11:14 10 Agosto 2020
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La vendita di due unità Fremm apre prospettive economiche a cui non possiamo rinunciare e ci garantisce un’alleanza essenziale per i nostri interessi nel Mediterraneo e in Libia minacciati dalla Turchia.

Ma far luce sulla pista di Cambridge,ovvero su come il ricercatore fu utilizzato a sua insaputa da un mondo accademico inglese vicino agli oppositori di Al Sisi, può aiutarci ad ottenere giustizia.

Quando si parla di Giulio Regeni le premesse sono d’obbligo. Il caso del giovane ricercatore ritrovato cadavere dopo esser stato sequestrato nel gennaio 2016 da agenti della sicurezza egiziana rappresenta un delitto orrendo e immotivato. E chi se ne rese responsabile merita di venir giudicato e condannato. Detto questo bisogna capire se il governo italiano sia in grado di ottenere quel risultato.E se quel risultato sia la priorità per l’interesse nazionale.

Quei due dilemmi si sono riaperti l’11 giugno quando il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera alla proposta del presidente del Consiglio Giuseppe Conte di cedere all’Egitto le due fregate classe Fremm Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi in cambio di 1 miliardo e 200milioni di euro. Nella valutazione di quella commessa la tragica vicenda di Giulio Regeni confligge con questioni economiche e geopolitiche altrettanto intense. Dal punto di vista economico rinunciare a quella commessa mentre l’Italia fronteggia una recessione che potrebbe costarle il 9 per cento del Pil sarebbe autolesionista. Anche perché le conseguenze della pandemia priveranno un’azienda come Fincantieri delle commesse nel settore crocieristico che nel 2019le hanno garantito ordini per 8,7 miliardi di euro. Ma il via libera alla vendita è importante anche perché l’Italia, stando al settimanale panarabo The ArabWeekly, può diventare un partner di rifermento stabile nell’ambito del programma di riarmo egiziano. Il programma,monopolio un tempo degli Usa, è stato ultimamente allargato a Russia,Francia e Cina per evitare la dipendenza da un singolo fornitore. In questo scenario le fregate in vendita potrebbero diventare sei e aggiungersi a20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, a 24 caccia EurofighterTyphoon e a numerosi aerei da addestramento M-346 di Leonardo, più un satellite da osservazione. Il tutto per un valore complessivo di oltre 10,7 miliardi di dollari da aggiungere alla commessa da 871,7 milioni per una fornitura di 32 elicotteri Leonardo già siglata nel 2019.

A rendere irrinunciabile la proposta di acquisto egiziana e il conseguente riavvicinamento al Cairo contribuiscono gli scenari politici del Mediterraneo e della Libia. Uno scenario dove l’Italia è ormai prigioniera dell’espansionismo turco. L’icona di quell’espansionismo è il Trattato sul Mediterraneo firmato da Ankara e Tripoli a fine novembre. Con quel trattato la Turchia si è attribuita, poco importa se lecitamente o no, il controllo delle rotte edelle risorse di tutto il Mediterraneo orientale. Al trattato è seguita l’offensiva militare in Libia che ha costretto alla ritirata il generale Khalifa Haftar e ha trasformato la Turchia nella principale potenza di riferimento per il governo di Fayez Al Serraj.

In questo scenario l’Italia rischia di far i conti con un presidente Recep Tayyp Erdogan pronto a mettere le mani non solo sul greggio e sul gas del Mediterraneo orientale, ma anche sui pozzi dell’Eni in Libia. Le pressioni della Russia per un ritorno al negoziato diplomatico tra Tripoli ed esponenti politici della Cirenaica diversi dal generale Haftar possono invece giocare a favore dell’Italia. In una partita non più militare,ma politica per il futuro della Libia la vicinanza all’Egitto e alla Russia da una parte e agli Stati Uniti dall’altra può restituirci un ruolo in una Tripolitania dove nessuno intende lasciare il potere esclusivo nelle mani di un Erdogan pericoloso e inaffidabile.

Un mancato riavvicinamento al Cairo oltre a renderci più poveri in termini economici ci renderebbe, invece, ancor più isolati. E di certo non contribuirebbe ad individuare gli assassini di Giulio Regeni che di certo non verrebbero consegnati ad un paese ostile all’Egitto. Per farlo il presidente Abdel Fattah al Sisi e i suoi dovrebbero tradire gli apparati di sicurezza da cui dipende oltre alla loro stessa sicurezza personale anche quella di un paese tenuto sotto scacco dal terrore islamista. Insomma per consegnarcii responsabili dell’assassinio Regeni comprometterebbero la stessa sopravvivenza del proprio sistema.

Esiste però un'altra via conosciuta come pista inglese. Ad oggi la procura di Roma responsabile delle indagini non ha ancora fatto luce sul ruolo di Maha Abdel Rahman, la tutor dell’Università di Cambridge che impose come supervisore in Egitto di Giulio Regeni la professoressa Rabab Al Mahdi, una docente all’Università americana del Cairo molto vicina ai Fratelli Musulmani. Quella vicinanza ai principali oppositori del presidente Al Sisi preoccupò lo stesso Giulio Regeni ed è probabilmente la causa del sequestro e delle torture che ne hanno causato la morte. Capire come e perché la docente inglese e la sua referente al Cairo approfittarono di Giulio Regeni impiegandolo,a sua insaputa, per ricerche estranee a quelle universitarie può diventare la chiave per ottenere una maggiore collaborazione egiziana.

Le torture e le brutali violenze a cui è stato sottoposto a Giulio oltre ad essere spietate erano anche inutili perché il ricercatore, ingannato dagli stessi docenti che dovevano tutelarlo, era totalmente all’oscura di verità e retroscena cercati dai suoi aguzzini. Capire perché un certo mondo accademico inglese utilizzò Giulio nell’ambito dei rapporti con gli oppositori di Al Sisie consegnare quella verità anche all’Egitto può essere la strada per ottenere la condanna di agenti e funzionari colpevoli di aver sbagliato due volte. La prima perché non capirono che Giulio eral’ignara copertura di gioco più sottile e complesso. La seconda perché l’uccisero.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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