03:23 24 Ottobre 2020
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Partiamo dal raffronto con i parlamenti degli altri paesi occidentali per porci la domanda – cosa cambierebbe concretamente nel caso la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari passasse?

Domenica 20 e lunedì 21 settembre, saremo chiamati al voto sul referendum costituzionale che chiede la riduzione del numero di parlamentari. Se voteremo Sì (a differenza dei referendum abrogativi, quelli costituzionali non hanno quorum), i deputati passeranno da 630 a 400, mentre i senatori (esclusi dal computo quelli a vita), da 315 a 200.

Da una parte i sostenitori del taglio, che farebbe risparmiare alle casse dello Stato tra i 500 (stime M5S), i 400 (stime più prudenti e intermedie di altri osservatori), e i 300 milioni circa di euro a legislatura (Osservatorio sui conti pubblici di Cottarelli); dall’altra chi sostiene di voler essere ‘meglio’ rappresentato e non ‘meno’.

Sia i sostenitori del No, che quelli del Sì, sono impegnati in questi giorni a fare raffronti con quanto accada negli altri ordinamenti occidentali delle nazioni che riteniamo più simili alla nostra. Ma spesso questi raffronti non sono del tutto corretti.

Non è corretto per esempio fare un raffronto tra i nostri 630 deputati su 60 milioni di abitanti, per una proporzione di un rappresentante ogni 100mila abitanti, con Malta, che ha 68 deputati su una popolazione di meno di mezzo milione, per una proporzione di 14 rappresentanti abbondanti su 100mila abitanti. A parte il fatto che il loro Parlamento è monocamerale, il nostro bicamerale, ma soprattutto questo confronto non tiene conto del fatto che a Malta i deputati gestiscono anche le incombenze amministrative territoriali che da noi vengono prese in consegna dalle amministrazioni regionali e provinciali vista la vastità del nostro territorio rispetto al loro. Esattamente come non sarebbe del tutto corretto fare un confronto con l’India, Paese che ha un miliardo e 380 milioni di abitanti, con una Camera del Popolo di soli 552 membri e un Consiglio degli Stati con 250 rappresentanti degli Stati Federati. In India il rapporto sarebbe di 0,06 rappresentanti ogni 100mila abitanti ma questo non terrebbe conto dei Parlamenti dei singoli Stati federati, i quali a loro volta, hanno funzioni non solo amministrative ma legislative.

Qui di seguito presentiamo un raffronto con alcuni Stati in qualche modo comparabili al nostro, sia per dimensioni (esclusi gli USA), che per orientamento politico (tutti parte della stessa alleanza). Anche in questa selezione tuttavia segnaliamo che importanti differenze negli ordinamenti, soprattutto per quanto riguarda le funzioni della Camera Alta (da noi il Senato), non permetterebbero per la verità paragoni del tutto eterogenei:

Referendum parlamentari - confronto
© Sputnik / Alessio Trovato
Referendum parlamentari - confronto

Iniziamo con il segnalare alcuni aspetti puramente contabili. (*1) Attualmente i senatori in Italia non sono 315 ma 320 dal momento che vi sono 5 Senatori a vita. (*2) Il numero dei deputati tedeschi del Bundestag è variabile per via del particolare sistema elettorale a doppia scheda (una per partito, l’altra per candidato) che porta ogni volta a quantità differenti di eletti. In questo momento i membri della Camera Bassa tedesca sono 709, ma potrebbe scendere fino al minimo costituzionale di 598.

Sempre a proposito di Germania (*3), essendo questa una Repubblica Federale, va considerato che la loro Camera Alta, il Bundesrat, è l’organo di rappresentanza dei Länder e i 69 membri non sono eletti direttamente dai cittadini ma vengono designati dai singoli governi federati. Le differenze con il nostro Senato sono tali che con questa nazione sarebbe meglio fare il confronto solo tra le rispettive Camere Basse.

Sempre a proposito di distinzioni tra Camere Alte, osserviamo (nota *4), che non è assolutamente possibile paragonare il nostro Senato alla Camera dei Lord britannica. I 772 lord attualmente alla Camera detta anche ‘dei Pari’, non sono un numero fisso, non vengono eletti dai cittadini e di fatto, dopo la riforma del 1911, hanno poteri molto limitati. I membri attuali sono stati tutti nominati da Elisabetta II su proposta del Primo ministro, 87 sono lì per diritto ereditario, 26 sono vescovi anglicani e sono tutti membri a vita. Dire 650 deputati della Camera dei Comuni + 772 Lord = 1.422 e confrontarli con i nostri 945 non ha senso perché i Lord britannici non c’entrano nulla con i nostri Senatori.

Il confronto con gli Stati Uniti (*5) è improprio ma necessario dato che, volenti o nolenti, dal 1945 in poi, sono di fatto un punto di riferimento per la nostra politica. Gli USA, a differenza dalla nostra, sono per prima cosa una Repubblica Presidenziale, più simili piuttosto alla Francia, in secondo luogo sono una Federazione, in questo senso più simili a Germania, in terzo hanno più del quintuplo della nostra popolazione, in ultimo, per un confronto adeguato sulla rappresentanza per abitante, andrebbero considerati i Parlamenti dei singoli stati federati.

Australia e Canada (*6), hanno la particolarità di essere due dei sedici ‘Reami del Commonwealth’, dove il Capo di Stato, almeno formalmente, è la Regina Elisabetta II, la quale nomina, su indicazione del Governo del reame, un Governatore Generale. Tale Governatore, in queste due ex-colonie dell’Impero, rappresenta anche una branca del Parlamento con poteri non solo formali. In Canada per esempio ha il potere di nominare i 105 membri del Senato, pur se su raccomandazione del Primo Ministro. In pratica per Australia e Canada potremmo parlare di Parlamento ‘tricamerale’ e di camere alte con caratteristiche, ancora una volta, ben differenti rispetto al nostro Senato.

Questi raffronti e tutte queste eccezioni servono più che altro a dimostrare quanto in realtà sia difficile fare paragoni tra le varie nazioni e anche solo capire quali siano i paesi in cui i cittadini siano più o meno rappresentato in proporzione, figuriamoci a capire chi lo sia meglio o peggio. Unica cosa che forse si può dedurre dalla selezione presentata, è che non siamo i più ‘sovrarappresentati’ adesso, e non saremmo i meno sottorappresentati in caso dovessero vincere i Sì.

Sezione polemica

Visto che i confronti con gli altri ordinamenti non portano ad altra conclusione se non quella che sia inutile fare confronti, passiamo alla sezione polemica.

25 anni fa, quando si seppe la cifra di ingaggio di Schumacher, Gianni Agnelli commentò: “Non ci è certo costato un tozzo di pane…”. Ma poi gli portò a casa esattamente quello per cui era stato pagato - 5 titoli consecutivi tra il 2000 e il 2004 (l’avvocato morì nel 2003). Morale – non è importante quanto costi ma quello che rendi.

I problemi che riguardano la nostra politica non sono i costi, sono i costi in proporzione ai rendimenti. Non eccelsi onestamente. Proviamo a riassumere.

  1. Sovranità delegata – Serve a poco stare a parlare del numero dei nostri rappresentanti quando il problema è che le funzioni più importanti di questi sono quasi tutte delegate. Politica monetaria, economica, difesa, estera – dipendono tutte da Bruxelles, NATO o Washington. A questo punto puoi anche smantellare tutto e chiuderlo direttamente il Parlamento per risparmiare ancora di più. Ma non potremmo definirla una soluzione.
  2. Meritocrazia inversa – Con le risorse intellettuali che ci sarebbero in Italia, a ben cercare, magari selezionarne a migliaia di rappresentanti validi e cari! Sarebbero un ottimo investimento. Il problema è che per decenni il sistema ha pensato più che altro a riprodurre sé stesso, in maniera acritica e pedissequa. Per farlo ha selezionato una marea di ‘Yes Man’ appiattiti e compiacenti. Ora che c’è bisogno di cambiare, non ci sono i mezzi intellettuali perché i migliori li hanno mandati a lavare i piatti mentre le posizioni chiave sono tutte occupate alla rovescia.
  3. Incapacità di rappresentanza reale – con mille o 600, il problema della rappresentanza effettiva rimane. Quale degli ultimi Presidenti del Consiglio lo avete scelto voi?
  4. Deficit di democrazia effettiva – il 20 e 21 andremo a votare per avere più o meno deputati e sanatori, in altri casi siamo andati a votare per le trivelle, in altri ancora per l’energia nucleare. Ci hanno fatto mai votare per decidere se concedere o no il permesso di tenere testate nucleari nelle basi nucleari straniere sul nostro territorio? Sanzioni a paesi amici? Cessioni di sovranità nazionale a organi sovranazionali? No, si vota solo per le questioni meno rilevanti. Visto mai…

Conclusione

In conclusione di analisi prima, e singolar tenzone poi, personalmente non mi sentirei di dare consigli su come votare – se non altro per non fare la figura della ‘sardina’. Al massimo mi sentirei di permettermi di consigliare di per lo meno andarci a votare. Per cosa non lo so, a cosa serva ancora meno. Ma andarci comunque. È un esercizio intellettuale. Se ci vai vuol dire che non ti sei arreso, che tutte le volte che ti danno la possibilità di dire la tua la sfrutti ancora. Tanto più pensi che sia inutile, tanto più lo devi fare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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