04:24 09 Luglio 2020
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Il Presidente americano è impegnato in uno dei più difficili tentativi di riconferma alla Casa Bianca degli ultimi decenni.

Il problema non è congiunturale: nel novembre 2018, con l’economia americana al picco ciclico, Trump aveva perso con un distacco di otto milioni di voti le elezioni di mid-term, che lui stesso aveva trasformato in un referendum politico su sé stesso.

La situazione del tycoon si presentava quindi elettoralmente molto complessa già prima che l’America venisse raggiunta dal Covid-19. Quanto è accaduto negli ultimi quattro mesi, naturalmente, ha soltanto aggiunto altri ostacoli, elevando ulteriormente l’altezza del muro da scalare.

Al Presidente l’opposizione e quasi tutti i media rimproverano una gestione dell’emergenza epidemiologica quanto meno contraddittoria e forse anche superficiale, malgrado non siano mancati i politici ed amministratori del Partito Democratico che siano stati più volte costretti a ritrattare le proprie posizioni mano a mano che le circostanze evolvevano.

Come altri leader politici nel mondo, e specialmente in Europa, Trump ha cercato di contenere il panico per ritardare l’imposizione delle quarantene e risparmiare all’economia del suo paese le conseguenze pesanti di un lungo lockdown. Ma forse lo ha fatto in modo maldestro e con il linguaggio poco sofisticato per il quale è diventato famoso.

In ogni caso, buona parte delle sue speranze di vittoria il prossimo 3 novembre sono ora affidate alla rapidità con la quale il sistema produttivo statunitense si riprenderà. Peseranno non soltanto i valori assoluti, ma anche il modo in cui si distribuiranno nel paese. A Trump è necessario un successo che sia avvertito soprattutto in alcuni Stati dell’Unione, quelli il cui colore è tradizionalmente in bilico.

Se la ripresa interesserà soprattutto zone il cui voto è scontato, per gli uni o per gli altri poco conta, Trump non recupererà. È per questo motivo che il Presidente sta concentrando il grosso degli sforzi, e per certi versi anche degli aiuti federali, negli Stati contendibili. Dove è in svantaggio, ma entro margini che possono essere ancora colmati.

La drammatica morte di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis ha introdotto un ulteriore fattore nella campagna elettorale, scatenando un’ondata di proteste più o meno spontanee che ha ricordato a molti alcuni aspetti delle rivoluzioni colorate e soprattutto posto in dubbio la capacità di Trump di assicurare negli Stati Uniti il primato della legge e l’ordine pubblico.

Va sottolineato peraltro come nel sistema federale americano, il cosiddetto controllo della piazza sia competenza delle autorità locali e statali, mentre spetta all’amministrazione centrale soltanto un ruolo di concorso e di ultima istanza. In pratica, si sta cercando di imputare a Trump la generazione di un clima di intolleranza e violenza che in realtà era presente già prima della sua elezione nel 2016.

In questa situazione, la strategia che Trump sembra aver abbracciato è quella di scommettere sulla cosiddetta “maggioranza silenziosa” che già aiutò Richard Nixon nel 1972. Ma non è detto che basti. Ecco perché in questa complessa campagna elettorale sta entrando prepotentemente in gioco anche la politica estera.

Molte delle scelte che il Presidente in carica sta facendo in questa fase dovrebbero essere lette soprattutto attraverso questo prisma e valutate anche alla luce di cosa potrebbe accadere qualora dal voto del prossimo 3 novembre dovesse invece uscire vincente lo sfidante Joe Biden.

I filoni che Trump sta battendo sembrano principalmente due. Da un lato, il Presidente sta tentando per l’ennesima volta di ritirare almeno parte delle truppe americane schierate all’estero, naturalmente incontrando l’opposizione dei settori più conservatori della sua stessa amministrazione e del Congresso.

Dall’altro, Trump sta anche provando a sollecitare il sostegno di alcune lobby estere presenti negli Stati Uniti che, in alcuni contesti, pur spostando un numero non elevatissimo di voti, potrebbero fare la differenza tra il successo e la sconfitta.

A quest’ultimo obiettivo si dirige molto probabilmente anche l’accentuazione dei temi antirussi che si sta osservando nell’attuale narrazione trumpiana, molto visibile sia in relazione alla politica libica del governo federale americano, sia in rapporto alla questione del trasferimento in Polonia di parte dei soldati che dovrebbero essere ritirati dalla Germania.

Per quanto si tratti di sviluppi naturalmente sgradevoli dal punto di vista russo, sarebbe consigliabile evitare di drammatizzare oltre il necessario queste increspature retoriche alle quali sta ricorrendo Trump, almeno fintantoché non vi corrispondano dati di fatto irreversibili.

Il movente antirusso in Libia serve a giustificare una politica di appeasement nei confronti della Turchia che è stata inaugurata da Trump per preparare lo sganciamento delle truppe americane dalla Siria, in effetti poi non attuato a causa delle resistenze opposte da apparati ed influenti settori del Congresso.

Quanto alla Polonia, è difficile qualificare come un gesto “fortissimo” nei confronti della Russia l’eventuale spostamento oltre l’Oder di appena mille dei quasi diecimila soldati che Trump vorrebbe ritirare dalla Germania. Si tratta quindi in larga misura di “spin”: la correlazione delle forze presenti sullo scacchiere europeo non cambierebbe, infatti, se non in una direzione non favorevole allo schieramento atlantico.

In pratica, il Presidente avrebbe in animo di effettuare un primo, vero, consistente rimpatrio di truppe senza allarmare eccessivamente la diaspora polacca d’America. Se la mossa venisse effettivamente attuata, per Trump si tratterebbe di un notevole successo d’immagine, che potrebbe sfruttare a novembre senza scontare successivamente l’accusa di essere un “Manchurian President”.

Che non sia intenzione di Trump rompere le fila del dialogo con Mosca lo provano, del resto, la sua proposta di allargare il G7 includendovi anche la Russia, oltre ad Australia, Corea del Sud ed India, e il negoziato in atto sul rinnovo del Trattato Start, il cosiddetto New Start, che la Casa Bianca vorrebbe allargare alla Cina, per frenarne il riarmo.

In entrambi i casi, infatti, il Presidente americano sembra intenzionato a confermare il proprio obiettivo strategico di separare Mosca da Pechino, cooptando la prima in un sistema geopolitico di contenimento della seconda.

Un traguardo che ben difficilmente sarebbe perseguito nei prossimi anni qualora alla Casa Bianca si venisse a trovare Joe Biden, magari con al proprio fianco una figura vice-presidenziale delle caratteristiche di Susan Rice.

Avremmo infatti in quel caso un’amministrazione probabilmente assai propensa a rilanciare le ingerenze degli Stati Uniti negli affari interni altrui, per occidentalizzarne gli ordinamenti, prassi che Trump ha sempre affermato di voler archiviare in nome del rispetto delle sovranità nazionali.  

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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