14:46 24 Settembre 2020
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Quando in piena campagna elettorale sbatteva in galera i rivali - tra cui il marito della candidata Svetlana Tikhanovskaya - accusandoli di essere al soldo di Mosca Bruxelles taceva.

Ora che il presidente bielorusso, minacciato dalle proteste di piazza, tenta di tornare nel naturale alveo russo e chiede la protezione di Mosca l’Ue lo dipinge come un suddito del Cremlino.

Per l’Europa e l’Occidente i “dittatori” sono come il pane. Buoni e fragranti se accettano di farsi portare al loro tavolo. Secchi e da buttare quando il pranzo è finito. Così sta andando anche con Alexander Lukashenko.

Alla vigilia delle elezioni presidenziali dello scorso 9 agosto, destinate nelle previsioni a concludersi con la sesta scontata riconferma di un presidente in sella da 26 anni l’Europa, sembrava pronto ad assolverlo da ogni peccato. O perlomeno a considerarlo un male minore. L’apparente disponibilità delle democrazie europee era il frutto dei segnali anti-russi lanciati dal presidente della Bielorussia durante la campagna elettorale. Tra questi anche l’arresto di Serghey Tikhanovski, il blogger candidato alla presidenza il cui posto - all’indomani dell’incarcerazione - è stato preso dalla moglie Svetlana Tikhanovskaya. 

Fuggita in Lituania dopo aver accusato Lukashenko di averla sconfitta grazie a brogli e scrutini manipolati Svetlana è diventata la nuova icona dell’opposizione. Un’icona rappresentata dai media europei come l’indomita Giovanna d’Arco di una rivolta capace di sottrarre la Bielorussia all’influenza russa. Una narrazione quanto meno discutibile se si analizzano i complessi retroscena dell’arresto di Serghey Tikhanovski.

La principale accusa rivolta al marito di Svetlana subito dopo il suo fermo era infatti quella d’essere un falso candidato manipolato da un oligarca vicino al Cremlino. Un’accusa subito corroborata dalla notizia del ritrovamento nel divano di casa di un milione di dollari provenienti da Mosca. Nello stesso periodo, come rivelato dal New York Times, i diplomatici di Minsk accreditati in Europa giustificavano l’arresto del candidato-blogger e di altri dissidenti con la necessità di fermare le interferenze di Mosca. Il tentativo di Lukashenko di prendere le distanze dal Cremlino e guadagnarsi se non i favori almeno l’indifferenza dell’Europa e dell’Occidente è confermato il 18 giugno dall’arresto di Viktor Babariko, l’ex direttore di una banca controllatata dal gruppo russo di Gazprom. Anche in questo caso la principale colpa di Babariko è quella d’essersi proposto come candidato dell’opposizione. Stavolta ad alludere ad un complotto di Mosca è lo stesso presidente. “Abbiamo fatto cadere le maschere delle marionette che stanno qua e quelle dei burattinai che stanno fuori da qua” - spiega Lukashenko in un discorso tenuto solo 24 ore dopo aver sbattuto in galera Babariko.

Dietro quelle accuse c’è - oltre al tentativo d’ingraziarsi l’Occidente - anche il desiderio di rivalsa nei confronti di Gazprom e di Mosca colpevoli d’aver interrotto, dopo il crollo del greggio, le forniture di petrolio a prezzi di favore. Quel “niet” ha inasprito ed evidenziato le difficoltà di Minsk sul fronte economico contribuendo a incrinare i consensi di Lukashenko. Ma il tentativo di scaricare le colpe su Mosca non è stata una grande idea. Prendendo le distanze da una Russia che rappresenta il suo naturale alveo geopolitico della Bielorussia senza nel contempo poter contare sul pieno appoggio di Europa e Stati Uniti Lukashenko ha offerto l’immagine di un sovrano isolato e solitario incoraggiando un’opposizione, fin lì debole e divisa, a vincere la paura e a scendere in piazza. Consapevole dell’errore Lukashenko cerca ora di riparare correndo a Canossa e pregando il Cremlino di salvarlo. Mosca fin qui non gli ha detto di no. Ma non gli ha neppure garantito quell’esplicito sostegno politico e militare che l’uomo forte di Minsk sostiene di aver ricevuto nel corso dei due colloqui telefonici intercorsi con il presidente russo. E non solo perchè Putin non si fidi di lui, ma piuttosto per il timore che “Babbo Lukashenko” - come lo chiamano i suoi sostenitori - abbia perduto la fiducia del proprio popolo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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