11:14 09 Agosto 2020
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Il rapporto del Parlamento britannico che doveva dimostrare i tentativi del Cremlino d’influenzare il voto sulla Brexit non contiene uno straccio di prova e non si basa su alcuna indagine, ma soltanto sulla necessità di cavalcare la Russia-fobia alimentata dai democratici d’oltreoceano.

Un tempo si diceva “cherchez la femme’. Oggi è più semplice strillare “cherchez la Russie’. I primi ad assolversi dai propri errori scaricando ogni responsabilità su una fantomatica macchinazione di Mosca sono stati i democratici americani Grazie al mai dimostrato “Russiagate”, orchestrato d’intesa con l’apparato d’intelligence messo in piedi durante il doppio mandato di Obama, hanno attribuito al Cremlino la responsabilità d’aver convinto 63 milioni d’americani a votare per Donald Trump e a bocciare Hillary Clinton. La trovata, oltre ad attribuire capacità prodigiose all’intelligence russa, non si è rivelata un gran successo. Come non lo è stato il meno sensazionale, ma più recente tentativo di accusare i servizi segreti militari russi di versare delle taglie ai militanti talebani in cambio dell’uccisione di soldati americani

Eppure alcuni politici inglesi hanno deciso di seguire il cattivo esempio americano. Stando agli attesi estratti del cosiddetto “Russia Report”, resi pubblici dalla Commissione Intelligence e Sicurezza del Parlamento britannico (l’equivalente del nostro Copasir), e ripresi dai media di tutta Europa, la perfida Russia avrebbe influenzato non solo il referendum sulla Brexit, ma anche quello (fallito) del 2014 sull’indipendenza della Scozia. La notizia di per se sarebbe clamorosa. Ma a ben leggere non si basa su uno straccio di prova. Per capirlo basta scorrere il servizio pubblicato online dalla Bbc, in cui si spiegano i contenuti del dossier e se ne citano alcuni passaggi. La testata spiega sin dall’inizio che il governo “ha rinunciato a cercare le prove di una riuscita interferenza nel processo”. E cita una frase del rapporto in cui si ammette che sarebbe “difficile se non impossibile” definire l’impatto di un “presunto tentativo” russo di influenzare il referendum sull’Unione Europea del 2016. Attenzione alle parole e ai termini usati. Parliamo non di fatti ma di un “tentativo”. E per di più solo “presunto” visto che manca qualsiasi indagine sull’argomento.

Già questo basterebbe a chiudere la faccenda. Ma i caparbi relatori del dossier non si arrendono. Dal loro punto di vista “è importante stabilire se uno stato ostile ha intrapreso un’azione deliberata allo scopo d’influenzare il processo democratico del Regno Unito indipendentemente dal fatto che abbia avuto successo o no”. Poco conta, insomma, che l’azione ci sia stata e, tantomeno, che abbia avuto un qualche successo. Quel che conta è presupporre che i russi ci hanno provato e produrre indagini su indagini. Una metodologia identica a quella seguita negli Stati Uniti dove l’accumularsi d’inchieste da parte dell’Fbi e di altre agenzie d’intelligence non ha prodotto una singola prova, ma ha generato la diffusa percezione che sotto sotto ci fosse, comunque, la manina russa.

L’altra strada scelta dagli autori del rapporto per alimentare il sospetto di un complotto reale, ma indimostrabile è quella di presupporre la complicità o la collusione di un governo britannico sospettato di aver rinunciato a qualsiasi indagine per coprire le trame russe. “Le prove scritte messe a nostra disposizione sembrano suggerire che HMG (Her Majesty’s government - Il governo di Sua Maestà) non ha visto, o non ha cercato, prove di una riuscita interferenze nel processo democratico del Regno Unito, né di qualsiasi attività che abbia avuto un impatto materiale su un’elezione influenzandone, ad esempio, i risultati”. 

Anche qui attenzione ai termini. Il rapporto parla di prove che “sembrano suggerire”. Insomma prove solo apparenti che “suggeriscono”, ma non dimostrano nulla di certo riguardo alla volontà governativa di non indagare. Ancor più disarmante e sviante risulta il tentativo di definire concretamente le attività che “hanno avuto un impatto materiale” sul voto “influenzandone i risultati”. Stando alla Bbc tra le presunte attività, per così dire clandestine, rientrano addirittura gli articoli pubblicati “on line” da “Russia Today” e “Sputnik” nella loro versione inglese e alcune campagne comparse sui social “che non sono stati presi in considerazioni”. Anche qui siamo al di là di ogni credibilità. Il rapporto, invece di citare prove o indagini, rimanda a considerazione desunte da “commenti” di “affidabili fonti aperte”. Ma nella terminologia dell’intelligence le fonti aperte sono semplicemente i media.

Dunque tutti i sospetti sul presunto complotto deriverebbero dagli articoli di “alcuni commentatori” che, sostiene il dossier, accusano le testate on-line russe d’interferire “nel processo democratico occidentale”. Con lo stesso metro si potrebbero accusare di complicità con il Cremlino tutte le testate giornalistiche - assai più influenti e assai più esperte nell’influenzare l’opinione pubblica inglese - che alla vigilia del voto 2016 invitavano apertamente a votare per il “leave” ovvero per l’addio a Bruxelles. In prima linea c’era “The Sun” il tabloid più venduto del Regno Unito (1,7 milioni di copie al giorno) che spingeva a “liberarsi dalla dittatura di Bruxelles”, ricordando che “l'Unione Europea si è dimostrata avida, sprecona, dittatoriale e incredibilmente incompetente nei momenti di crisi.”

A far buona compagnia a “The Sun” c’era l’autorevole quotidiano conservatore “Daily Telegraph” pronto a spiegare che “un mondo di opportunità attende una Gran Bretagna pienamente indipendente.” E il più popolare Daily Mail annunciava di puntare sul “leave” perché significa scegliere tra “le bugie e le élite arraffasoldi” di Bruxelles o “un grande futuro fuori da un’Europa rotta e morente”. Del resto la stessa Commissione Intelligence e Sicurezza di Westminster è costretta ad ammettere di non aver ricevuto dall’intelligence “alcuna analisi post-referendum su dei tentativi russi di interferire”. Insomma all’indomani del referendum gli 007 di Sua Maestà non sospettavano alcunché. Dunque perché distanza di quattro anni dovremmo crederci tutti noi? Non certo in virtù d’ un rapporto che non cita alcuna indagine e non esibisce uno straccio di prova.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Russia, Regno Unito, Gran Bretagna
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