22:36 29 Settembre 2020
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Secondo la sentenza del tribunale ONU è un sostenitore di Hezbollah il colpevole dell'attentato all'ex premier libanese Rafik Hariri. Secondo molti c'è Hezbollah anche dietro la terrificante esplosione al porto di Beirut. Anche per questo cresce tra il popolo la richiesta di una mano esterna, francese.

Nessuno sa quando e se saranno conosciute le vere ragioni dell’enorme esplosione avvenuta nel porto di Beirut. Qualcuno è arrivato a ipotizzare che si sia trattato di una bomba atomica da 1 megatone (quella di Hiroshima era di 15 chilotoni) adducendo come prova il fumo a forma di fungo.

Questa è, tuttavia, l’ipotesi più improbabile perché in questo caso si sarebbero comunque dovute notare radiazioni e fall-out. Altri, come lo stesso Presidente Aoun, ipotizzano la possibilità di un intervento straniero con una bomba o comunque un sabotaggio.

Naturalmente tutti vi intuiscono l’allusione a una possibile azione israeliana mirata a distruggere un ipotetico deposito di armi di Hezbollah. Tuttavia, da altri anche questi ultimi sono stati indicati quali volontari responsabili di quanto successo al fine di distrarre l’attenzione pubblica dalla sentenza, attesa per il giorno successivo, contro quattro membri dell’organizzazione che sarebbero i responsabili dell’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri.

L’ipotesi più probabile

In realtà, l’ipotesi più probabile è che l’esplosione di circa 2700 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate nel porto da almeno sei annisia stato un incidente involontario. Si trattava di materiale sequestrato da una nave battente bandiera moldava, partita della Georgia e diretta in Madagascar.

Ci si interroga tuttavia sul perché quella polvere, solitamente utilizzata come fertilizzante (il Libano non ne consuma più di 500 tonnellate annue) ma altamente esplosiva non sia mai stata trasferita in luogo più sicuro, nonostante le autorità portuali ne avessero fatto richiesta più volte.

A questo proposito occorre fare alcune considerazioni: il porto di Beirut, così come l’aeroporto, è strettamente controllato dagli stessi Hezbollah e il nitrato di ammonio è stato più volte usato da quella organizzazione come arma per attentati realizzati altrove. Se ne sono avute le prove in diverse circostanze.

Ad esempio nel 2015 in Kuwait furono arrestati tre agenti di Hezbollah che custodivano un deposito di due tonnellate di quella sostanza, 8 tonnellate furono sequestrate a Cipro mentre altre 3 a Londra.

Chi le detenevaerano sempre agenti locali di quell’organizzazione.

Perfino in Bolivia, nel 2017, in un loro deposito furono trovate un’autobomba e due tonnellate di nitrato di ammonio. Lo stesso è accaduto la scorsa primavera in Germania dove una rete tedesca del gruppo terrorista custodiva diversi quintali di questa sostanza pericolosa. In Bulgaria una bomba al nitrato di ammonio ha fatto esplodere nel 2012 un autobus di turisti israeliani e, anche in quel caso, gli attentatori furono identificati in uomini di Hezbollah.

Il sospetto che nasce è che quell’enorme quantità di nitrato non sia mai stata mossa da li perché, poco per volta, sarebbe potuta partire per altre destinazioni utili alla preparazione di nuovi attentati.

Le proteste

Evidentemente si tratta soltanto di ipotesi ma i libanesi che protestano in massa contro quanto accaduto accusano le forze politiche libanesi nella loro totalità di essere, direttamente o indirettamente i responsabili di quanto accaduto. La gente chiede le dimissioni di tutti, compreso il presidente Aoun capo indiscusso di uno dei partiti cristiano maroniti che, assieme ad Hezbollah e Amal (due partiti musulmani sciiti), sostiene l’attuale maggioranza. Le dimissioni del Governo, ottenute pochi giorni fa, dovrebbero aprire a nuove elezioni ed è ciò che chiedevano molti manifestanti.

Purtroppo, anche una nuova consultazione popolare non cambierebbe nulla poiché Costituzione e legge elettorale sono fatte in modo tale da perpetuare il sistema politico libanese oggi basato su di una spartizione settaria tra le 16 confessioni religiose ufficialmente riconosciute nel Paese.

Per porre termine alla guerra civile durata dal 1975 al 1990 si trovò la soluzione che avrebbe dovuto accontentare tutti: il Presidente dello Stato sarebbe sempre stato un cristiano maronita, il Primo Ministro un sunnita e il Presidente del Parlamento uno sciita.

La legge elettorale fu costruita in modo da far sì che tutte queste tre forze e le altre sette religiose presenti nel Paese potessero risultare rappresentate in Parlamento e spartirsi le cariche pubbliche in proporzione ai loro risultati.

Fu anche stabilito che tutti gruppi che avevano preso parte alla guerra civile si disarmassero. In teoria ciò avvenne, ma Hezbollah ha sempre rifiutato di farlo adducendo la necessità di difendersi dalla “prepotenza” di Israele.  Di conseguenza, seppur non dichiarandolo, anche gli altri partiti hanno mantenuto almeno una parte dei loro armamenti.

Lebanese Prime Minister Rafik Hariri leaves the Elysee Palace following a meeting with French President Jacques Chirac in Paris, France, February 27, 2001
© REUTERS / XAVIER LHOSPICE
L'ex premier libanese Rafik Hariri dopo un incontro con Jacques Chirac all'Eliseo nel 2001

Un paese povero e debole

Gli accordi raggiunti hanno comunque consentito, salvo sparuti episodi, di garantire una relativa pace interna al Paese ma il prezzo pagato alle spartizioni settarie è stato un sostanziale immobilismo nelle decisioni del Governo e un clientelismo senza freni. Ogni partito, tramite i propri rappresentanti nelle alte istituzioni, ha sviluppato la propria rete di “clienti” che partecipa alla spartizione dei beni pubblici e gode, seppur miseramente dei servizi sociali di base che lo Stato non riesce a fornire. Un vero e proprio Stato unitario non è mai esistito e la polarizzazione tra i pochi privilegiati ricchi e la massa dei poveri si è accentuata.

Il Libano è 129mo su 141 paesi per coefficiente di Gini (misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito):

  • il 10% più ricco possiede il 57% della ricchezza.
  • l’1% più ricco, 37mila libanesi, da solo controlla il 23% della ricchezza, quanto il 50 percento più povero.

Davanti allo sfacelo delle finanze pubbliche, alla inarrestabile svalutazione della lira libanese, all’inflazione galoppante, al fatto che l’ottanta percento dei beni di prima necessità sono importati e la chiusura del porto lo renderà impossibile, prima di concedere l’aiuto richiesto il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto che il Governo (tecnico, guidato dal tecnocrate Hassan Diab ma dimessosi in questi giorni a causa delle proteste di piazza)  prendesse alcune importanti misure di riforma e permettesse un’indagine giudiziaria accurata sul comportamento delle banche libanesi.

L’aiuto non è però ancora arrivato e le conversazioni con il FMI sono in totale stallo perché quanto domandato significherebbe la fine delle posizioni previlegiateper coloro che oggi traggono benefici dall’attuale situazione.

Nuove Elezioni, vecchi problemi e stesse facce

Nessuna forza libanese sembra oggi è in grado di prevalere da sola sulle altre e così è anche per gli sponsor stranieri che, in Libano, stanno giocando una delle loro contrapposizioni per procura: Arabia Saudita, Iran, Siria, Turchia, Francia, Stati Uniti, Emirati Arabi, Qatar.

Avevo conosciuto Rafik Hariri e posso affermare che era dotato di grande personalità. Grazie all’aiuto finanziario saudita e deli Emirati stava portando il Paese verso una maggiore indipendenza dall’influenza siriana (e quindi iraniana) e il suo assassinio avvenne proprio per impedire quel passaggio. Dopo di lui nessuno fu così forte da poter cercare di imprimere una qualunque svolta definitiva alla politica del Paese.

Alla sua morte numerosi giovani appartenenti a diverse fedi religiose occuparono la piazza principaledi Beirut chiedendo la fine del sistema settario, la riscoperta del sentimento nazionale unitario e nuove elezioni. Le elezioni, invero, si tennero ma, come dicevamo poco sopra, il sistema elettorale seppur leggermente modificato fu comunque tale da riconfermare nei posti d potere tutte le forze precedenti.

Gli attuali manifestanti sono ben consci che anche nuove elezioni non cambierebbero alcunché e, durante e dopo l’immediata visita sul luogo della disgrazia del Presidente francese Macron, si sono sentite urlare numerose voci che chiedevano che la Francia tornasse ad esercitare nel Paese un nuovo “protettorato”, come nel passato.

Sembra paradossale ma, se le condizioni internazionali lo permettessero, sarebbe questa, forse, l’unica possibilità per i libanesi di poter tornare a sperare in uno stato meno corrotto, più giusto e più efficiente.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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