10:18 05 Agosto 2020
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Un precedente commento pubblicato su queste colonne e dedicato alle presumibili ragioni dell’atteggiamento assunto in sede europea dall’Olanda e dai cosiddetti paesi “frugali” al suo seguito si concludeva sottolineando come i risultati del recente summit di Bruxelles avrebbero chiarito molte cose.

È stato effettivamente così. Il vertice ha prodotto degli esiti che sono oggetto di svariate interpretazioni, la maggior parte delle quali purtroppo inquinate dalle immancabili strumentalizzazioni politiche contingenti. I più stanno cercando di portare acqua al proprio mulino, allo scopo di denigrare o esaltare l’azione di Giuseppe Conte.

Pochi si sono invece interrogati su ciò che è davvero accaduto e sul suo probabile significato nelle dinamiche europee e soprattutto dal punto di vista dei rapporti di forza interni all’Unione Europea.

Cosa hanno portato a casa i Paesi Bassi e i loro alleati? E chi, oltre a loro, ne ha tratto vantaggio? Lo scontro con i tedeschi è stato reale o in parte fittizio? E gli inglesi hanno davvero in qualche modo influito su Rutte?

La cosa migliore da fare in questa fase è attenersi ai fatti noti, in attesa che tutte le implicazioni del compromesso raggiunto a Bruxelles divengano più chiare.

L’European Recovery Plan è stato varato nelle dimensioni volute da Angela Merkel, ovvero con una dotazione pari a 750 miliardi di euro, che saranno coperti attraverso il primo ricorso dell’Ue ad una forma di indebitamento comune, garantita dal bilancio comunitario 2021-2027.

A causa della resistenza di olandesi e “frugali” è però cambiata la ripartizione per modalità di erogazione delle risorse da distribuire: i cosiddetti contributi a fondo perduto sono infatti scesi da 500 a 390 miliardi, mentre i prestiti sono aumentati da 250 a 360 miliardi.

Tale circostanza non rassicurerà soltanto i “frugali” e il premier olandese Rutte, ma farà probabilmente comodo anche alla Merkel, che potrà mitigare le ansie delle frange più conservatrici dell’elettorato tedesco.

Al varo del Fondo europeo per la ripresa ha inoltre fatto da contraltare una revisione degli schemi che regolano le contribuzioni all’Unione Europea da parte dei suoi Stati membri. A partire dal 2021, infatti, gli apporti di alcuni paesi al bilancio comunitario diminuiranno, mentre saranno incrementati quelli che altri dovranno versare.

In particolare, Austria, Danimarca, Olanda e Svezia recupereranno ben 7,8 miliardi di euro (che salgono a 26 nell’ambito del bilancio comunitario pluriennale) attraverso un meccanismo — quello dei rebates introdotti originariamente per soddisfare specifiche richieste di Margaret Thatcher — che amplificherà gli sconti di cui già usufruiscono.

In base all’intesa faticosamente raggiunta a Bruxelles, i danesi verseranno 322 milioni in meno all’anno, contro i 197 precedentemente concordati. Gli svedesi addirittura 1,06 miliardi, contro i 798 milioni di prima.

Ancora meglio è andata all’austriaco Sebastian Kurz, che risparmierà ben 565 milioni di euro contro i 237 precedenti, ovvero più del doppio. Mentre Rutte ha recuperato quasi due miliardi, 1,9 per la precisione, contro l’1,5 che aveva ad un certo punto proposto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, in un suo tentativo di mediazione.

I Paesi Bassi hanno altresì ottenuto l’incremento dal 20 al 25% del margine di loro spettanza sulle attività doganali del porto di Rotterdam. Non poco. Eppure c’è chi sostiene che il sovranismo è stato sconfitto.

L’impressione è invece che i “frugali” abbiano giocato bene le proprie carte e difeso in modo brillante i propri interessi nazionali, creando un precedente che sarà certamente emulato in futuro.

Va notato come anche la Germania beneficerà di questa operazione, riducendo di 3,6 miliardi di euro i suoi contributi all’Ue, ovvero il 12% in più. Farà di certo piacere al pubblico centro e nord-europeo anche l’introduzione del cosiddetto “freno di emergenza”, che comporterà il deferimento alla Commissione Europea di tutti quegli Stati che utilizzeranno in modo incongruo i fondi ricevuti attraverso l’accesso all’European Recovery Fund.

Implicita in tutto questo è, ovviamente, la presenza di un sistema di condizionalità di natura politica, inevitabile quando l’indebitamento di uno Stato avviene rispetto ad un’entità sovrana anziché nei confronti del mercato.

In Italia, i termini di questo scambio non sono ancora noti al grande pubblico, ma esiste il fondato motivo di ritenere che le vaste riforme cui l’Ue subordinerà l’erogazione dei fondi non andranno nella direzione del rafforzamento delle protezioni sociali, del welfare e del rilancio della spesa pubblica, ma in quella opposta. Ne deriveranno prevedibilmente tensioni sociali.

Tale circostanza costituisce in prospettiva un problema significativo per l’attuale maggioranza di governo, che si regge su un accordo tra alcune forze politiche moderate, come il Pd ed Italia Viva, i populisti del Movimento Cinque Stelle ed altri elementi ancora più radicali assai avversi alle ricette neoliberiste.

Il fatto che il premier Conte sia riuscito a far percepire come un proprio successo l’esito del summit europeo consentirà verosimilmente al suo secondo governo di sopravvivere ancora per qualche tempo. Ma sembra poco probabile che il blocco politico alla sua base possa sottoscrivere gli interventi che presto o tardi l’Unione Europea esigerà dall’Italia.

Roma ha ottenuto a Bruxelles la possibilità di accedere a 209 miliardi, dei quali 81,4 saranno riscossi a fondo perduto – a fronte però di un incremento dei contributi da versare all’Ue che ridurrà l’apporto netto a soli 25 miliardi — e 127 sotto forma di prestiti a basso tasso d’interesse, da rimborsare tra il 2026 e il 2056.

I primi soldi giungerebbero inoltre soltanto nella prossima primavera, anche se allora potranno esser utilizzati anche per il ripiano di spese sostenute nel 2020.Nell’immediato, quindi, non arriverebbe nulla.

Di qui, la rinnovata attenzione che si osserva nei confronti del Mes, che permetterebbe di ricevere subito delle risorse fresche, seppure con l’obbligo di destinarle alla Sanità in funzione della lotta al Covid-19.

I critici di Conte stigmatizzano altresì la circostanza che l’Italia stia per perdere lo status di creditrice netta nei confronti dell’Europa comunitaria. Ma era in qualche modo inevitabile.

Il fatto è che il Bel Paese è precipitato in una situazione di straordinaria vulnerabilità in buona parte determinata dalla scarsa considerazione che le sue autorità hanno mostrato nei confronti dell’economia durante la fase acuta della crisi epidemiologica.

I nodi ora vengono al pettine. L’Italia non si avvia solo ad un periodo di stagnazione produttiva, ma è in procinto di sperimentare un’ulteriore compromissione della propria capacità di autodeterminarsi politicamente.

Vedremo solo con il tempo se i partner europei pretenderanno dal governo di Roma anche la svendita delle principali partecipazioni pubbliche nell’economia. E se giganti come Eni, Leonardo o Fincantieri ne faranno o meno le spese. Può succedere di tutto. I precedenti degli anni novanta non sono incoraggianti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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