01:42 28 Settembre 2020
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Agosto è stato finora un mese molto caldo nell’Egeo e la temperatura non accenna a diminuire. Questa settimana, infatti, sono in programma esercitazioni contrapposte nelle acque che circondano l’isola greca di Creta.

Da un lato, gli aerei e le navi di Grecia, Francia, Emirati Arabi Uniti ed Italia. Dall’altro, delle unità della Marina militare turca. Le zone di mare impegnate sono a distanza di sicurezza, probabilmente perché il contatto ravvicinato di qualche giorno fa tra due navi appartenenti ad Atene ed Ankara ha indotto tutti gli attori coinvolti ad una maggiore prudenza.

Nella crisi in atto si sovrappongono molti elementi di attrito. La causa immediata del contendere è la rivendicazione da parte turca di una ripartizione più equa dei diritti di sfruttamento economico della piattaforma continentale sottomarina.

Per effetto della particolare distribuzione delle sue isole nell’Egeo, in effetti, la Grecia ha potuto escludere la Turchia dal godimento della stragrande maggioranza delle risorse che si trovano sotto il letto dell’Egeo.

Il Dodecaneso greco - che Atene ha ereditato da Roma dopo la fine della Seconda guerra mondiale - è ad immediato ridosso delle coste turche. Ankara risente come un torto questa situazione e sta provando a modificarla, creando con una serie di fatti compiuti i presupposti di un futuro negoziato. La Grecia, ovviamente, si oppone.

Una nave incaricata di svolgere delle ricerche geologiche sui fondali dell’Egeo è stata inviata dal governo turco verso la Zona economica esclusiva greca, senza peraltro entrarvi, almeno al momento in cui questo commento veniva scritto. Atene ha posto in stato d’allerta le sue forze armate e ha dispiegato unità nei tratti di mare contesi, sollecitando anche la solidarietà dei propri amici.

Siccome tanto la Turchia quanto la Grecia appartengono all’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti hanno provato ad inserirsi nel contenzioso, con l’idea di gestirlo, per ora senza troppo successo.

 

Portaerei americana Eisenhower
© AFP 2020 / Mark Wilson
Portaerei americana "Eisenhower"
In luglio, la portaerei Eisenhower ha stazionato nella baia di Suda, a Creta, dove esistono delle basi di una certa importanza, che usano anche gli americani, come quella di Akrotiri, con l’effetto di moderare il ciclo di azioni e reazioni poste in essere dai contendenti.

Ma subito dopo l’uscita di scena di questa grande capital ship statunitense, la crisi si è ulteriormente internazionalizzata ed aggravata. In teatro, infatti, è giunta anche la Marina francese, proprio mentre Macron cercava di recuperare terreno anche in Libano, facendosi vedere a Beirut dopo la sanguinosa deflagrazione che ha messo in ginocchio il suo porto.

Non è chiaro se e quanto gli americani abbiano gradito questa sortita francese. C’è tuttavia più di un motivo di sospettare che la considerino inutile, se non dannosa, contribuendo ad elevare il livello di uno scontro che gli Stati Uniti vorrebbero invece raffreddare, anche per mantenere la coesione della Nato.

Poi sono arrivati gli emiratini, rischierando i loro caccia a Creta. La loro presenza è in larga misura imputabile al desiderio di strutturare una nuova alleanza attorno al format di EastMed, le cui maggiori ambizioni energetiche sono state fortemente danneggiate dalle conseguenze del Covid, ma che dispone comunque di una certa coerenza geopolitica e potrebbe evolvere in qualcosa di più consistente.

Gli Emirati Arabi Uniti si sono schierati anche militarmente al fianco della Grecia dopo aver raggiunto un accordo di mutuo riconoscimento con Israele, che di EastMed è parte, con l’evidente scopo di concorrere alla sua trasformazione in un raggruppamento più organico e profondo, potenzialmente esteso dal Mediterraneo orientale fino al Golfo Persico.

Agli emiratini interessa contenere la Turchia anche per deflettere eventuali appoggi di Ankara alle articolazioni presenti nel Golfo della Fratellanza Musulmana, che viene considerata una minaccia esistenziale tanto ad Abu Dhabi quanto a Riyadh.

Anche l’Italia ha deciso di mostrare la propria bandiera, partecipando alle manovre navali con greci, francesi ed emiratini: scelta lungamente invocata da Edward Luttwak, che è maturata lentamente ed è stata rivelata al pubblico soltanto il 25 agosto.

A dispetto della drammatizzazione del duello, appare assai difficile che l’urto diplomatico-militare in corso sfoci in un conflitto di maggiori proporzioni.

Nessuna delle parti coinvolte può permettersi una guerra. La stessa Grecia, che difende in modo intransigente ogni centimetro della sua Zona economica esclusiva, dipende per molti versi dalla Turchia ed è consapevole della necessità di trovare prima o poi un compromesso.

Sembra più probabile, pertanto, che gli schieramenti stiano cercando di misurare la propria forza reciproca per avviare una trattativa.

Il confronto chiama in causa fattori materiali ma anche elementi imponderabili come la determinazione soggettiva delle leadership politiche. I movimenti militari di questi giorni rientrano in larga misura in questa logica di segnalazione reciproca.

A prescindere da come andrà a finire, quanto sta accadendo segnala in ogni caso alcuni dati di fatto di cui sarà difficile non tenere conto nei prossimi anni.

Il vecchio campo occidentale uscito vittorioso dalla Guerra Fredda si sta frammentando. Non lo unisce più l’antico mastice dell’antisovietismo – che peraltro non bastò ad assicurare la calma a Cipro nel 1974 - malgrado gli Stati Uniti stiano cercando in qualche modo di preservarlo, anche con iniziative che tendono a conquistare la benevolenza dei turchi.

Sono divisi tra loro persino gli europei: la Germania, infatti, non condivide l’ostilità alla Turchia recentemente manifestata dalla Francia e sta provando a sua volta ad esercitare delle forme di moral suasion tanto su Atene quanto su Ankara.

Pur essendo contraria all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, la Repubblica Federale continua infatti ad avere un occhio di riguardo nei confronti dei turchi, di cui ospita una cospicua comunità nel proprio territorio, e soprattutto tende ad ostacolare il tentativo francese di sostituirsi agli Stati Uniti come potenza occidentale di riferimento nel Mediterraneo orientale.

Come Trump, fatto assai insolito, anche Angela Merkel chiede moderazione e non si è limitata alle parole. Proprio in questi giorni, infatti, la Germania ha assegnato la propria fregata Hamburg all’operazione europea Irini. Diventerà a questo punto più difficile che la missione Ue conservi quella postura antiturca sulla quale tanto insisteva Parigi.

La dinamica del gioco si sta facendo progressivamente più complessa. Tutte le parti coinvolte perseguono obiettivi geopolitici ed economici che hanno una componente territoriale evidente.

La delimitazione della Zona economica esclusiva, dopotutto, equivale alla definizione di un confine, seppure poroso e marittimo: un’operazione che raramente viene effettuata senza il ricorso alla forza, almeno allo stato potenziale.

Questa realtà basilare della politica internazionale è stata a lungo oscurata dalla natura del sistema bipolare affermatosi al termine della Seconda guerra mondiale, ma sta riemergendo prepotentemente.

Potrà non piacere – e del resto non è bello – ma quanto si sta verificando nelle acque del Mediterraneo orientale rischia di ripetersi frequentemente in futuro. Sarà bene ricordarsene.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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