore modifica della Costituzione che trasformi l’elezione dei senatori dalla base regionale a quella circoscrizionale, e perfino un’altra modifica costituzionale che riduca il numero dei rappresentanti delle regioni chiamati a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica.

Se i primi due passaggi dipendono esclusivamente da un semplice accordo tra i partiti che, comunque, saranno i soli a decidere quanto tempo sarà necessario per attuarli, le modifiche costituzionali richiederanno ciascuna quattro votazioni, due alla camera e due al senato, con un intervallo minimo (previsto dalla stessa Costituzione in essere) di almeno tre mesi. Da nessuna parte è fissato un tempo massimo per provvedere a questi voti per cui, tra audizioni, dibattiti, correzioni in corso d’opera e via dicendo, i nostri attuali parlamentari guadagneranno almeno un altro anno prima che si possano creare le condizioni per le nuove elezioni politiche. Guarda caso, la Costituzione prevede anche che nei sei mesi precedenti all’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, è proibito sciogliere le camere. Poiché il Mandato del Presidente Mattarella scade nel febbraio 2022, diventa chiaro che l’attuale maggioranza punterà a prorogare la propria sopravvivenza almeno fino a dopo quell’elezione. In modo tale da condizionarla.

Di là della diffusa, e condivisibile, insoddisfazione popolare contro una classe politica che, a detta dei molti, è la peggiore che la Repubblica abbia visto sinora, occorre ricordare che ciò che sta dietro la volontà dei 5Stelle di sminuire le funzioni del parlamento non è semplice demagogia. Si tratta in realtà di un disegno più complesso che punta a delegittimare qualunque forma parlamentare per sostituirla con “non si sa bene cosa” o, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, con un improbabile governo basato sulle consultazioni via internet. In altre parole, il vero obiettivo dei loro leader è sostituire la "democrazia rappresentativa" con la “democrazia diretta”. Naturalmente senza precisare chi la controllerà e perfino chi e come vi potrà partecipare. Coloro che aderirono a quello che fu Movimento (e che oggi è sempre di più la brutta copia dei partiti che furono) avranno già potuto costatare come funzioni quel metodo, chi controlla la formulazione delle domande da sottoporsi e chi ha in mano la gestione dei risultati.

Quanto al comportamento degli altri partiti che in parlamento votarono per questa modifica costituzionale, posso solo dire che la loro rincorsa alla demagogia è puro indice della pochezza intellettuale, e soprattutto istituzionale, di tutti gli attuali leader politici.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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