14:28 27 Ottobre 2020
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A Parigi l’otto dicembre 2017, il 15 marzo 2018 a Roma e poi ancora il 6 aprile 2018 a Parigi si sono tenuti gli incontri della CEDRE (Conferenza economica per lo sviluppo, per le riforme e con le imprese) per decidere come aiutare il Libano, preda da anni di una crisi economica sempre più profonda e di un debito pubblico che stava per esplodere.

Erano presenti rappresentanti di 48 Paesi e Istituzioni e il loro scopo era di decidere, assieme ai ministri del Governo di Beirut, l’ammontare e le forme degli aiuti che sarebbero stati erogati al Paese dei Cedri.

Si fece un’analisi delle cause che avevano portato a quella situazione disastrosa e si concordarono gli interventi necessari: investimenti nei settori infrastrutturali per creare posti di lavoro, una riforma del fisco, troppo sbilanciato a favore dei ricchi e inefficiente nella raccolta, un incremento nell’azione doganale per fermare il vasto contrabbando e un drastico cambiamento nel comportamento delle banche totalmente al servizio degli interessi privati dei loro proprietari e dei  leader dei partiti politici organizzati su basi confessionali.

Lo stanziamento concordato ammontò a undici miliardi di dollari per la prima fase di interventi e l’intenzione era di dare sufficiente credibilità finanziaria per poter attirare anche investimenti privati.

Nonostante tutte le buone intenzioni dichiarate da parte dei politici libanesi, anche quell’appoggio internazionale non servì a nulla:il comportamento di tipo clientelare dei politici continuò come prima e il debito pubblico aumentò ancora mentre la parte più povera della popolazione continuò ad impoverirsi ulteriormente. L’unica vera riforma fiscale che si cercò di fare fu di tassare i messaggi WhatsApp, i più ricchi continuarono a beneficiare dei loro privilegi e i partiti proseguirono nelle loro pratiche di spolpamento delle casse pubbliche. Furono bloccati i conti correnti dei privati, consentendo prelievi per un massimo di 100 euro la settimana e si impedì di farlo in dollari anche a chi aveva conti in quella valuta.

Il 17 ottobre scorso cominciarono le proteste nelle strade che sono continuate quasi senza interruzione fino allo scoppiare dell’epidemia di Coronavirus. Nel frattempo, le società di rating classificarono (22 febbraio) i bond libanesi come CC, cioè “spazzatura” e, a marzo, il Governo annunciò di non essere in grado di rimborsare i propri debiti e di non riuscire più nemmeno a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. 

I debiti ufficiali dello Stato libanese ammontano ad almeno 90 miliardi di dollari di cui: più di un miliardo scaduto a marzo, 700 milioni in aprile e altri 600 stanno scadendo nel mese di giugno. La lira libanese è in caduta libera, l’inflazione viaggia a razzo e, perfino nei quartieri solitamente più benestanti di Beirut come Achrafieh, aumentano le code di chi cerca cibo alla mensa dei poveri.

In situazioni come questa è naturale che ognuno cerchi di scaricare le colpe su altri e il Primo ministro Diab è arrivato a incolpare il presidente della Banca Centrale Libanese di giocare al massacro sul cambio della Lira e ha fatto aprire un’inchiesta su di lui.

In realtà, è tutto il sistema che non regge più a causa di corruzione, inefficienza e politici settari e voraci. Nonostante la pandemia, ci sono state forti proteste anche in questi ultimi giorni. La maggior parte dei manifestanti erano sunniti e chiedevano il disarmo delle milizie sciite, immediate elezioni e riforme. A loro si sono contrapposti violentemente i militanti di Hezbollah e di Amal (partiti della maggioranza assieme al partito cristiano del Presidente Aoun).

Ora, in una situazione in cui la pandemia ha costretto a ridurre le produzioni, un basso prezzo del petrolio che impedisce si possa contare sull’aiuto dei paesi del Golfo, l’Iran (sponsor e pagatore di Hezbollah) che soffre di suo sia per le sanzioni che per il virus, l’unica speranza di evitare un fallimento totale dello Stato (con possibile ripresa della guerra civile) sarebbe l’intervento del Fondo Monetario Internazionale.

Le negoziazioni sono già cominciate ma non si chiuderanno in fretta, visto tutti gli interessi coinvolti. Hezbollah continua a dichiarare quell’ente uno strumento per la politica coloniale degli USA anche se, in realtà, teme soprattutto alcune delle condizioni che il FMI potrebbe imporre.

Negli ultimi interventi a favore di paesi in gravi difficoltà, il Fondo ha considerato non il solo aspetto economico ma anche le conseguenze sociopolitiche dei possibili rimedi che dovrebbero essere applicati e questo è già qualcosa. Ciononostante, è chiaro che alcune misure drastiche, magari sgradite a qualcuno e spesso anche impopolari, sono necessarie. Nelle discussioni già in corso, ad esempio, una delle azioni richieste per controllare il contrabbando è la chiusura del confine con la Siria. Ciò comporterebbe però un enorme danno per tutti i miliziani di Hezbollah che combattono in Siria e impedirebbe l’afflusso in Libano delle armi iraniane usate poi contro Israele.

Le altre proposte avanzate dal Fondo sono: una grande svalutazione della Litra libanese per ridurre le importazioni e favorire il poco che viene esportato, uno sforzo fiscale importante con il suo allargamento e la redistribuzione dei carichi tra i vari ceti, una ricapitalizzazione delle banche con la richiesta ai proprietari di farsene carico magari anche reimportando capitali dall’estero, la riduzione dei sussidi attualmente erogati e la rinegoziazione di tutti i debiti con i creditori (come sta cercando di fare ancora una volta l’Argentina). Per quanto riguarda le banche, anche i depositanti ne sarebbero toccati e un’ipotesi sarebbe quella di un bail-in che faccia sparire il 33 % di tutti i conti, il 55 percento per quelli di valore superiore ai 500.000 dollari (circa il 2 % del totale) e il 70% per i depositi con valore superiore al milione di dollari (circa l’un percento del totale).

È chiaro a tutti che interventi di questo genere causerebbero nell’immediato un aggravamento della crisi economica già in corso con costi ancora più pesanti per le fasce più deboli. Si conta, tuttavia, su un possibile recupero nell’arco di tre-quattro anni.

Il dramma peggiore, comunque, sta nel fatto che chi dovrebbe gestire tale situazione è quella stessa classe politica che sinora ha guadagnato proprio sull’andazzo precedente e che potrebbe fingere di accettare le riforme richieste senza però applicarle nei fatti per non perdere le posizioni di privilegio detenute. È esattamente per questo timore che, anche qualora si raggiungesse un accordo, il denaro sarà messo a disposizione dal FMI solo attraverso stanziamenti trimestrali o addirittura mensili, al fine di verificare volta per volta la reale implementazione delle decisioni ufficialmente prese.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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