23:22 25 Ottobre 2020
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Quello che il governo Conte spaccia per un accordo rischia di rivelarsi una pericolosa illusione. Nessuno sa esattamente quanti miliardi costerà l’operazione garantita dai soldi dei risparmiatori. In compenso i responsabili del disastro di Genova riusciranno a guadagnarci.

Mentre l’Italia tornata alla vecchia industria di Stato rischia la bancarotta.

Ci risiamo. Anche sul caso Benetton-Autostrade il governo giallo-rosso guidato da Giuseppe Conte sta spacciando per successo quella che per ora resta solo una pia illusione. L’abitudine di vendere speranze a buon mercato risale al vertice di Malta dello scorso settembre. Allora il neonato esecutivo raccontò di esser riuscito a convincere Francia, Germania ed altri “volenterosi” paesi europei a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Da allora ne sono sbarcati oltre 15mila, ma il ministro dell’interno Luciana Lamorgese è riuscita a rifilarne ai cosiddetti “volenterosi” soltanto 464. Quel peccato originale non ha scoraggiato l’inventiva dell’esecutivo.

Con l’imporsi dell’emergenza Covid l’abbiamo visto sbandierare aiuti alle aziende mai materializzatesi, promettere carichi di mascherine mai arrivati, illudere i più creduloni con “bonus” biciclette o vacanze impossibili da ottenere e ancor più da spendere. Per non parlare dell’odissea riservata a chi ha creduto al miraggio di un pagamento in tempi brevi della cassa integrazione.

In questa lista di promesse da marinaio rischia di rientrare anche il caso Autostrade. La prova del nove arriverà non appena bisognerà formalizzare l’accordo, al momento solo provvisorio, per l’uscita della famiglia Benetton dalla gestione di Aspi (Autostrade per l’Italia). A quel punto, oltre a trovare i soldi necessari per avviare l’operazione, bisognerà gestire la rete di autostrade garantendone redditività e buon funzionamento. Ma la prima vera incognita è quella dei soldi. Ad oggi nessuno sa esattamente quanti dovrà sborsarne Cassa Depositi Prestiti per avviare l’aumento di capitale indispensabile ad acquisire il 51 per cento delle azioni di Aspi e far scendere dall’attuale 88 per cento a meno del 10 quelle controllate dai Benetton attraverso la finanziaria Atlantia.

Una mossa indispensabile, quest’ultima, per ottenere l’estromissione della famiglia di Ponzano Veneto da un Consiglio di Amministrazione a cui si accede attraverso una quota minima del 10 per cento. La doppia operazione, oltre ad essere tutt’altro che semplice, rischia di rivelarsi molto vantaggiosa per i Benetton e assai costosa per una Cassa Depositi Prestiti controllata all’82,1 per cento dal Ministero del Tesoro ovvero dallo Stato italiano. Per raggiungere il 51 per cento in Aspi Cdp deve mettere sul tavolo una cifra che va, secondo le stime, dai tre ai quattro miliardi. Ma se il semplice annuncio dell’accordo è bastato mercoledì a far salire del 26% il prezzo delle azioni di Atlantia l’entrata di nuovi investitori, pronti ad acquisire buona parte del pacchetto dei Benetton, può far levitare ulteriormente il loro valore. Proprio per questo l’accordo rischia di tramutarsi in un pessimo affare per Cdp e garantire invece proventi per quasi tre miliardi ad una famiglia Benetton “costretta” a mettere sul mercato il 22% di Atlantia per scendere sotto il 10 per cento in Aspi.

Al di là dei soldi da spendere nell’immediato e i guadagni garantiti ai responsabili del disastro di Genova la prospettiva peggiore resta quella di un ritorno ad uno statalismo garantito non dalla vecchia Iri (Istituto Ricostruzione Industriale), ma da una struttura inadeguata come Cassa Depositi Prestiti. Un errore che rischia di rivelarsi fatale non solo per la rete autostradale, affidata ad una proprietà scarsamente interessata a comprenderne le dinamiche, ma anche per i risparmiatori e per l’Italia in genere.

L’Iri, fondata nel 1933 e rimasta in vita fino al 2002, era una struttura concepita e sviluppata allo scopo di garantire la gestione delle industrie di Stato con manager e strutture competenti. Cassa Depositi e Prestiti è, invece, una banca di Stato non adeguata alla gestione di una struttura complessa come la rete autostradale. Certo potrà utilizzare i manager lasciati a libro paga dai Benetton, ma rischia di non saper esercitare quell’indirizzo gestionale indispensabile per il successo e la redditività di un’azienda.

E da un’insuccesso di Autostrade deriverebbe non solo il depauperamento di una rete strategica seguita dalla probabile svendita a capitali stranieri, ma anche lo scialo dei soldi dei risparmiatori a cui Cassa Depositi e Prestiti è chiamata invece a fornire rendite e garanzie. E svuotare Cassa Depositi e Prestiti significa non solo affondare il risparmio, ma privare l’Italia del suo ultimo polmone finanziario condannandola alla bancarotta. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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