22:57 12 Luglio 2020
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La morte di George Floyd (82)
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La barbara uccisione di un uomo di colore da parte di un poliziotto di Minneapolis ha innescato un’ondata di violenze e proteste di vario genere che dagli Stati Uniti si è estesa ad un vasto novero di altri paesi.

La circostanza che possa essere bastato così poco a provocare un incendio tanto grande merita di essere analizzata e spiegata, così come debbono esserne studiate le probabili implicazioni future.

In realtà, non si è trattato di un fulmine a ciel sereno: fatti di cronaca come quello che è costato la vita a George Floyd negli Stati Uniti non sono purtroppo rarissimi e non sono mancate neanche in passato le immagini che le documentassero.

A sorprendere, casomai, sono state le reazioni che abbiamo osservato. Se si vuol comprendere cosa sia successo davvero, è quindi necessario prendere in considerazione tutte le variabili specifiche non ricorrenti che erano presenti questa volta.

In primo luogo, la drammatica morte del povero Floyd si è verificata in un’America ben diversa da quella dei record economici di qualche mese fa. È accaduta invece nel bel mezzo di un’epidemia che ha fatto già più di centomila morti negli Stati Uniti, provocando estesi lockdown, il crollo temporaneo del Pil ed una brusca impennata della disoccupazione.

Occorre ricordare come il sistema di welfare americano sia profondamente diverso da quello europeo e molto meno performante. Al minimo accenno di contrazione dei ricavi, si licenzia e si perde il reddito, che è erogato tra l’altro solitamente su base settimanale e non mensile. Inoltre, la spesa è trainata dal credito al consumo e le famiglie quindi non dispongono di risparmi elevati: in un terzo dei casi, i conti correnti non superano i mille dollari.

Questo significa che al contrario di quanto è successo in Europa, l’impatto economico del Covid-19 è stato avvertito prima e per il momento più duramente, malgrado i sussidi universali generosamente messi in campo dall’amministrazione Trump. Ciò potrebbe spiegare perché la protesta antirazzista sia stata sfruttata da un certo numero di persone per attuare quelle che un tempo in Italia si definivano “spese proletarie”.

In secondo luogo, il brutale assassinio di Floyd è intervenuto in un momento cruciale del ciclo politico statunitense, che culminerà il prossimo 3 novembre nelle elezioni presidenziali. È quindi del tutto fisiologico che gli avversari del Presidente in carica abbiano cercato di sfruttare politicamente quanto succedeva per metterlo in cattiva luce. 

In pratica, il fatto di cronaca di Minneapolis ha agito come la proverbiale scintilla caduta su un terreno impregnato di benzina.

I democratici americani hanno avuto finora gioco facile a cavalcare questa tigre, perché la narrazione dei media mainstream ha potuto basarsi su stereotipi molto diffusi e condivisi, primo fra i quali quello secondo cui Trump sarebbe a sua volta un razzista intento a perseguire un’agenda di riaffermazione del suprematismo bianco.

Poco importa che il Presidente americano abbia immediatamente condannato l’omicidio di Floyd e chiesto la punizione del suo responsabile. Ed ancor meno conta il fatto che la polizia ai cui ordini agiva il responsabile dell’uccisione fosse agli ordini di autorità locali espresse dal partito democratico.

Il messaggio, secco, che è stato veicolato ha avuto presa: Trump difende gli interessi dei bianchi - che siano quelli che si dibattono in gravi difficoltà economiche non conta -e lo votano anche degli estremisti di destra, quindi è uno di loro. Inoltre, è un Presidente talmente poco incline ad occuparsi dei diritti umani nel mondo da intavolare trattative anche con quelli che vengono ritenuti tiranni sanguinari. Non era difficile metterlo nell’angolo.

Il flusso delle manifestazioni si è poi in qualche modo autoalimentato, anche perché protestare è diventato “cool”.

È però difficile resistere alla tentazione di vedere, almeno nelle fasi iniziali della reazione agli eventi, l’apporto dato da un consistente numero di stakeholders interessati ad estromettere Trump dalla Casa Bianca.

Per il momento, l’azione di dimostranti e loro sostenitori palesi ed occulti ha dato frutti importanti.

Il gap nazionale in favore del probabile nominato democratico alla sfida di novembre, Joe Biden, si è dilatato oltre il 10% e la stessa Rasmussen che è molto vicina a Trump valuta molto negativamente il consenso al Presidente in carica, per quanto con sensibili oscillazioni giornaliere e comunque ricordando che in moltidegli Stati in bilico dove occorre vincere per ottenere la Casa Bianca lo svantaggio è nel limite dei 3 punti.

Trump, in effetti, non è stato abilissimo a sottrarsi alla narrativa avversaria, in qualche caso contribuendo involontariamente a rinforzarla, ad esempio con la minaccia di ricorrere alle forze armate federali per ristabilire l’ordine: un’eventualità cui si è opposto persino il Pentagono.

Tuttavia, è ancora presto per trarre indicazioni definitive sugli esiti del confronto che avrà luogo il 3 novembre. Il movimento di contestazione “Black Lives Matter” si è infatti caricato di significati e valenze ulteriori che sembrano sul punto di sfuggire a qualsiasi controllo e persino al buon senso.

Se si può comprendere che siano state abbattute statue di eroi confederati, più difficile è capire come mai la furia iconoclasta abbia raggiunto anche simboli di più alto profilo e meno direttamente riconducibili al passato segregazionista americano. Sono stati decapitati i monumenti a Cristoforo Colombo. 

La rivolta si è inoltre estesa internazionalmente, seppure senza eguagliare i picchi registratisi negli Stati Uniti. Alcuni memoriali controversi sono stati profanati, distrutti o se ne è indotta la rimozione. Diverse società hanno rinunciato a commercializzare prodotti dall’immagine ambigua e si è giunti persino a ritirare dai palinsesti un classico della storia cinematografica mondiale come “Via col Vento”. 

In alcune località degli Stati Uniti si è disposto lo scioglimento delle polizie locali – una misura che avrà l’unico effetto di indurre i privati ad armarsi ancor più massicciamente – ed è iniziata una campagna di più vasto respiro per definanziarle sul piano federale.

Trump ha assunto su questo punto un atteggiamento molto fermo ed intransigente, che potrebbe alla lunga anche permettergli di risalire la china, sottolineando in particolare l’importanza del ritorno al rispetto della legge come precondizione di qualsiasi ripresa economica, forse per provare a volgere a proprio favore la paura e lo sconcerto che fatalmente si diffonderanno nella cosiddetta “maggioranza silenziosa”.

In ogni caso, ancora una volta, quanto accade in America ci riguarda da vicino. Ora più che mai, perché lo scontro che si sta svolgendo negli Stati Uniti coinvolge cordate trasversali che hanno ramificazioni in molte parti del mondo. Anche nella nostra Europa, che pare ormai regredita alla condizione di teatro secondario della grande guerra civile in atto tra sostenitori ed avversari di Trump.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
La morte di George Floyd (82)
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