23:56 24 Ottobre 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
5146
Seguici su

Prima una violenta offensiva dell’Isis tra Palmira e la regione di Deir El Zor nell’est della Siria. Poi lunedì 24 agosto l’attentato al più importante gasdotto del paese che interrompe i rifornimenti a tre centrali elettriche causando un black out generalizzato.

Infine l’inasprirsi dei rapporti tra Mosca e Washington che ad al-Malikiyah, nell’estremo nord est del paese, arrivano ad un passo dallo scontro armato dopo la collisione tra due convogli di mezzi blindati.

Ma cosa sta succedendo? E perchè l’est della Siria è il crogiuolo di tutte le tensioni? Per semplificare potremmo dire che a Ginevra erano sul punto di ripartire, dopo nove mesi di blocco causato dalla pandemia, i colloqui di quel Comitato Costituzionale Siriano guidato dall’inviato Onu Geir Pederse a cui partecipano rappresentanti del governo e dell’opposizione. I colloqui, avviati dopo anni di fallimenti, sono figli di quel “processo di Astana” - lanciato da Mosca - che a fine 2016 avviò il primo negoziato tra governo e opposizione dopo cinque anni di guerra civile. Qualcuno può dunque aver interesse a bloccare un negoziato capace di regalare un successo diplomatico al Cremlino.

Ma guardare solo a Ginevra e ignorare quanto succede sul terreno sarebbe oltremodo superficiale. Lì le forze governative e gli alleati russi si misurano con gli interessi di turchi, iraniani, emirati arabi, sauditi, milizie curde e tribù arabe. Per non parlare della risorta minaccia dell’Isis. Per capirlo basta andare al 9 agosto quando il consiglio degli anziani dell’al-Uqaydat, una delle più importanti tribù arabo-sunnite del nord est siriano, decide di prendere le armi contro gli americani e contro l’Sdf (Fronte Democratico Siriano) l’alleanza di curdi e gruppi arabi messa assieme a suo tempo da Washington per fronteggiare lo Stato Islamico.

La dichiarazione di guerra è la diretta conseguenza dell’occupazione dei pozzi petroliferi del nord est da parte degli Stati Uniti. La decisione risale allo scorso autunno quando il presidente Donald Trump si rimangiò la decisione di ritirare le forze speciali dai territori curdi minacciati dall’offensiva turca e le rimandò in Siria incaricandole di garantire il controllo dei pozzi petroliferi della provincia di Deir El Zor. Un’appropriazione seguita, a giugno, dall’intesa tra curdi e inviati della “Delta Crescent Energy LLC” una compagnia americana pronta a costruire una raffineria da 150 milioni di dollari in cambio dell’autorizzazione a sfruttare gli attuali giacimenti e a cercarne altri nelle zone di Rumeilan, Tel Hamees e Tel Brak.

Quell’intesa ha spinto molte tribù arabe a riavvicinarsi al governo di Bashar Assad per combattere curdi e americani. E così dopo il rapimento e l’uccisione di un paio di sceicchi sunniti per mano dei curdi il 19 agosto è arrivato il primo attacco di una milizia tribale alle forze speciali americane attestate intorno al Conoco Field, uno dei principali pozzi dell’area. Ma in questa complessa contesa s’inseriscono anche altri elementi. Dietro la rivolta delle tribù sunnite s’intravvedono le mosse dei sauditi e di quegli Emirati Arabi guidati da un principe ereditario Mohammed Bin Zayed pronto mesi fa a finanziare l’offensiva di Bashar Assad contro i ribelli appoggiati dalla Turchia nella provincia di Idlib. Un’intromissione rientrata dopo l’intervento del Cremlino che in Siria punta a soluzioni diplomatiche concordate con Ankara. Ma per l’uomo forte degli Emirati, grande nemico della Turchia e dei Fratelli Musulmani, la Siria è un risiko esenziale per l’egemonia nel mondo sunnita. Un risiko in cui non esita a giocare a rimpiattino sia con gli americani - grazie ai quali ha raggiunto accordo di pace con Israele - sia con una Russia di cui non gradisce le intese con Ankara.

A complicare i negoziati russi s’aggiungono le mosse dell’Iran. In Siria la Repubblica Islamica non è alleata, ma concorrente di Mosca e punta all’egemonia sulle regioni di confine con l’Iraq, segmento essenziale di quell’asse sciita che da Teheran attraversa i territori di Baghdad e Damasco per raggiungere Libano e il nord d’Israele. La rivolta degli al-Uqaydat è appoggiata, ad esempio, da Nawaf al-Bashir lo sceicco di una tribù sunnita alleata da tre anni degli iraniani. Tutto questo rende estremamente reattivi gli americani consapevoli di essersi infilati in un ginepraio dove rischiano uno scontro su più fronti con tribù arabe ed emissari iraniani alla vigilia delle elezioni presidenziali. E ad agitare ancor di più Washington s’agiunge lo spettro di un accordo diplomatico russo-turco capace di metterli fuori gioco politicamente. In questo scenario è facile capire perchè gli americani non abbiano fatto decollare i propri aerei per bloccare un’offensiva dell’Isis che minaccia principalmente i territori governativi. Un’offensiva bloccata solo dall’intervento dei caccia bombardieri russi protagonisti di numerosi raid contro le posizioni dello Stato Islamico in quel deserto di Badiya Al Sham tra Palmira e Deir El Zor dove le forze governative hanno subito decine di perdite.

In questa complessa guerra a bassa intensità combattuta su decine di fronti s’inserisce il misterioso attentato che ha colpito il principale gasdotto del paese paralizzando la Siria. L’attentato attribuito da fonti americane all’Isis non è, in verità, mai stato rivendicato da un gruppo terrorista che avrebbe tutto l’interesse a dimostrarsi attivo e capace di colpire. Il misterioso attacco agli impianti energetici è del resto solo l’ultimo di una lunga serie. A dicembre alcuni droni avevano messo fuori uso tre impianti petroliferi nel centro della Siria. E a gennaio un’installazione sottomarina che pompa petrolio nelle due principale raffinerie del paese era stata distrutta dall’esplosione di alcune bombe collocate sott’acqua. Insomma attacchi molto più complessi rispetto a quelli attribuibili ai resti dell’Isis. Attacchi che fanno pensare ad una regia sofisticata. Una regia impegnata a impedire la resurrezione delle regioni della Siria già pacificate e a fomentare gli scontri in quelle dove il Cremlino cerca una soluzione diplomatica.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook