09:33 05 Agosto 2020
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Rompere ogni rapporto con Pechino sembra, ad oggi, molto difficile. L'ultima a provarci è l'Australia, ma la realtà è ben più complessa delle dichiarazioni ufficiali, come dimostra l'Europa.

L’Unione Europea per bocca del suo “Ministro degli Esteri” Josep Borrell ha descritto la Cina quale “rivale sistemico” e “concorrente”. Negli Stati Uniti Repubblicani e Democratici sono d’accordo nel ritenerla non più un semplice concorrente bensì un “avversario” e, forse, perfino un “nemico”.

Donald Trump ha fatto di più dichiarando una guerra commerciale che si è aggravata dopo il caso Hong Kong, nonostante alcuni collaboratori parlino di possibile ripresa dei colloqui in un futuro non definito.

In un’intervista alla TV Fox Business, il Presidente americano è arrivato a dire:

”Ci sono molte cose che noi potremmo fare: potremmo chiudere totalmente le relazioni. Ora, se si facesse, cosa succederebbe? Si risparmierebbero 500 miliardi di dollari”.

Anche l’Australia ha deciso di fare una netta scelta di campo rafforzando i propri rapporti diplomatici e politici con Washington e raffreddando le proprie relazioni con la Cina. Canberra sta anche cercando di spingere tutti i partner occidentali a sposare completamente la linea di Trump, molto dura verso Pechino.

Che l’attuale amministrazione americana intenda fare sul serio nel cercare di isolare Pechino lo si deduce anche dall’intenzione annunciata dallo stesso Trump quando dichiarò che nel G7 che si sarebbe dovuto tenere negli USA (non c’è stato - ufficialmente-causa Coronavirus) sarebbero state invitate anche l’Australia, l’India, la Russia e la Corea del Sud.

Tutti gli analisti di politica internazionale attribuiscono oramai alla Cina l’intenzione di rivaleggiare con gli Stati Uniti per la supremazia mondiale (almeno sul lungo termine) ma riuscire o meno a impedire il realizzarsi di tale ambizione resta un punto di domanda.

Europa e Cina, business as usual?

Non è un caso che, nonostante la diffidenza e le dichiarazioni ostili, l’Europa continui a ritenere Pechino un importante partner commerciale. La questione si dimostra ancora più complicata se consideriamo la volontà americana di “disaccoppiare” (decoupling) la propria economia da quella cinese.

Le catene di produzione mondiali (supply chains) sono oggi così intrecciate che il solo pensare di interromperle suscita immediatamente una reazione negativa in molti produttori.

E’ pur vero che, teoricamente, tutte potrebbero essere sostituite da altre omologhe ma il farlo richiederebbe dapprima l’identificare i sostituti che abbiano le giuste caratteristiche, istruirli se necessario, e poi ricostruire tutti i percorsi e la parcellizzazione della distribuzione dei semi-lavorati. Ciò richiede tempo e comunque rappresenta un costo.

In alcuni casi i legami sono semplicemente commerciali ma possono risultare altrettanto vincolanti. Il perché l’Europa stenti a decidere di chiudere totalmente i rapporti con i cinesi si capisce guardando, ad e sempio, la bilancia commerciale della Germania ove la Cina rappresenta il maggior mercato di esportazione per le merci tedesche dopo la stessa Unione Europea.

Senza contare la già pesante e vasta presenza economica di aziende di Pechino nell’est europeo e, a macchia di leopardo, in tutto il continente. Chi non sta meglio di USA ed Europa è l’Australia. I motivi strategici che legano quel Paese/continente agli USA sono evidenti ma i legami economici con la Cina sono enormi.

Perchè l'Australia teme la Cina

Impauriti dall’invadenza cinese nei mari del sud-est asiatico, gli australiani hanno mostrato quali siano le loro intenzioni politiche verso la Cina chiedendo per primi un’inchiesta internazionale indipendente sull’origine del coronavirus. L’hanno fatto durante la recente Assemblea dell’OMS a Ginevra, ma la reazione di Pechino non si è fatta attendere.

E’ stata furiosa e i delegati cinesi in loco hanno usato un linguaggio addirittura offensivo nei confronti dei colleghi australiani. Passando dalle parole ai fatti, la Cina ha imposto nuove tariffe daziarie sull’orzo australiano, ha messo sotto sanzioni alcune società di quel Paese che esportano carne in Cina e ha invitato i propri studenti e turisti a evitare di recarsi in Australia adducendo un ipotetico rischio di “attacchi razzisti” .

Il Parlamento australiano si è espresso, quasi unanimemente, a favore di un graduale disimpegno dai legami economici con Pechino e un gruppo di loro ha perfino disapprovato pubblicamente la porta che l’Europa mantiene aperta con quel Paese.

Tuttavia, nonostante a Canberra stiano cercando da qualche tempo di trovare partner commerciali alternativi alla Cina, la cosa si è rivelata più difficile del previsto. Perfino il possibile accordo di “Free Trade Agreement” con l’Unione Europea, la cui discussione era iniziata due anni orsono, è ancora lontano dall’arrivare a una qualsiasi conclusione.

Per il momento, più di un quarto di tutto l’export australiano finisce proprio in Cina e si tratta principalmente di materiali ferrosi, di carbone e di gas naturale, prodotti che farebbero molta fatica a trovare potenziali acquirenti alternativi in aree facilmente raggiungibili.

Le altre voci importanti della bilancia dei pagamenti australiana si trovano nei servizi e sono le scuole e il turismo ma, anche in questi casi, i clienti più importanti sono cinesi.

Rompere ogni rapporto con Pechino sembra, almeno per ora, molto difficile. Lo è per gli australiani, ma anche per Trump e per tutti quelli che preferirebbero che l’espansionismo cinese fosse arrestato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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