05:32 30 Novembre 2020
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Alla straordinaria complessità dello scenario libico si sono aggiunti nuovi elementi, che certamente hanno reso ancora meno decifrabile la situazione.

Nelle scorse settimane, dopo un lungo assedio, le truppe del generale Haftar sono state allontanate dai dintorni della capitale Tripoli ed hanno dovuto cedere del terreno ai propri avversari.

Il processo si è svolto in modo relativamente ordinato, malgrado nel deserto le linee si spostino spesso molto velocemente, ma è stato accompagnato da una serie di rilevanti reazioni ed altri fatti concomitanti, alcuni dei quali scaturiti da dinamiche in una certa misura indipendenti dall’evoluzione della battaglia in corso.

L’indebolimento delle forze cirenaiche è stato seguito dall’annuncio dell’avvicinamento alla frontiera libica di una consistente quantità di corazzati egiziani. E si è parlato anche di un possibile arrivo di miliziani dell’Hezbollah libanese a sostegno di Haftar.

Dall’altro lato, quello di Tripoli, invece, si è registrata la dichiarazione di appoggio a Serraj da parte del Ministro degli Esteri iraniano Zarif, circostanza che ha determinato un singolare allineamento tra Turchia, Qatar, Stati Uniti ed Italia.

Non è chiaro quali siano le determinanti della scelta di Teheran, ma le spiegazioni plausibili si riducono a due.

Una prima possibilità è che gli iraniani desiderino approfittare della resurrezione di Serraj per contribuire al rilancio dell’Islam Politico in tutto il Nord Africa, prospettiva che dovrebbe incoraggiare emiratini, egiziani e sauditi a resistere con maggior accanimento.

Alternativamente, non è da escludere che la Repubblica Islamica d’Iran stia cercando in modo tangenziale un terreno d’incontro con Washington.

Si tenga a questo proposito presente che Teheran ha recentemente permesso il ritorno in patria di un ex ufficiale della Marina americana che era stato condannato a 13 anni di reclusione, mentre dal canto loro gli Stati Uniti avevano consentito il rimpatrio di un medico americano-iraniano accusato di aver violato le sanzioni, dopo aver espulso uno scienziato persiano sospettato di spionaggio industriale.

Jens Stoltenberg e Recep Tayyip Erdogan
© AFP 2020 / Christian Hartmann
Inoltre, appoggiando Serraj, gli iraniani sono oggettivamente finiti non solo dallo stesso lato degli americani, ma anche da quello dei turchi, cui si oppongono in Siria. Il tutto è reso ancora più intricato dal fatto che la Turchia stia utilizzando tutte le leve di cui dispone nell’ambito dell’Alleanza Atlantica per consolidare la propria presenza in Libia.

Unità navali di Ankara si sono esercitate nel Mediterraneo centrale con quelle italiane ed un sottomarino turco si è fatto rifornire in un porto sardo. La comune appartenenza alla Nato dei paesi europei che partecipano attualmente alla missione navale dell’Ue Irini ha inoltre permesso alla Turchia di evitare il blocco di un proprio convoglio diretto in Libia, che i greci e i francesi avrebbero desiderato ispezionare.

Ne sono derivate inevitabilmente tensioni che stanno avendo dei riverberi ulteriori a Bruxelles, nel quartier generale dell’Alleanza Atlantica, presso il quale il governo di Parigi ha sollevato la questione del comportamento tenuto dalle navi turche incrociate da Irini. C’è quindi molto disordine sotto il sole.   

A tutto questo bailamme, si è da ultimo aggiunta la decisione italiana di offrire alla Marina egiziana due proprie fregate della classe Fremm, che le forze navali del Bel Paese erano in procinto di ricevere. In ballo ci sarebbe la promessa di una ricca commessa ulteriore, che riguarderebbe la fornitura di altre navi, ancora da produrre, e di una certa aliquota di caccia Eurofighter Typhoon.

Le fregate di cui verrebbe privata a breve la Marina Militare Italiana sono di una tipologia particolarmente adatta anche all’impiego offensivo controcosta. Il condizionale è naturalmente d’obbligo, perché le autorizzazioni richieste in questo genere di casi non sono ancora state tutte ottenute e l’ultima parola spetta in ogni caso al Ministero degli Affari Esteri, che esiterebbe.

Ci sono del resto fibrillazioni anche nella maggioranza di governo, dove non mancano coloro che sono ostili alla cessione di materiali d’armamento all’Egitto mentre è ancora pendente la definizione del caso giudiziario concernente l’accertamento dei colpevoli dell’uccisione del povero Giulio Regeni.

Il dibattito sulla vicenda in corso in Italia si è come al solito fortemente ideologizzato, concentrandosi sulla moralità del contratto in vista e, dall’altra parte, sulla grande opportunità industriale che si sarebbe dischiusa per Fincantieri e Leonardo.

Singolarmente, è invece assente dal confronto pubblico il tema delle ricadute politico-strategiche di una eventuale vendita di armi italiane all’Egitto, malgrado Roma rischi dei contraccolpi immediati, sia sul piano della sicurezza dei suoi soldati a Misurata, che sotto il profilo dell’indebolimento del proprio potere marittimo nel Mediterraneo centrale.

Una parte della stampa italiana ipotizza che possa essere all’opera una sofisticata strategia di bilanciamento, che tenderebbe a mantenere l’Italia dal lato di Serraj, anche garantendo al Governo di Accordo Nazionale gli sminatori che sono stati richiesti per ripulire le zone appena abbandonate da Haftar, mentre verrebbe contestualmente agevolato il riequilibrio tra le forze turche ed egiziane contribuendo al riarmo del Cairo.

Non è chiaro tuttavia se un esercizio simile possa o meno esser condotto a lungo in un teatro nel quale le logiche dei conflitti limitati dell’antica tradizione europea potrebbero anche non trovare applicazione. Il gioco, ammesso che esista davvero, può facilmente sfuggire di mano.

Ecco perché il teatro libico tende a somigliare sempre più ad un quadro cubista. Stanno venendo a mancare anche gli ultimi elementi di linearità che erano presenti al suo interno, in favore di un’accentuata frammentazione e di una progressiva traslazione degli scenari verso formule sempre meno prevedibili.

Le vie verso l’equilibrio e la pace sono certamente ancora infinite. Ma ne è diventato più difficile il discernimento.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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