11:47 09 Agosto 2020
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Trump è in affanno nei sondaggi. Gli attribuiscono uno svantaggio rispetto al probabile nominato democratico Biden non inferiore ai 10 punti percentuali. Anche nei cosiddetti “Stati contendibili”, quelli che davvero assegnano la Casa Bianca cambiando periodicamente colore, il Presidente in carica arranca.

Sulle cause di queste difficoltà, si è già detto molto, quasi tutto. Trump, in primo luogo, non è mai davvero riuscito a sedurre elettori diversi da quelli che sono stati con lui sin dal primo momento e soprattutto non ha mai sfondato al centro, tra gli elettori moderati.

Poi ci si è messo il Covid-19, peraltro gestito in modo davvero approssimativo, tenuto conto che gli Stati Uniti sono stati investiti dalla pandemia quando avevano a loro disposizione tutte le evidenze della gravità del morbo maturate in Asia e soprattutto in Europa.

E quindi sono arrivati i disordini promossi dagli attivisti neri, sfociati in una massiccia ondata di proteste e violenze che ha indotto molti americani ad interrogarsi sul ruolo involontariamente svolto da Trump, con la sua stessa presenza alla Casa Bianca, nell’innescare o comunque dilatare il fenomeno.

Il Presidente è così finito in una morsa dalla quale non esistono vie d’uscita prive di rischio. Quanto precede ha posto Biden in una situazione ideale: quella dello spettatore, che osserva gli errori e i tentativi di porvi rimedio del suo rivale senza doversi spendere più di tanto.

In pratica, Biden si è accorto che non gli serve vincere, per prevalere il prossimo 3 novembre, perché gli basta che l’avversario perda. E le circostanze sono propizie. È degna di nota la circostanza che il vantaggio dell’ex vice Presidente americano sia maturato a dispetto del fatto che una consistente parte dell’elettorato lo ritenga affetto dalla demenza senile e si aspetta qualche rassicurazione al riguardo, che tuttavia ancora non arriva.

Proprio per questo motivo, c’è grande attesa anche per la scelta del running mate che Biden dovrà fare prima della Convenzione democratica che lo incoronerà ufficialmente candidato del suo partito alla Presidenza degli Stati Uniti: la posizione, spesso cerimoniale, potrebbe infatti rivelarsi estremamente importante qualora Trump perdesse ed il suo successore, ad un dato momento, fosse costretto a dimettersi a causa delle proprie condizioni di salute.

Per questo incarico, sta iniziando a circolare sempre più insistentemente il nome di Susan Rice, che rafforzerebbe l’impronta obamiana sul ticket presidenziale, peraltro già piuttosto marcata.

È quindi ormai tempo di interrogarsi sulle conseguenze che potrebbe avere sugli attuali equilibri mondiali una eventuale sconfitta di Trump, anche se ovviamente il tycoon non è ancora spacciato e c’è da esser certi del fatto che venderà comunque cara la pelle.

Due aspetti importanti dell’attuale politica americana non dovrebbero venire meno: la Casa Bianca, chiunque si troverà il prossimo 20 gennaio nello Studio Ovale, continuerà a perseguire l’obiettivo di alleggerire la presenza militare statunitense nel mondo. Gli interventi, le basi e il mantenimento di grossi contingenti all’estero sono ormai piuttosto malvisti negli Stati Uniti.

È altresì molto probabile che Biden conservi la postura ostile alla Cina che Trump ha dato alla politica asiatica dell’America, anche se non è sicurissimo, dato che gli amici statunitensi di Pechino si spenderanno molto per il candidato democratico nei prossimi mesi e probabilmente esigeranno una ricompensa.

Sotto la superficie, tuttavia, è molto probabile che cambino i metodi con i quali la Casa Bianca, il Pentagono, il Dipartimento di Stato e la intelligence community statunitense perseguiranno l’obiettivo dei rimpatri dal Medio Oriente e del contenimento della Repubblica Popolare.

Allo stile ruvido, transattivo ma anche tutto sommato trasparente di Trump, dovrebbe infatti sostituirsi un più esteso ricorso ai metodi opachi del passato, con ampio utilizzo delle leve non governative, anche estere, ed il ritorno alle pesanti ingerenze nella vita politica interna degli altri Stati.

Questo dettaglio fondamentale non deve sfuggire: da un lato, quello trumpiano, c’è l’ostentazione plateale della potenza economica e militare americana a sostegno degli interessi dichiarati degli Stati Uniti.

Dall’altro, invece, ci sono le campagne di mobilitazione sui principi, pensate per sollecitare le reazioni dell’opinione pubblica e convogliarle verso un risultato desiderato: metodo già teorizzato nella National Security Strategy americana del 2006 e poi ampiamente sfruttato da Barack Obama.

Inoltre, mentre Trump ha orrore del caos, malgrado contribuisca involontariamente a generarlo, gli ambienti cui è legato Biden hanno già dimostrato di ritenerlo utile, pensando che consenta agli Stati Uniti di destabilizzare ed indebolire i loro avversari senza pagare costi eccessivi.

I ritiri verrebbero quindi perfezionati, ma soprattutto allo scopo non benigno di generare turbolenza in buona parte dell’Eurasia mentre parallelamente si esporterebbero con metodi soft i valori dell’Occidente, che secondo Trump dovrebbero invece affermarsi soltanto tramite l’attrazione di un modello vincente da emulare.

La Cina forse verrebbe liberata da buona parte dei dazi e delle tariffe che ora la infastidiscono, ma al prezzo di un’azione più incisiva di promozione dei diritti umani non solo ad Hong Kong, ma in tutto l’ex Celeste Impero.

Una maggiore pressione americana dello stesso tipo è prevedibile anche con riferimento alla Russia, che verrebbe spinta ad avvicinarsi ulteriormente alla Repubblica Popolare anche per difendersi meglio dal rischio di subire significativi tentativi d’ingerenza provenienti dagli Stati Uniti.

Quanto all’Europa, l’attuale ostilità americana all’approfondimento del processo d’integrazione continentale non verrebbe meno, ma tornerebbe ad assumere le caratteristiche che ebbe nella prima metà del decennio scorso.

Forse si cercherà di dissolvere l’Unione Europea nell’area transatlantica di libero scambio che vagheggiava Obama. Se necessario, sarà diffusa sfiducia sull’avvenire dell’euro.

Le divergenze registratesi negli ultimi tre anni, infatti, hanno poco a che fare con la mancanza di chimica interpersonale tra i leaders odierni di Stati Uniti e Germania, derivando piuttosto dalla preoccupazione americana di evitare l’apparizione in Europa di un soggetto che ambisce ad emanciparsi e proporsi come un grande attore della politica mondiale.

Agli europei, inoltre, verrà di sicuro chiesta anche una scelta di campo chiara e netta contro la Repubblica Popolare e, magari, la conseguente accettazione dell’espansione della Nato verso l’Indo-Pacifico. Una domanda che sarebbe verosimilmente sostenuta anche da pressioni mediatiche ed economico-finanziarie adeguate.

L’eventuale uscita di scena di Trump non porterebbe quindi la pace universale. Al contrario segnerebbe il ritorno degli Stati Uniti alla postura tenuta negli otto anni di Obama presidente, che hanno prodotto instabilità e tensioni in aree molto vaste del mondo, creando problemi che giacciono tuttora irrisolti davanti alla comunità internazionale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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