20:27 14 Agosto 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
164
Seguici su

Alla concessione di massicci aiuti ai paesi europei maggiormente colpiti dal Covid-19 è platealmente avverso un certo numero di Stati che si pretendono “frugali”, ma è soprattutto della strenua battaglia combattuta dal premier olandese Mark Rutte che si parla in questi giorni convulsi.

Il capo dell’esecutivo neerlandese, infatti, di questo gruppo ha assunto di fatto la leadership, ponendosi abilmente al centro di una intensa dinamica diplomatica. Molti leaders europei si sono impegnati a farlo recedere dal proprio atteggiamento intransigente, incontrandolo senza ottenere particolari risultati.

Rutte si muove apparentemente in perfetta sintonia con il programma del suo partito, che è fortemente ostile alla dilatazione dell’intervento pubblico nell’economia, tanto sul piano nazionale quanto a livello europeo. Non vi è dubbio, quindi, che nelle posizioni espresse attualmente dal governo olandese vi sia anche la persistente volontà di rispettare un impegno preso con gli elettori.

La circostanza, tuttavia, non sembra sufficiente a spiegare da sola la rilevanza del ruolo che l’azione politica condotta dai Paesi Bassi sta svolgendo all’interno dell’Unione Europea.

Rutte ha minacciato di opporre il suo veto a qualsiasi ipotesi contempli il varo dell’European Recovery Fund nelle dimensioni ventilate dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel: una mossa pesante, considerata la rilevanza della posta in gioco.

Il governo italiano sostiene che sia ormai in gioco la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea come la conosciamo. Ma l’atteggiamento di Roma sconta l’ampiezza degli interventi di sostegno all’economia varati da Giuseppe Conte durante la quarantena, o subito dopo, che sono tuttora privi di una vera copertura finanziaria.

Se gli aiuti europei venissero tagliati, l’Italia riceverebbe molti meno soldi di quelli previsti, con conseguenze al momento difficili da valutare ma certamente importanti.

Il peso relativo dei Paesi Bassi rende molto improbabile che Rutte abbia deciso di andare allo scontro senza avere alle proprie spalle qualche rassicurazione particolare. L’Olanda non può affrontare frontalmente la Germania da sola senza esporsi al rischio di subire un sensibile deterioramento di un rapporto bilaterale basilare per l’Aja.

Il primo ministro olandese Mark Rutte
© AP Photo / Francois Walschaerts
Le possibilità sul tappeto, in realtà, non sono moltissime. Due in particolare meritano di esser prese in considerazione.

Secondo una prima scuola di pensiero, l’azione di disturbo condotta dal governo olandese potrebbe essere stata concertata preventivamente con la Cancelleria di Berlino. In pratica, chi vi aderisce pensa che tra la Merkel e Rutte vi sia un’intesa almeno tacita.

La Repubblica Federale Tedesca avrebbe bisogno di mostrarsi magnanima per rendere più facilmente digeribile la supremazia di cui gode attualmente nell’Unione Europea. Per questo si batterebbe per un European Recovery Fund sostanzioso e non troppo vincolante per i paesi che avessero bisogno di risorse.

Allo stesso tempo, la Merkel è consapevole delle forti resistenze che è destinata a suscitare in Germania ogni forma di sussidio concesso a condizioni di favore a paesi non troppo stimati dai tedeschi per le loro carenti virtù di bilancio.

Il gioco potrebbe allora funzionare in questo modo: gli olandesi avrebbero fatto per conto e nell’interesse di Berlino una battaglia a viso aperto, che sarebbe stata loro appaltata dagli stessi tedeschi per ragioni di convenienza politica e d’immagine.

Minacciando il ricorso al veto e tirandosi dietro un drappello di seguaci – tra i quali diversi amici storici dei tedeschi, come gli austriaci e gli svedesi – i Paesi Bassi avrebbero messo la Merkel nella condizione ideale per negoziare un compromesso al ribasso, permettendole di rassicurare i suoi elettori e contestualmente guadagnare credito presso i governi che si sarebbe altrimenti inimicata, se fosse stata la Germania a proporre i tagli all’European Recovery Fund.

Sostanzialmente, olandesi e tedeschi avrebbero quindi riproposto una variante del vecchio gioco del poliziotto cattivo e del poliziotto buono. In Italia, a favore di questa tesi si è schierato, tra gli altri Marteen van Aalderen, firma del Telegraaf e già presidente dell’Associazione della Stampa Estera di Roma, ammettendo candidamente i limiti dell’autonomia neerlandese nei confronti della Germania.

Secondo un’altra scuola di pensiero, invece, dietro l’intransigenza olandese nei confronti del piano di aiuti vi sarebbero interessi politici ed economici consistenti di natura differente, che punterebbero all’indebolimento dell’Italia, forse per strappare a Roma il controllo dell’Eni, che potrebbe interessare a società rivali, come la Shell: una compagnia energetica binazionale di fama mondiale, che i Paesi Bassi condividono con la Gran Bretagna.

Questa tesi è stata pubblicamente sostenuta da Giovanni Fasanella, un giornalista investigativo che ha dedicato diversi anni allo studio dell’influenza inglese sull’Italia, basandosi sulla ricognizione della documentazione presente negli archivi britannici.

In pratica, in questo caso, non ci sarebbe la Germania dietro Rutte, ma Londra. Questa ipotesi, che pure ha il suo fascino, presupporrebbe un’azione deliberata in ambito europeo che, negando all’Italia i fondi di cui necessita per finanziare la ripresa del suo sistema produttivo dopo il lockdown, la inducesse ad effettuare un’ondata di svendite, rinunciando anche al recente potenziamento del Golden Power con cui il governo di Roma ha esteso la propria facoltà interdittiva alle acquisizioni ostili da parte di concorrenti europei.

Non è una prospettiva destituita di fondamento. Va però notato come a quel punto entrerebbero nella partita anche paesi in questo momento più forti in Italia di quanto lo siano Olanda e Gran Bretagna, come la Francia e la stessa Germania.

Resta di fatto che l’Aja si è esposta notevolmente per tagliare la consistenza dell’European Recovery Fund che servirebbe soprattutto a Roma.

È difficile che l’Olanda abbia intrapreso questa iniziativa da sola. E ci sono due maggiori indiziati di correità - tedeschi e inglesi – che potrebbero aver incoraggiato i neerlandesi a fare ciò che hanno fatto finora per ragioni del tutto differenti. Gli uni, per risparmiare, dandone però la colpa ad altri ed assumendosi il merito di aver evitato comunque il peggio. Gli altri, per indebolire ulteriormente l’Italia nel Mediterraneo. Vedremo presto chi avrà avuto ragione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook