19:32 12 Luglio 2020
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Il presidente serbo conquista il 63,5 dei consensi, affonda i tentativi di boicottaggio dell’opposizione e si prepara a dettare a Bruxelles e Washington le sue condizioni per il riconoscimento del Kosovo e l’adesione all’Unione Europea.

Grazie Europa. Il presidente serbo Aleksandar Vucic non lo dirà mai in pubblico, ma è ben consapevole del regalo fattogli da un’Unione Europea tanto ottusa quanto ostile. Senza lo stupefacente “no” di Bruxelles che a marzo, in piena pandemia, si rifiutò di fornire a Belgrado mascherine e forniture mediche indispensabili per contenere il contagio la coalizione guidata dal presidente serbo non avrebbe mai guadagnato quel 63,5 per cento dei voti con cui domenica ha vinto a piene mani le elezioni per il rinnovo del parlamento conquistando quasi 190 seggi su 250.

“Sono in politica da tanto tempo, ma non ho mai vissuto un momento come questo, abbiamo conquistato un enorme consenso popolare, il più grande mai registrato in Serbia” - ha dichiarato Vucic sottolineando come la sua coalizione abbia intercettato il voto di due dei 3milioni e trecentomila elettori presentatisi alle urne.

L’unica consolazione per i responsabili dei partiti d’opposizione che avevano deciso di boicottare il voto è la bassa percentuale fermatasi al 49 per cento. Ma è una magra consolazione. Non solo perché in Serbia non esiste una legge sulla soglia minima di votanti, ma anche perché nelle precedenti consultazioni non si erano registrate percentuali assai più consistenti. Nel 2016, quando non vi furono azioni di boicottaggio, l’affluenza non superò il 56,1 per cento. Quanto basta insomma per certificare l’assoluta “debacle” di Dragan Djilas, presidente del Partito della Libertà e della Giustizia e leader di quell’Alleanza Serba che ha promosso il boicottaggio accusando Vucic di scarsa democrazia e di mancata adesione ai principi europei.

Accuse reiterate in un recente rapporto della Freedom House, l’associazione non governativa basata a Washington e finanziata dall’amministrazione Usa, che accusa la Serbia di aver varcato il confine della democrazia trasformandosi in una sorta di “ ibrido regime di transizione” in cui si registrano “sfide sostanziali” alle libertà e ai diritti dei cittadini. Accuse che difficilmente reggono davanti ad una vittoria conquistata in assenza di evidenti irregolarità del voto. Ma dietro il folgorante successo di Vucic e del suo Partito Progressista Serbo non ci sono solo gli errori dei suoi avversari, l’incomprensione dell’Europa e la diffidenza americana. La determinazione con cui presidente e alleati continuano la battaglia in difesa dei serbi del Kosovo è l’altro grande tema su cui Vucic ha costruito il proprio consenso. Un consenso rafforzato, alla vigilia del voto, dalla visita del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov pronto a garantire il sostegno di Mosca nel contenzioso per l’ammissione del Kosovo nelle Nazioni Unite.

“In risposta alla possibile richiesta di riconoscere il Kosovo e acconsentire alla sua entrata nell’Onu senza ricevere nulla in cambio al di fuori dell’adesione all’Unione Europea la nostra risposa può essere soltanto no” - ha dichiarato Vucic al termine di quella visita.

Un “no” garantito e rinvigorito dalle assicurazioni di Lavrov.

“Forzare la cosiddetta normalizzazione imponendola attraverso scadenze artificiali è assolutamente controproducente” - ha ribadito il ministro russo facendo capire come Mosca sia pronta ad utilizzare il diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza e bloccare un’ammissione del Kosovo al Palazzo di Vetro priva di concessioni e vantaggi per Belgrado.

Il sostegno di Mosca e l’innegabile consenso popolare registrato nelle elezioni di domenica saranno due degli argomenti che Vucic potrà mettere sul tavolo il prossimo fine settimana quando volerà a Washington per affrontare con l’amministrazione statunitense e i rappresentanti del governo di Pristina il delicato negoziato per il riconoscimento della provincia secessionista. Ma il macigno del Kosovo resta anche l’ostacolo più grosso sulla strada di qualsiasi intesa con l’Unione Europea.

Nei prossimi mesi Bruxelles rischia di far i conti con un diktat - o peggio – con l’umiliante rifiuto di una Serbia pronta a rinunciare all’adesione all’Unione Europea se non verranno accettate le sue condizioni sulla provincia che l’intervento Nato del 1999 strappò alla terra d’origine. Nel corso dei colloqui per l’adesione Vucic ha più volte sottolineato di pretendere il riconoscimento dei comuni a maggioranza serba e la concessione di uno “status speciale” per le chiese e i monasteri serbo ortodossi del Kosovo. Come dire il riconoscimento e la protezione delle entità simbolo della presenza serba in Kosovo vittime - dopo il distacco forzato da Belgrado - di durissime discriminazioni.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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