11:17 09 Agosto 2020
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Lo scorso 31 gennaio, con una decisione del Consiglio dei Ministri che passò quasi inosservata presso la gran parte degli italiani, il Governo Conte II deliberò lo stato d’emergenza nazionale per sei mesi, che scadranno il prossimo 31 luglio.

Il Covid-19 stava iniziando a diffondersi nel paese ed era forte la sensazione che l’Italia stesse andando incontro a tempi molto difficili. Non era sicuro che nelle settimane seguenti sarebbe stato possibile affrontare la crisi in atto soltanto con le leggi ordinarie e i decreti legge. Parte dei parlamentari stava già sperimentando restrizioni alla propria libertà di movimento a causa dell’imposizione delle prime zone rosse e gialle in Lombardia e Veneto.

La storia dei drammatici mesi seguenti è nota a tutti: decine di migliaia di morti, in gran parte concentrati in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna, ed una quarantena imposta all’intera popolazione italiana tra il 10 marzo ed il 4 maggio scorsi: un blocco i cui elevati costi economico-sociali non sono stati ancora percepiti completamente.

In conseguenza della proclamazione dello stato d’emergenza nazionale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, presso la quale è collocato anche il Dipartimento della Protezione Civile, ha assunto poteri straordinari. Molti aspetti della vita quotidiana degli italiani e soprattutto l’ampiezza della loro libertà di movimento è venuta a dipendere dai provvedimenti amministrativi varati periodicamente dal capo del Governo.

Tale circostanza ha fatalmente innescato un aspro dibattito politico sulla legittimità costituzionale di molte delle decisioni assunte dal Presidente Conte, i cui effetti si avvertono ancora oggi, come provano le reazioni molto emotive emerse in questi giorni, a causa del desiderio manifestato dal premier italiano di estendere fino almeno alla fine dell’anno lo stato d’emergenza proclamato a fine gennaio destinato altrimenti a cessare alla fine di questo mese.

In realtà, la deliberazione dello stato d’emergenza nazionale è stata un atto perfettamente legittimo, malgrado la Costituzione repubblicana del 1948 non contenga alcuna previsione concernente gli stati d’eccezione. Nella circostanza, infatti, non si è introdotto alcuno strumento nuovo, ma si è invece applicata per la prima volta la normativa prevista dall’articolo 24 del decreto legislativo 1/2018, che contiene il Codice della Protezione Civile.

È sulla base delle disposizioni dell’articolo 24 di quel provvedimento risalente al principio del 2018 che il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale. Il contesto giustificava pienamente la scelta, anche se la consultazione preventiva delle opposizioni avrebbe probabilmente dato maggior solidità alla strategia prescelta in quella occasione dal Governo.

Secondo il Codice della Protezione Civile, lo stato d’emergenza nazionale può esser proclamato per un massimo di 12 mesi prorogabili di altri 12. Gli interpreti potranno sbizzarrirsi. Un’eventuale proroga fino al 31 dicembre 2020, ovvero pari a cinque mesi, precluderà o meno al Consiglio dei Ministri di decidere per ulteriori estensioni oppure no? C’è da giurare che si troveranno giuristi pronti a pronunciarsi per una tesi o per l’altra. Ma non è questo il punto.

Il nodo politico vero, ora come ora, è quello di stabilire se esistano i presupposti per una conferma dello stato d’emergenza in una situazione che oggi appare molto diversa rispetto a quella dello scorso gennaio.

L’epidemia ha colpito l’Italia con durezza, determinando un massiccio incremento dei tassi di mortalità generale nei cluster in cui il morbo si è abbattuto con maggiore violenza. Ma le condizioni epidemiologiche del Bel Paese sono ora moltopiù rassicuranti.

A dispetto del superamento del lockdown e del ripristino della piena libertà di movimento, non si è osservato il picco di nuovi contagi che molti profeti di sventura davano per certo. Molte regioni sono Covid-Free e quasi ovunque si stanno svuotando le rianimazioni.

Ci sono, purtroppo, ancora dei morti, ma siamo ben lontani dai quasi mille decessi al giorno registrati nei momenti più terribili dei mesi scorsi. Si dice che al contenimento della malattia abbiano giovato le misure di distanziamento sociale imposte in molte regioni dalle autorità locali. E probabilmente è vero.

Tuttavia, non dovrebbero esser dimenticati alcuni elementi che nelle fasi iniziali della crisi pandemica hanno concorso a provocare il disastro. Molte amare lezioni sono state apprese e dovrebbero indurre a ritenere improbabile una nuova catastrofe sanitaria.

Abbiamo capito che il Covid-19 si è espanso rapidamente attraverso i presidi ospedalieri che accoglievano i malati nelle prime fasi dell’emergenza senza isolarli adeguatamente. Si è compreso che le residenze per gli anziani hanno facilitato la propagazione veloce del virus ad una gran quantità di persone oggettivamente vulnerabili.

Della luce è giunta anche dalle autopsie che alcuni medici coraggiosi hanno fatto a dispetto della raccomandazione di evitarle proveniente dalle autorità sanitarie. L’esame dei cadaveri ha permesso infatti di accertare in che modo il Covid-19 uccida, consentendo di modificare l’approccio adottato per curare i malati.

In sintesi, oggi sappiamo che gli infetti vanno assistiti a domicilio il più a lungo possibile, che gli ospizi debbono essere blindati e resi impenetrabili a potenziali trasmettitori del virus e che la ventilazione polmonare profonda può ustionare in maniera letale gli apparati respiratori di coloro che hanno contratto il morbo.

Inoltre, si fanno sempre più insistenti le voci relative all’imminente disponibilità di vaccini, uno dei quali frutto della ricerca russa.

Non è poco. È molto, invece. Di certo quanto dovrebbe bastare ad allontanare il panico senza per questo indurre la gente ad abbassare la guardia. I rischi maggiori che l’Italia corre attualmente sono presumibilmente legati all’arrivo nel paese di persone ammalate provenienti da luoghi in cui l’epidemia si trova ad uno stadio differente.

Si stanno scoprendo numerosi casi tra i migranti irregolari che raggiungono le coste italiane con mezzi di fortuna e ci sono state sgradite sorprese anche dai voli giunti da nazioni molto infette come il Bangladesh.

A frenare o controllare questi afflussi dovrebbero però bastare le ordinanze del Ministro della Salute, che in effetti aggiorna periodicamente le liste dei paesi da considerarsi provenienze sicure o meno, oltre alla vigilanza del Ministero dell’Interno e del Ministero dei Trasporti per tutto ciò che riguarda la gestione delle attività della Guardia Costiera italiana.

Prorogare lo stato d’emergenza nazionale parrebbe quindi una misura sproporzionata all’effettiva minaccia, dalle conseguenze collaterali per di più sicuramente negative. Non verrebbero infatti scoraggiati soltanto i turisti, amplificando un danno al settore che ha già assunto proporzioni eccezionali, ma altresì i risparmiatori e soprattutto gli investitori stranieri, il cui apporto alla ripresa del Bel Paese sarebbe particolarmente prezioso.

L’Italia non ha bisogno di ulteriori dosi di paura e sfiducia. Necessità al contrario di una robusta iniezione di ottimismo. Bene quindi che questa volta il Governo non decida da solo, ma si presenti davanti al Parlamento per valutare quale via seguire.

La proroga dal 31 luglio al 31 dicembre 2020 dello stato d’emergenza nazionale si può evitare. Non serve, anzi può esser dannosa. Oltretutto, se gli eventi prendessero alla fine malauguratamente una piega sfavorevole, nulla vieterebbe al Consiglio dei Ministri di tornare sui propri passi e reimporlo, questa volta per un arco di tempo massimo di dodici mesi più dodici.

A Conte, quindi, la rinuncia alla proroga converrebbe. Sempre che l’obiettivo perseguito sia davvero la protezione della salute pubblica e della sicurezza nazionale italiana e non la sopravvivenza ad ogni costo del fragile esecutivo che presiede.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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