00:31 24 Ottobre 2020
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Il candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti ha finalmente scelto il suo running mate. A beneficio di tutti coloro che non avessero familiarità con il funzionamento delle istituzioni americane, non sarà male ricordare la ragione per la quale questa designazione è così importante.

In caso di morte, impedimento o dimissioni del Presidente, il Vice subentra ed assume la titolarità della Casa Bianca fino al termine del mandato. Il partner del ticket è quindi a sua volta un potenziale Presidente, in grado di succedergli in qualsiasi momento.

Nella storia americana recente, si sono registrati due casi di successione “interna” alla guida degli Stati Uniti. Il primo, nel 1963, ebbe luogo in circostanze altamente drammatiche, in seguito all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Il secondo, invece, si verificò nel 1974, al culmine dello scandalo Watergate, quando Richard Nixon cedette la Presidenza a Gerald Ford.

Il successore di Kennedy, Lyndon Johnson, riuscì a farsi confermare nel 1964, restando alla Casa Bianca fino al 1968. Ford, invece, pagò nel 1976 la crisi di credibilità dell’Amministrazione Nixon, permettendo al democratico Jimmy Carter di subentrargli.

La posizione vice-presidenziale costituisce inoltre un eccellente trampolino di lancio per l’elezione anche quando il mandato del Presidente si esaurisce senza drammi, al suo termine naturale. George H.W. Bush, ad esempio, sfruttò magistralmente il grande consenso di cui aveva goduto Ronald Reagan per sostituirlo nel 1989.

Non sorprende quindi che la decisione di Joe Biden fosse attesa con una certa ansia, data la sua oggettiva importanza. Questa volta, tuttavia, elementi ulteriori hanno contribuito a renderla ancor più rilevante.

Una percentuale significativa di elettori americani ritiene che Biden, qualora eletto, non sia in grado di esercitare il proprio incarico per i quattro anni previsti ed un numero ancora più elevato pensa che non sarà in ogni caso nelle condizioni di chiedere l’eventuale riconferma nel 2024.

Probabilmente non è vero che il candidato democratico alla Casa Bianca soffra di una malattia degenerativa specifica - come pure da più parti si sostiene - anche se rifiuta di sottoporsi ad un test di accertamento delle proprie capacità cognitive.

Ma le amnesie e i frequenti “passaggi a vuoto” che contraddistinguono le sue sortite pubbliche evidenziano nitidamente un dato anagrafico incontrovertibile: Biden compirà 78 anni poco dopo le presidenziali. Nessuno è mai entrato alla Casa Bianca a quell’età.

Questa circostanza peculiare ha caricato di una valenza insolita la selezione del running mate democratico di quest’anno.

Gli elettori statunitensi non dovranno valutare soltanto Biden, ma dovranno considerare la persona al suo fianco con un’attenzione maggiore, alla stregua di un vero e proprio Presidente “in pectore”.

Ed è su queste basi che il candidato democratico ed il suo partito hanno individuato Kamala Harris: una personalità di grande spessore nazionale e significativa esperienza politica, che si suppone in grado, all’occorrenza, di assumere il controllo dell’Amministrazione, qualora ciò si rendesse necessario. Fin da subito.

La Harris in effetti non porterà in dote a Biden uno Stato conteso: proviene infatti dalla California, Stato di forti credenziali progressiste, di cui Kamala è uno dei due rappresentanti al Senato dal 2017 e del quale è stata in precedenza anche l’Attorney General, una carica che negli Stati Uniti implica l’esercizio di incisivi poteri nel campo della gestione della giustizia e della repressione del crimine.

La scelta fatta da Biden avrà ovviamente anche ripercussioni nell’immagine complessiva della candidatura democratica alla guida degli Stati Uniti.

Coprirà il nominato a sinistra, accontentando i sandersiani, senza tuttavia cedere eccessivamente al campo radicale. Soddisferà le aspettative dei sostenitori dell’eguaglianza di genere e, forse, anche quelle di tutti coloro che desideravano attenzione per la questione razziale, rispetto alla quale il curriculum di Biden non è al riparo da sospetti e critiche.

In pratica, i democratici stanno riproponendo in chiave moderata un tratto identitario del loro partito, che da tempo si caratterizza come un sindacato di minoranze unite dalla richiesta di azioni affermative in grado di promuoverne le istanze.

Tutto ciò è fatalmente destinato ad accentuare la polarizzazione del prossimo voto presidenziale, già molto alta a causa delle ricadute economico-sociali della pandemia in atto.

È infatti prevedibile che la composizione del ticket Biden-Harris ricompatti la base elettorale sulla quale ha fatto leva il Presidente in carica, che interpreta a sua volta i timori e le difficoltà di una particolare minoranza del paese, rimasta priva di adeguate tutele: quella dei bianchi finiti ai margini del processo produttivo. Persone che vorrebbero accedere almeno alle medesime protezioni finora accordate ad altri gruppi.

Dal punto di vista della politica internazionale, la Harris si situa nel solco della tradizione wilsoniana, esattamente come Biden.

Favorevole all’uso della forza all’estero, ma con prudenza e circospezione. Aperta all’ipotesi di archiviare l’intervento in Afghanistan. Sostenitrice dei diritti umani. Ed ostile al dialogo con i regimi autoritari, circostanza che ne ha fatto una nemica implacabile di alcuni orientamenti dell’Amministrazione Trump, tra i democratici invece condivisi da Tulsi Gabbard.

Cosa quindi dovremmo aspettarci in caso di eventuale vittoria del duo Biden-Harris?

Le conseguenze probabili paiono al momento due: il tramonto dell’enfasi posta da Trump sul rispetto della sovranità nazionale come principio fondante dei rapporti tra gli Stati e il rilancio del cosiddetto Smart Power che contraddistinse l’azione di Barack Obama, basato sulla legittimazione e l’attivo sostegno offerti dagli Stati Uniti a tutte le organizzazioni della società civile internazionale attive nella promozione dei regime change.

Maggiore instabilità, quindi, e più penetrante censura delle azioni politicamente “difformi” adottate dai paesi in rotta di collisione con gli interessi degli Stati Uniti, che Trump tende invece ad affrontare in termini contrattuali sulle singole poste oggetto di contesa, esercitando all’occasione pressioni pesanti, senza tuttavia mai porre in discussione il diritto a governare di chi si trova al potere. Il voto americano del prossimo 3 novembre potrebbe avere vaste ripercussioni globali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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