10:05 19 Settembre 2020
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La Federazione Russa ha registrato ed avviato la produzione di un vaccino contro il Covid-19, che è stato battezzato Sputnik V. Dietro la scelta del nome, evidentemente, c’è la rivendicazione di un primato, che evoca il ricordo del lancio del primo satellite artificiale da parte dell’Unione Sovietica.

Se il traguardo costituisce per la dirigenza russa motivo di legittimo orgoglio, dal momento che Mosca sostiene di essere arrivata prima in una gara che sta coinvolgendo anche gli Stati Uniti, la Repubblica Popolare Cinese ed un consorzio di paesi europei, nel resto del mondo la notizia è stata accolta con sospetto e malcelata ironia.

Molti scienziati e ricercatori hanno lamentato l’assenza di dati ed informazioni su cui esprimersi, sospendendo il loro giudizio fino al momento in cui le risultanze dei lavori che hanno condotto allo Sputnik V non saranno stati pubblicati sulle più autorevoli riviste mediche internazionali.

È uno scetticismo che si può comprendere anche deontologicamente, al contrario della gran parte dei rilievi che si sono letti sulla stampa generalista e i grandi media occidentali, spesso improntati al disprezzo.

La sensazione è che anche questa volta sia mancata quella serenità che è la prassi nella valutazione dei progressi tecnici. Ha prevalso invece un pregiudizio di chiara matrice politica, come spesso succede quando c’è di mezzo la Russia.

Il prestigio indiscusso della comunità scientifica russa è stato convenientemente ignorato e l’intera operazione descritta come un esercizio di propaganda. Un’occasione per promuovere la distensione rischia di essere perduta. 

Si rimprovera ai russi soprattutto il fatto di aver accelerato l’ultima fase della sperimentazione del vaccino sull’uomo, come se il tempo in tutta questa vicenda non contasse nulla e non si fosse dichiarata l’emergenza pandemica mondiale anche per accelerare la produzione di farmaci efficaci.

Inoltre, nessuno ha ipotizzato che allo Sputnik V si sia giunti in seguito ad una preparazione assai più lunga e metodica di quella che si è osservata in altri paesi alle prese con l’epidemia da SARS-CoV-2.

Va sottolineato a questo proposito come la Federazione Russa sia stata tra gli Stati che hanno considerato fin dal principio il Covid-19 come una questione concernente la sicurezza nazionale, al contrario di numerosi altri paesi che ne hanno ricondotto la gestione ai più tradizionali schemi delle politiche di sanità pubblica.

Molti hanno dimenticato ad esempio la missione militar-sanitaria condotta in Nord Italia dalle unità delle forze armate russe specializzate nella difesa chimica, biologica e batteriologica durante la primavera scorsa.

Le truppe giunsero nelle province lombarde di Bergamo e Brescia per contribuire alla decontaminazione di siti più difficili da bonificare, fornendo un aiuto tangibile al Bel Paese.Ma un altro obiettivo dichiarato del loro intervento era quello di isolare, sequenziare ed acquisire il genoma del virus che stava mettendo in ginocchio alcune tra le zone più floride d’Italia.

La rincorsa russa al vaccino è iniziata proprio con quell’intervento ed è curioso che neanche in Italia nessuno abbia notato il possibile collegamento.

All’Istituto epidemiologico e microbiologico Gamaleya è stato attribuito il merito del risultato raggiunto, che tuttavia è maturato con l’apporto di uno dei centri di ricerca più importanti della Difesa russa.

Non sarebbe sorprendente se questa struttura militare avesse messo a disposizione dei civili i dati raccolti in Italia in un momento in cui la pandemia non aveva ancora pienamente dispiegato i propri effetti nel territorio della Federazione, garantendo ai ricercatori russi un vantaggio relativo nei confronti della concorrenza.

Il coinvolgimento attivo delle forze armate russe e di centri militari che operano normalmente in condizioni di segretezza più rigide di quelle cui sono soggette le imprese private che agiscono sul mercato ha reso altresì inevitabile una certa limitazione della circolazione delle informazioni.

Di un’imminente, possibile sorpresa russa si è iniziato a parlare solo alla fine del luglio scorso. Ma che a Mosca e dintorni si lavorasse ad un vaccino era noto.

È altamente auspicabile ora che lo Sputnik V si riveli all’altezza delle aspettative che ha suscitato in Russia e provi la propria efficacia. Il farmaco russo, infatti, potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento delle aspettative del pubblico internazionale in merito all’effettiva possibilità di sconfiggere il Covid-19.

Malgrado ciò è invece palese che non pochi si augurano un flop. Non si capisce francamente il perché.

Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana
© Foto : fornita da Roberto Battiston
Lo Sputnik V non è infatti il satellite Sputnik, il cui lancio nel 1957 non rivelò soltanto i progressi tecnici conseguiti dall’Unione Sovietica, ma dimostrò anche come Mosca avesse acquisito la capacità di produrre dei missili balistici intercontinentali con i quali colpire all’occorrenza l’America. Lo shock fu vero ed ebbe ripercussioni importanti anche all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Questa volta è diverso. Il vaccino russo non è in grado di alterare l’equilibrio strategico planetario. Non è concepito per essere un’arma, né per modificare le scelte di politica estera di qualche Stato di particolare interesse.

Serve invece a restituire fiducia ad una popolazione che è in Russia spaventata e preoccupata per il proprio futuro esattamente come lo sono gli abitanti di tante altre nazioni del globo.

Se funzionasse, dispiegherebbe effetti positivi che non sarebbero circoscritti alla sola Federazione, ma coinvolgerebbero un ambito ben più ampio di paesi, dimostrando che il Covid-19 può essere affrontato non soltanto con il distanziamento sociale ed altre misure comportamentali di protezione, ma anche con la vaccinazione e con i farmaci curativi, che fanno registrare progressi incrementali giorno dopo giorno.

Lo Sputnik V è arrivato prima, ma non dal nulla. Ha alle spalle una tradizione scientifica di prim’ordine e la tecnologia del sistema militare russo. Sulla sua efficacia si sono esposte le massime autorità di Mosca.

Altri prodotti simili probabilmente lo seguiranno più o meno a breve in America, in Cina e in Europa, si spera accelerando l’uscita dell’umanità da questo incubo che sta già suggerendo l’introduzione di nuove limitazioni alla vita quotidiana, forse anticipando il ritorno all’imposizione delle quarantene.

Che il vaccino russo non sia una boutade d’agosto dovrebbe essere considerato un interesse condiviso superiore rispetto al desiderio di indebolire politicamente la Russia, tuttora forte in molti ambienti.

La battaglia contro il Covid-19 va vinta il prima possibile, se non vogliamo che la crisi economico-sociale si approfondisca e si trasformi in una lunghissima depressione. Non dobbiamo temere l’eventuale successo della ricerca farmaceutica russa, ma augurarcelo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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