11:27 09 Agosto 2020
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Le indiscrezioni del New York Times sulle presunte ricompense garantite da Mosca ai talebani in cambio dell’uccisione di soldati americani nascondono l’ennesimo scontro “made in Washington” per bloccare l’addio a Kabul, vanificare le promesse del presidente Trump e comprometterne la rielezione.

Le hanno chiamate “taglie russe” tentando di far credere che il Gru (Glavnoe razvedyvatel'noe upravlenie) l’intelligence militare di Mosca, pagasse i talebani per ogni militare americano ucciso. Ma bufale e bugie hanno le gambe corte. E così piano piano sta affiorando l’inconsistenza delle indiscrezioni pubblicate da un “New York Times” ormai più attento ad attaccare Donald Trump e a denunciare presunti complotti del Cremlino che non ad informare.

Tutto inizia il 27 febbraio quando, stando al quotidiano della Grande Mela, i servizi d’intelligence inseriscono nel rapporto quotidiano per il Presidente i riferimenti ad un indagine su ipotetiche ricompense versate ai talebani da agenti del Gru in cambio dell’uccisione di soldati americani. La data del 27 febbraio non è politicamente irrilevante. Soltanto cinque giorni prima, il 22 febbraio, Stati Uniti e Talebani hanno concordato un cessate il fuoco di una settimana in vista della firma, il 29 febbraio, di uno storico accordo di pace. Con quell’accordo Trump realizza uno dei principali impegni della campagna elettorale del 2016 ovvero riportare a casa i soldati dispiegati nelle cosiddette guerre “senza fine”.

Per questo vanificarlo equivale a renderne più difficile la rielezione. E questo fa comodo a tanti. A cominciare da quanti, nelle varie strutture d’intelligence, hanno alimentato le tesi del Russiagate ovvero il sospetto di un’elezione di Trump manovrata da Mosca. Ma il ritiro dall’Afghanistan è autentico fumo negli occhi anche per larga parte di quell’apparato militare - industriale beneficiato da un intervento costato, dal 2001 in poi, oltre 800 miliardi dollari in spese militari. La mina inserita nel rapporto presidenziale non basta però a convincere il Presidente a far marcia indietro. Anche perché - come chiarirà un memo del Direttore dell’Intelligence Nazionale diramato in risposta all’articolo del New York Times - le presunte prove citate dal rapporto del 27 febbraio non dimostrano la responsabilità di Mosca.

Per capire gli intrighi politici, tutti americani, nascosti dietro la presunta notizia sulle “taglie” russe bisogna tornare ai primi di gennaio quando le forze speciali statunitense e l’intelligence afghana perquisiscono gli uffici di alcuni faccendieri afghani nella provincia di Kunduz. Quasi tutti quei faccendieri sono coinvolti nell’ “hawala” la tradizionale attività che permette transazioni di denaro praticamente immediate e a grande distanza grazie a fitte reti di consociati pronti a mettere a disposizione ingenti somme di denaro ai quattro angoli del globo. Tra gli obbiettivi dell’operazione vi sono Rahmatullah Azizi, un ex-trafficante di droga che ha lavorato sia per gli americani, sia per i russi ed il suo collega Habib Muradi. Entrambi però risultano irreperibili e le voci raccolte sul posto li danno per fuggiti in Russia.

Nei successivi interrogatori alcuni degli associati di Azizi lo dipingono come un uomo di fiducia del Gru che gli avrebbe affidato il compito di distribuire ai talebani centomila dollari per ogni soldato americano ucciso. A rendere più pesanti i sospetti contribuiscono il ritrovamento di 500mila dollari in contanti in una villa di Azizi e le transazioni finanziarie, intercettate dalla Nsa (National Security Agency), che da un conto corrente attribuito al Gru, transitano attraverso la rete del faccendiere per approdare su un conto dei talebani in Pakistan.

La prova è in verità molto meno solida di quanto appaia. La Russia ha più volte ammesso d’intrattenere rapporti con i talebani in vista di un accordo di pace capace di coinvolgere non solo i talebani, ma anche il governo di Kabul. Già a fine 2015 Zamir Kabulov, rappresentante speciale della Russia per l’Afghanistan, ha annunciato “l’apertura di canali di comunicazione con i talebani” per arginare uno Stato Islamico presente ormai anche in Afghanistan. Quei contatti portano, nel settembre 2019, ai colloqui di Mosca tra una delegazione talebana e i rappresentanti del governo di Kabul nell’ambito di quello che viene battezzato come “Moscow Format”. I soldi gestiti da Azizi e Muradi sono dunque arrivati da Mosca nel quadro di accordi e d’intese ben diversi da quelli sulle presunte “taglie”. E infatti con il procedere delle indagini le informazioni sulle “taglie” russe vengono etichettate come “non molto attendibili” dalle stesse agenzie d’intelligence statunitensi che le hanno raccolte. Cia e Centro Nazionale per l’Antiterrorismo, da quanto si apprende dal memo del Direttore dell’Intelligence Nazionale (Dni), le considerano informazioni di “moderata credibilità” interpretabili in vari modi e non corroborate da prove sufficienti a garantirne l’affidabilità. L’Nsa, responsabile dell’intercettazione elettronica che ha svelato la transazione tra il conto del Gru, la rete di Azizi e i talebani, è la prima ad attribuirle una bassa credibilità liquidandola come informazione frammentaria e discutibile.

Nulla insomma che possa giustificare un atto d’accusa contro i russi e tanto meno contro i vertici del Cremlino. Proprio per questo l’informativa, sin dal rapporto del 27 febbraio, è stata ritenuta puramente indicativa e inadeguata ad influenzare la trattativa con i talebani. E allora come mai 4 mesi più tardi, l’informativa approda sulle pagine del New York Times? Anche qui la data non è casuale. La soffiata al quotidiano newyorkese arriva in concomitanza con i preparativi per il ritiro - previsto dagli accordi di pace con i Talebani - di 8600 uomini entro il 20 luglio. Il tutto mentre l’Amministrazione Trump si prepara a finalizzare il rientro, entro l’autunno 2020, di altre 4000 truppe. Un passo destinato a portare a soli 4500 uomini gli effettivi americani in Afghanistan e aprire la strada al definitivo addio entro metà 2021. In questo contesto l’effetto politico è immediato. Il primo luglio, a seguito dell’articolo del New York Times, la Commissione per le Forze Armate del Congresso approva un emendamento che impone d’avviare il ritiro solo dopo aver accertato se negli ultimi due anni “entità statali hanno fornito incentivi ai talebani, ai loro affiliati o ad altre organizzazioni terroristiche straniere per lanciare attacchi contro gli Stati Uniti”.

Insomma grazie al partito anti-Trump fortissimo non solo dentro i media, ma anche dentro l’establishment militare ed industriale gli Stati Uniti rischiano di restar invischiati nella palude afghana per molti altri anni. E di veder morire altri soldati uccisi non dalle taglie russe, ma dalle schermaglie politiche di un’America sempre più divisa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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