22:32 12 Luglio 2020
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Dopo la crisi del 2008 e soprattutto ora, a causa degli interventi richiesti per porre rimedio ai danni causati dalla pandemia, la Federal Bank ha ridotto a zero il tasso di sconto e ha continuato a stampare dollari senza che ciò causasse inflazione o svalutazione della moneta.

In realtà, la valanga di dollari immessi sul mercato non ha avuto nessun effetto negativo perché la loro domanda internazionale non è mai venuta meno in modo significativo. È pur vero che sia la Russia che la Cina hanno ridotto la quantità di bond americani in loro possesso ma, a tuttora, la maggior parte degli scambi tra Stati e tra privati di vari Paesi è regolata ancora tramite la valuta americana e i prezzi delle principali materie prime sono indicizzati (e pagati) in dollari statunitensi.

Lo SWIFT

Le compensazioni finanziarie intra-Stati e i bonifici di qualunque genere tra una banca e l’altra passano attraverso il meccanismo detto “SWIFT” (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) che, di fatto, è monopolizzato da banche a stelle e strisce o dalle banche loro corrispondenti. Ogni giorno, attraverso questo meccanismo passano in media 5 bilioni di dollari e gli scambisono controllabili da Washington sia per accertare che il denaro non serva ai gruppi terroristici, sia per portare allo scoperto transazioni giudicate illegittime poiché fatte con Paesi soggetti a sanzioni, siano esse decise dall’ONU o dagli stessi USA.Va inoltre aggiunto che la maggior parte dei Governi mondiali si affida proprio al dollaro come risorsa primaria da mantenere nelle proprie riserve finanziarie. La conseguenza è che i bond americani possono pagare interessi bassissimi e i cittadini americani possono continuare a spendere, indebitandosi senza che la loro moneta ne soffra. In altre parole, si potrebbe affermare che il cittadino americano medio stia vivendo a sbafo sulle spalle del resto del mondo.

Sarà sempre così?

Qualcosa potrebbe cambiare e forse ha già cominciato a farlo.

Nel 1960 l’economia americana rappresentava il 40% di tutta quella mondiale mentre oggi è scesa al 25% egran parte di questatrasformazione è da attribuirsi al sopraggiungere sulla scena del colosso cinese. La globalizzazione, voluta proprio dagli americani, ha favorito invece Pechino, soprattutto dopo la sua ammissione nella World Trade Organization (WTO). È l’ingresso in questa organizzazione che ha permesso ai cinesi di giocare ad armi quasi pari con i protagonisti dell’economia precedentemente dominanti. Uso l’avverbio “quasi” perché, in realtà, è proprio la Cina a godere di una posizione di vantaggio rispetto a tutti i concorrenti. Infatti, nonostante gli impegni assunti, Pechino è ancora lontana dall’adempiere a tutti gli obblighi cui sarebbe tenuta quali la rinuncia al dumping, la totale liberalizzazione degli investimenti stranieri e la sparizione di limiti non tariffari alle merci provenienti da fuori confine.

Nessuno può ancora affermare che l’epoca del dollaro sia finita ma molte sono le nubi che si affacciano all’orizzonte.

Oltre lo SWIFT

La prima, già in corso, è la fine del monopolio del sistema SWIFT. Ansiosi di sottrarsi alla totale dipendenza e al controllo finanziario degli Stati Uniti, i primi a muoversi per creare un sistema alternativo sono stati i russi. Mosca ha sviluppato un sistema autonomo chiamato SPFS (System for Transfer of Financial messages). I cinesi hanno creato un loro proprio meccanismo detto CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e perfino il Governatore della Banca Centrale del Regno Unito, Mark Carney, ha sostenuto la necessità di creare una nuova moneta (digitale) internazionale al fine di: “smorzare la prepotente influenza del dollaro americano nei commerci internazionali”. Dal canto loro, per cercare di aggirare le sanzioni “secondarie” americane contro l’Iran, Francia, Germania e Regno Unito (cui si sono poi aggiunti:Belgio, Danimarca, Olanda, Finlandia e Svezia) hanno dato vita a INSTEX (Instrument in Support of Trade Exchanges), teoricamente aperto a tutti gli altri membri della UE e verso cui ha mostrato interesse anche la Russia. È vero che, pur essendo stato creato nel gennaio 2019, tale strumento non ha ancora iniziato ad operare, non si sa se e quando lo farà e ciò dice qualcosa sulle implicazioni politiche implicite in questa iniziativa. Va notato, comunque, che l’uso sempre più esteso, aggressivo e spesso unilaterale, degli USA nell’applicazione di sanzioni sta spingendo molti Paesi verso la ricerca di alternative al dominio globale finanziario del dollaro. La scelta di Trump di rivendicare l’interesse americano “prima di tutto” non ha fatto che obbligare perfino gli alleati più stretti a tirarne le conseguenze e a considerare, a loro volta, quali siano i reali interessi più immediati di ciascuno.

Le monete digitali

La seconda incognita sul ruolo del dollaro viene dalle monete digitali.

Il petrolio e la carta igienica
© Sputnik . Vitaly Podvitsky
Finora, i Bitcoin o le pseudo-valute similari non hanno costituito un vero pericolo per le monete reali poiché si tratta di valute deboli, estremamente fluttuanti, vulnerabili ad attacchi cibernetici e senza un qualunque amministratore centrale che ne fosse responsabile. Il vero problema si sarebbe avuto con la comparsa di LIBRA, la moneta digitale annunciata da Marc Zuckerberg. Questa avrebbe potuto contato sui miliardi di utenti di Facebook e di WhatsApp come vettore e,inizialmente, l’idea era di basare il suo valore su un paniere di monete (USDollar, Sterlina Inglese, Euro e Yen giapponese). Tuttavia, la reazione negativa di molti Governi e la rinuncia a partecipare di MasterCard, Visa e PayPal hanno convinto i promotori a ripiegare sull’ipotesi di legare Libra a singole valute nazionali. Non si sa ancora cosa ne sarà ma, intanto, ciò ha sgonfiato contemporaneamente sia l’aspetto rivoluzionario dell’idea, sia la pericolosità verso la supremazia del dollaro. A tutt’oggi, seppur non definitivamente sepolto, quello di Zuckerberg resta ancora semplicemente un progetto.

Chi invece sta procedendo concretamente nella creazione di una nuova moneta digitale è la Cina. Nel 2014, la Banca Popolare Cinese aveva ricevuto il mandato di sviluppare un’ipotesi di moneta digitale “controllata dallo Stato” con l’intento di ottenere una totale autonomia finanziaria per Pechino e rafforzare la sua “influenza economica” nel mondo. Questo progetto ha fatto passi da gigante ed è attualmente sotto test in quattro grandi città cinesi. A differenza dei bitcoin e di LIBRA, questa valuta non sarebbe controllata da privati bensì proprio dalla Banca Centrale statale e utilizzerebbe tutti gli strumenti digitali necessari quali blockchain e una piattaforma di pagamento digitale garantiti e sorvegliati dalla Banca stessa. Sarebbe inoltre integrata con tutto il sistema bancario cinese e con le banche corrispondenti in altri Paesi. Gli strumenti per la sua diffusione sarebbero web-chain quali Alibaba, Alipay e WeChat. Poiché già l’ottanta percento degli utilizzatori di smartphone in Cina è abituato a fare pagamenti di qualunque genere attraverso il proprio telefono (nel 2018 il volume dei pagamenti digitali fatti in Cina ha toccato ben 41 bilioni di dollari), non è difficile immaginare la plausibilità della sua accoglienza presso i consumatori nazionali. Si prevede che la sua applicazione più estesa possa cominciare con l’inizio del prossimo anno.

Una nuova valuta dominante?

Se tale iniziativa si limitasse ad operare dentro i confini del Paese del Dragone, il ruolo egemonico del dollaro subirebbe comunque conseguenze minori ma occorre non sottovalutare l’importanza dell’espansione delle attività cinesi nel mondo. Il progetto della Nuova Via della Seta e i relativi investimenti in molti dei Paesi coinvolti possono diventareper la Cina una facile arma di pressione per convincere anche altri Stati ad aderire all’utilizzo di questa nuova moneta. Da quando la valuta cinese era stata accettata come parte del “cestino” di valute del Special Drawing Rigths (SDR) del Fondo Monetario Internazionale, le emissioni della Banca Popolare Cinese hanno acquisito una totale legittimità internazionale e sono considerate come valute atte a entrare nelle riserve ufficiali degli Stati.  Già oggi sempre più Paesi hanno accordi bilaterali con Pechino per procedere ai reciprochi pagamenti nelle valute nazionali senza dover ricorrere al dollaro e ciò significa che, considerate le bilance commerciali sempre favorevoli a Pechino, in questi scambi è lo Yuan ad essere privilegiato.La cosa avviene soprattutto con i Paesi asiatici, ma anche in Africa sono sempre di più i Governi che accettano gli RMB (lo Yuan è l’unità base dello RMB) come moneta di scambio. In Corea del Sud, ad esempio, gli Yuan sono accettati perfino nei bar e nei ristoranti. Sostituire lo RMB materiale con un corrispondente digitale (sempre garantito da Pechino) in tutte le nuove operazioni intra-Stato non sembra debba essere un’operazione così complicata e consentirebbe di saltare ogni dipendenza dal dollaro.

È ancora troppo presto per annunciare la fine della valuta americana ma, se la politica estera di Washington dovesse continuare nel suo attuale solipsismo e nel creare frizioni anche con i tradizionali alleati, la tentazione di emanciparsi da quella dipendenzanon potrà che avere sempre maggiore forza e diffusione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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