19:58 13 Agosto 2020
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Nei giorni scorsi, la diplomazia tedesca ha preso ufficialmente posizione contro la proposta avanzata dal presidente Trump di reintegrare la Russia nel G7 ed allargare il foro anche ad Australia, Corea del Sud ed India.

Per quanto anche Mosca sia rimasta piuttosto fredda nei confronti del nuovo progetto americano, le dichiarazioni rese alla stampa da Heiko Maas, Ministro degli Esteri della Germania, meritano di essere analizzate con attenzione sotto almeno due aspetti.

Veniamo al primo: secondo Maas, alla Federazione Russa non andrebbe prospettata alcuna offerta particolare, perché sarebbe nelle mani del Cremlino la chiave che riaprirebbe a Mosca le porte del più importante consesso economico e politico dell’Occidente. Basterebbe restituire la Crimea all’Ucraina e interrompere qualsiasi genere di supporto ai secessionisti che resistono alle autorità di Kiev nel Donbass.

In pratica, per essere riammessa nel club, Mosca dovrebbe capitolare su tutta la linea, riconoscendo implicitamente l’illegittimità del referendum crimeano di autodeterminazione e della rivolta dei russofoni di Donesk e Lugansk, senza avere in cambio alcuna garanzia sul versante del posizionamento internazionale dell’Ucraina e neppure sotto il profilo del rispetto delle minoranze linguistiche locali.

A molti osservatori, questa intransigenza tedesca sorprende, malgrado la Germania abbia contribuito non poco a suo tempo all’innesco dell’Euromajdan, appoggiando l’offerta a Kiev dell’accordo di associazione all’Unione Europea.

Buona parte dell’incomprensione deriva verosimilmente dalla considerazione degli intensi rapporti economici che la Germania ha stretto in campo energetico con Mosca.

Il metano russo alimenta il mercato e l’industria tedesca e lo stesso Trump considera un’anomalia il fatto che Berlino voglia essere protetta militarmente dagli Stati Uniti nel momento in cui instaura una dipendenza tanto importante nei confronti di un paese che comunque viene ancora considerato – a torto o a ragione non importa - un antagonista dell’Occidente.

In realtà, purtroppo, le due cose non sono in contraddizione: proprio perché la Germania intende accrescere in prospettiva le proprie importazioni dalla Russia nello strategico comparto del gas, i tedeschi hanno un interesse ad indebolirla, spostando verso Est, attraverso l’allargamento dell’Unione Europea, la propria sfera d’influenza.

Gli americani non sono particolarmente favorevoli e sono intervenuti nelle fasi più delicate della crisi ucraina anche per impedire che il governo di Kiev finisse nelle mani di Vitali Klitschko, che era un riferimento della Fondazione Konrad Adenauer. Fu così che alla fine prevalsero in Ucraina personalità più vicine a Washington, mentre Victoria Nuland si esprimeva in modo assai poco lusinghiero nei confronti delle diplomazie europee.

Che alla Casa Bianca si trovino Barack Obama, Donald Trump o Joe Biden, quindi, poco conta: per gli Stati Uniti non deve esserci contiguità territoriale tra tedeschi e russi. Il fatto che il primo partner commerciale di Germania e Russia sia oggi la Repubblica Popolare Cinese aggiunge ulteriore urgenza a questo imperativo strategico della politica americana nell’Est Europeo.

E qui rileva il secondo punto importante evidenziato dal recente intervento di Heiko Maas: ovvero, l’ostilità tedesca rispetto all’ipotesi di trasformare il G7 in un raggruppamento intercontinentale anticinese, che peraltro non è gradita neanche alla Russia.
È in effetti proprio questo il significato che Berlino sembra attribuire all’idea americana di coinvolgere nel club tre potenze dell’Indo-Pacifico che temono la crescita geopolitica della Repubblica Popolare.

Dietro questa resistenza della Germania – e della stessa Russia – potrebbero esserci sia la volontà di conservare dei margini di manovra nei confronti degli Stati Uniti che la constatazione di una realtà economica al momento assai vincolante: Pechino è ormai il primo partner commerciale tanto di Berlino quanto di Mosca.

Inoltre, le principali imprese tedesche hanno delocalizzato in Cina. L’industria dell’auto, in particolare, produce milioni di vetture sul suolo della Repubblica Popolare. Ben si comprende, quindi, per quale ragione la Germania si opponga all’ulteriore polarizzazione delle relazioni tra l’Occidente e Pechino.

Che la Repubblica Federale abbia spinto il piede sul pedale del freno non deve quindi stupire. Come difficilmente può sorprendere la reazione di Trump, che sta cercando di imprimere un’accelerazione al processo di ridimensionamento della presenza militare americana in Germania. Si parla di 12mila uomini in meno, di cui 6.400 rientreranno negli Stati Uniti, permettendo al Presidente di onorare un impegno preso con i suoi elettori nel 2016.

Lascerebbe la Repubblica Federale Tedesca anche Africom, il comando del Pentagono competente per gli interventi nel continente africano, non si sa ancora se per trasferirsi in Italia o in Spagna. Per quanto Trump argomenti la decisione con l’inadeguatezza del bilancio della Difesa tedesco, è assai improbabile che sia questa la ragione della mossa.

Anche perché non tutti i 5.600 soldati che dovrebbero essere ridistribuiti tra altri alleati atlantici in Europa andranno in paesi che onorano l’impegno a spendere nelle forze armate almeno il 2% del loro Pil. Ne riceveranno il Belgio e l’Italia, ad esempio, che non onorano quel parametro. Forse anche baltici e polacchi, ma non è ancora certo.

L’urto tra americani e tedeschi si approfondisce.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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