20:26 29 Settembre 2020
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Con un voto al fotofinish, la scorsa settimana il Senato della Repubblica Italiana ha votato contro la proposta di negare ai giudici la facoltà di processare Matteo Salvini.

Conseguentemente, il leader della Lega dovrà affrontare un tribunale, a causa delle misure che assunse da Ministro dell’Interno per impedire l’attracco in un porto italiano alla nave di un’organizzazione non governativa che trasportava migranti irregolari.

Molto si è detto e scritto nel merito dell’iniziativa assunta dalla magistratura contro Salvini. Ed è normale che sia così, perché è la prima volta che una decisione di natura politica del Governo viene configurata come un reato. Si tratterà di un caso giudiziario di maggiori proporzioni.

Accresce ulteriormente la rilevanza del futuro processo la circostanza che dal suo esito possano derivare effettipolitici di prima grandezza.

Basterà infatti una condanna in primo grado di Matteo Salvini per far scattare le previsioni della cosiddetta Legge Severino: il leader leghista perderebbe il seggio che occupa a Palazzo Madama e sorgerebbe anche per lui la questione della cosiddetta “agibilità politica” che tanto tormentò Silvio Berlusconi.

In pratica, sono in gioco il futuro di Salvini e anche quello della Lega. Ed è questo il dato più importante di tutta la vicenda.

A far pendere la bilancia in favore della celebrazione del processo è stata la scelta di Matteo Renzi di modificare la propria posizione.

In passato, l’ex premier aveva assunto un atteggiamento marcatamente garantista, anche per tutelare la propria famiglia, che è stata coinvolta in alcune inchieste. Renzi aveva finora difeso Salvini per proteggere sé stesso.

Stavolta, malgrado l’esigenza di allentare la pressione sui suoi genitori e sodali non sia ancora del tutto venuta meno, Renzi ha invece deciso per l’affondo.

Sul perché lo abbia fatto, naturalmente, sono possibili soltanto delle congetture. Ma alcune sembrano abbastanza seducenti da meritare di essere esposte, perché ci si possa riflettere.

La maggioranza che governa attualmente l’Italia è in evidente sofferenza. Il voto per il rinnovo delle presidenze delle commissioni parlamentari – un appuntamento tradizionale di metà legislatura – ha rivelato l’esistenza di spaccature che non si riesce a ricomporre.

A Palazzo Madama, la Lega è riuscita a conservare la guida delle Commissioni Agricoltura e Giustizia, quest’ultima addirittura promessa all’ex Presidente del Senato, Pietro Grasso, che è un potenziale papabile alla successione di Sergio Mattarella.

Anche a Montecitorio, si sono registrati incidenti, seppure di portata minore. Con l’appoggio del centro-destra, ad esempio,la Commissione Giustizia aveva eletto l’onorevole Catello Vitiello,un ex grillino passato al partito di Renzi: una personalità diversa da quella sulla quale i gruppi della maggioranza si erano accordati.

L’infortunio, che avrebbe potuto ripercuotersi a catena nelle altre Commissioni, è stato risolto in extremis convincendo Vitiello a dimettersi. Ma altri problemi sono affiorati in Commissione Bilancio, dove per defenestrare il leghista Claudio Borghi è stato necessario andare al ballottaggio.

Alla radice delle tensioni emerse così violentemente allo scoperto nei due rami del Parlamento c’è la reazione di una parte del Movimento Cinque Stelle al tentativo di imprimere una svolta moderata alla conduzione politica del paese, del quale il partito di Renzi è divenutoil perno, ma che scaturisce dalla necessità italiana di indebitarsi con l’Unione Europea.

L’arrivo dei prestiti europei sarà infatti subordinatoalla definizione ed approvazione di un piano di riforme che ben difficilmente le componenti più radicali dell’attuale maggioranza potranno sottoscrivere.

Si dice che Renzi abbia votato contro Salvini come corrispettivo del peso riconosciuto al suo piccolo partito nell’assegnazione delle presidenzedelle commissioni parlamentari. Può esserci stato anche questo, certamente. Ma è più probabile che la mossa abbia avuto obiettivi più ambiziosi.

Puntare all’inagibilità di Salvini significa infatti contribuire all’accentuazione della crisi che ha colpito la Lega dopo la sua uscita dal governo, l’avvio di indagini contro il governatore lombardo Attilio Fontana e la recente liquidazione del vecchio partito nordista fondato da Umberto Bossi.

Molti vecchi tesserati lombardi non si sono iscritti alla nuova formazione nazionale creata da Salvini, di cui non condividono gli accenti esasperatamente anti-tedeschi ed anti-europei, che sono avversati anche da molti leghisti veneti.

In questo contesto, indebolire Salvini significa dar forza alla fronda che lo contesta nella Lega, incoraggiando scissioni o, almeno, un ricambio della leadership, a vantaggio ad esempio di un personaggio come il governatore Zaia, “il doge”, che si dice sia tentato di succedere a sé stesso il prossimo 20 settembre utilizzando una lista propria, separata da quella della Liga Veneta, seppure in coalizione.

In sintesi, Matteo Renzi avrebbe condotto un vero e proprio “decapitationattack” nei confronti della Lega, allo scopo di ridurne la forza e moderarne i programmi, in modo da poterne cooptare almeno una parte nel progetto neocentrista che va prendendo corpo nelle aule del Parlamento e nelle segreterie di alcuni partiti.

Sarebbero coinvolti il Pd, ovviamente, insieme alla sua costola esterna renziana, la corte di Giuseppe Conte, Forza Italia (totalmente o parzialmente) e la componente della Lega più vicina ai trascorsi democristiani di parte dei suoi elettori e dei propri quadri: una squadra che potrebbe negoziare meglio con l’Europa se alla sua testa si trovasse Mario Draghi.

L’indebolimento della sovranità nazionale italiana nei confronti delle autorità comunitarie si rifletterebbe quindi anche sugli equilibri politici interni al Bel Paese, fatto che probabilmente non è estraneo all’attenzione che gli Stati Uniti stanno riservando in questo periodo alle vicende in corso a Roma.

Potrebbe esserci anche questa constatazione dietro la scelta di Trump di annunciare il trasferimento ad Aviano di alcune decine di F-16 che si trovano attualmente in Germania, assieme a due battaglioni e, forse, anche il comando di Africom. La posta in palio non è il Mar Nero, ma l’influenza sull’Italia, cheè ormai al centro di una vasta contesa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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