04:10 30 Ottobre 2020
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In questi giorni quando sento parlare di “Stati generali dell’economia” mi viene la tentazione di fare un atto liberatorio parafrasando il caro rag. Fantozzi e mettermi a urlare: Gli Stati Generali sono… una boiata pazzesca!

Cosa potrebbero essere altrimenti? Un nuovo e temporaneo organo costituzionale con il compito di esaminare la società italiana e suggerire al Governo e al Parlamento cosa dovrebbero fare? Non si voleva chiudere il CNEL (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro)? Secondo la sua vocazione dovrebbe essere:“un organo di rilievo costituzionale italiano con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni. Le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale, nell'ambito delle quali ha diritto all'iniziativa legislativa”. Si tratta allora di un doppione?

E poi: prima di fare una qualsiasi legge, le Commissioni Parlamentari hanno il diritto di “audire” i rappresentanti delle categorie interessate a quella legge e chiunque altro sia in grado di dare un potenziale contributo affinché il Parlamento legiferi a ragion veduta. E anche: tutti gli ultimi Governi non hanno nominato stuoli di consulenti che hanno elaborato corposi studi su cosa si potrebbe fare per affrontare le crisi finanziaria ed economica che soffriamo da diversi anni (l’ultimo il gruppo Colao)? Tutto vano? Tutto inutile? Cosa ne dice la Costituzione?

Purtroppo, occorre ammettere che non c’è da stupirsi che i politici attuali non sappiano raccapezzarsi e non abbiano alcuna idea su cosa fare. Il vezzo dell’antipolitica sobillata da fuori (e perfino da dentro) il Parlamento non ha lasciato scampo.

Una volta esistevano i partiti che erano, o almeno si pensava fossero, un raggruppamento di persone che avevano più o meno le stesse idee di come andasse organizzata la società. Chi li sosteneva e chi li votava lo faceva perché, almeno a grandi linee, condivideva le loro proposte. Ogni partito rappresentava un modo di come avrebbe dovuto essere ordinato il vivere comune, l’economia, la politica internazionale. Era naturale che dentro gli stessi partiti ci fossero dibattiti, confronti, magari anche scontri, ma sempre sulle idee, sui progetti, su una visione del mondo. È così che proprio attraverso quei dibattiti interni i politici facevano esperienza, che si rinforzavano nelle loro idee e guadagnavano la capacità di difenderle nelle varie sedi istituzionali. Qualcuno ha perfino dato vita a scuole di formazione interne, utili sia per l’approfondimento delle idee sia per conoscere le tecniche di gestione del bene collettivo.

Così come accade ad ogni struttura, e già lo scriveva il politologo Robert Michels all’inizio del novecento, ogni organizzazione tende a burocratizzarsi e finisce col privilegiare l’obiettivo della propria stessa sopravvivenza. Nessuno può negare che sia ciò che è successo ai partiti. La loro involuzione in quella direzione è diventata sempre più manifesta e questo spiega perché l’opinione pubblica e vari commentatori siano arrivati a definire il mondo politico come una “casta”. Quegli stessi critici dimenticano però che anche altre consorterie hanno seguito la stessa stradanonostante non se ne parli. Se i politici sono una “casta”, lo sono anche i magistrati (vedi il caso Palamara, che ha portato allo scoperto qualcosa che già tutti sapevano). Lo sono i giornalisti, che hanno goduto grandi privilegi pensionistici nonostante le leggi Dini e Fornero. Lo sono i sindacati, di cui nessuno parla in merito a quanti soldi ricevono continuamente e a vario titolo dallo Stato senza risponderne ad alcuno che a sé stessi. Lo sono tante altre corporazioni, i preti, i professori universitari, ecc. La differenza, importante, è che i politici hanno la responsabilità di gestire TUTTA la cosa pubblica e non solo una parte di essa. All’interno dei vecchi partiti avveniva una selezione naturale che lasciava emergere, verso ruoli istituzionali man mano più importanti, quelli che meglio sapevano difendere le proprie idee e che più erano preparati verso il ruolo che avrebbero assunto.

Aver distrutto i partiti, ci piaccia o non ci piaccia, ha cancellato sia la “gavetta” sia la competenza. Oggi la maggior parte di coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica sono persone senza arte né parte. Non si sa da dove vengano, né quali esperienze possano aver accumulato.

Quando nacque Forza Italia sulle rovine della cosiddetta Prima Repubblica, si pensò che occorreva sostituire i politici di professione con persone esperte della vita economica quotidiana. Molti dei primi politici di quel partito venivano dal mondo dell’industria, del commercio, o avevano, comunque, una passata esperienza in associazioni di qualche genere. Si trattò, già allora, di un grave errore perché gestire la cosa pubblica è ben diverso dal gestire una azienda o dallo svolgere una attività commerciale. In questi settori l’obiettivo è, necessariamente, il profitto dell’organizzazione per cui si lavora. Fare politica è, invece, tentare di conciliare per quanto possibile gli interessi di tutti, anche quando tra loro contrapposti.

Insistere con la retorica antipolitica e antipartitica, come si continua a fare,peggiora soltanto la situazione. Molti degli attuali parlamentari, e addirittura qualche ministro, non solo non aveva mai fatto politica ma nemmeno svolto alcun lavoro. Anche chi lo ha fatto, non ha avuto né il tempo né l’opportunità di un qualunque ruolo minimamente dirigenziale.

C’è da stupirsi che tutti siano concordi nel definire questo Parlamento e questo Governo come una massa di incompetenti? C’è da stupirsi di questa ridicola trovata del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di voler dar vita ai cosiddetti “Stati Generali”?

Qual è l’obiettivo cui i fautori di questo pseudo progetto puntano? Farsi dire da qualche professore o, semplicemente,da qualche amico degli amici cosa il Governo dovrà fare? Ha forse quel governo elaborato in precedenza la strada da intraprendere e vuole sentire l’opinione dalla società civile? Se veramente Conte ed i suoi accoliti avessero già una proposta non sarebbe istituzionalmente (e costituzionalmente) più naturale sottoporla al dibattito ed al giudizio del Parlamento? Questi parlamentari sono stati eletti (anzi, più correttamente dovrei dire “nominati”) attraverso il voto dato a dei partiti. Ma quei partiti hanno cercato il consenso in base a qualche proposta politica oppure hanno solamente sollecitato la pancia dei loro elettori senza dire mai nulla di concreto e operativo?

Se i nostri rappresentanti alla Camera e al Senato fossero stati eletti per le idee e per le proposte che avanzavano, se esercitassero veramente il loro ruolo di rappresentanti del popolo, allora toccherebbe a loro audire il parere di vari soggetti sulla proposta elaborata dalle Camere o arrivata a loro dal governo.

Convocare degli Stati Generali dell’economia, riunirli al di fuori del Parlamento, affrontarli alla cieca senza avere precedentemente elaborato una qualunque idea completa, significa veramente essere arrivati al gradino più basso della vita politica e istituzionale. E non si tratta nemmeno di una grande revisione costituzionale che miri a qualche cambiamento radicale della vita collettiva! Farlo per chiedere consigli, non si sa bene a chi, su quali decisioni economiche intraprendere è un’ammissione evidente che chi dovrebbe decidere si trova senza idee. In altre parole: è allo sbando.

Quasi quasi c’è da sperare che si tratti, come qualcuno ha suggerito, soltanto di una passerella mediatica.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Economia, Italia
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