11:16 10 Agosto 2020
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Il 31 maggio scorso, Trump ha fatto una nuova mossa delle sue. Prendendo atto del rifiuto di Angela Merkel a recarsi di persona a Washington per partecipare al G7, il Presidente americano ha cancellato l’evento con un tratto di penna, proponendo di convocare in settembre al suo posto un foro più ampio.

Si tratterebbe di un G11, che comprenderebbe anche i Capi di Stato e di Governo di Russia, India, Australia e Corea del Sud. Di questa nuova iniziativa diplomatica di Trump meritano di essere segnalati alcuni aspetti di un certo interesse.

In primo luogo, risulta evidente la volontà di creare un format anti-cinese. Invitare russi, indiani, australiani e sud-coreani ad unirsi al G7 senza estendere la cortesia anche ai vertici della Repubblica Popolare ha infatti un significato molto chiaro. Il Presidente statunitense sta forse immaginando di allestire la struttura di coordinamento di una delle parti in cui si frammenterebbe l’attuale sistema economico globale, se lo scontro tra Washington e Pechino s’inasprisse.

È degna di nota anche la circostanza che Trump abbia annunciato questo suo proposito appena poche ore dopo aver pubblicato un tweet molto aggressivo, in cui stigmatizzava il comportamento di tutti coloro che attribuiscono esclusivamente agli infowarriors russi la presunta disseminazione di fake news, senza mai invece accusare di queste pratiche i cinesi, a suo avviso più pericolosi.

Un terzo elemento significativo attiene alla sceltadei tempi: l’apertura a New Delhi è infatti avvenuta proprio nel momento in cui l’Unione Indiana fronteggia importanti pressioni militari cinesi sulle proprie frontiere.

È molto probabile che la Casa Bianca stia seriamente considerando di provaread inserire un cuneo fisico indo-russo nella Belt and Road Initiative promossa da Pechino. Non è però ancora chiaro se il nuovo progetto di Trump abbiaqualche possibilità di riuscita e se davvero il G11 prenderà forma entro il prossimo autunno.

I dubbi al riguardo sono infatti molto forti. Sarebbe tuttavia un errore derubricare l’azione intrapresa da Trump come l’esito di un’iniziativa estemporanea. Perché non lo è, derivando invece da una visione persistente che riaffiora ogni qual volta le circostanze lo consentano.

Forse il nuovo format non vedrà la luce, o magari partirà privo di qualche sua parte. Le resistenze che incontrerà, infatti,sono notevoli ed alcune sono già venute allo scoperto.

La Germania ha accolto con freddezza la proposta proveniente da Washington, confermando di soffrire molto l’acuirsi della contrapposizione sino-americana, che può mettere in difficoltà non soltanto l’export, ma anche il futuro delle delocalizzazioni tedesche nella Repubblica Popolare, paese in cui i giganti dell’auto germanica producono milioni di autovetture di lusso.

La Gran Bretagna sembra a sua volta aver preso le distanze dalla proposta di Trump, malgrado il suo premier Boris Johnson stia tentando di distanziare il Regno Unito dalla Cina e gli effetti della crisi di Hong Kong possano allontanare ancora più rapidamente Londra da Pechino.

Dalla Francia non sono giunte finora apprezzabili reazioni, ma è da ritenere probabile che una netta scelta di campo ostile alla Cina sia problematica anche per Parigi, date l’entità dell’interscambio bilaterale franco-cinese e l’importanza di alcune commesse recentemente finalizzate dalla diplomazia economica transalpina.

Quanto all’Italia, è entrata nelle nuove “vie della seta” giusto l’anno scorso ed è quindi comprensibilmente imbarazzata da quanto sta accadendo. Né l’aiuta molto il forte interesse della Santa Sede ad approfondire il dialogo con le autorità di Pechino, anche in vista di un possibile concordato che spalancherebbe la Repubblica Popolare all’azione di proselitismo dei religiosi cattolici.

Di contro, però, proprio nei primi giorni di giugno, India ed Australia hanno raggiunto un accordo che rafforzerà la loro collaborazione bilaterale e che appare perfettamente compatibile con lo schema cui sembra pensare Trump.

Inoltre, il Presidente statunitense ha lanciato un chiaro segnale alla Germania, ordinando proprio alla vigilia dell’anniversario dello sbarco in Normandia il rimpatrio di più di un quarto dei militari americani attualmente di stanza nella Repubblica Federale. Non è detto quindi che Berlino non possa essere indotta a rivedere il proprio atteggiamento, magari mettendo sul piatto la rinuncia a questo ripiegamento, il cui annuncio ha già destato viva sensazione tra i politici tedeschi.

Si attendono ora le valutazioni della Russia. A Mosca dominano scetticismo e prudenza, ed è comprensibile che sia così, in un contesto nel quale persistono ancorale sanzioni decretate contro la Federazione Russa nel 2014 e sono diversi i teatri di crisi nei quali russi ed americani si trovano su spalti opposti.

Di recente, peraltro, si è registrato qualche segnale di distensione. Stati Uniti e Federazione Russa hanno ad esempio collaborato nella lotta al Covid-19 e il Segretario alla Difesa americano, Mark Esper, è stato invitato ad assistere alla parata militare con la quale il 24 giugno verrà ricordato l’anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica.

Spinge naturalmente la Russia ad una certa cautela anche l’avvicinarsi delle presidenziali americane, che potrebbero sfociare in un cambio ai vertici degli Stati Uniti e nel conseguente mutamento degli orientamenti della politica estera di Washington.

Il Cremlino ha chiesto di saperne di più e di potersi esprimere su una proposta formale. Successivamente, è intervenuta anche una conversazione telefonica tra i due presidenti, Trump e Putin, dei cui contenuti concreti si è però saputo poco.

Tutto è quindi in alto mare. L’amministrazione Trump sta cercando di contenere la Cina chiamando a concorrervi anche grandi potenze che sono al di fuori del perimetro storico delle alleanze degli Stati Uniti. Ogni paese coinvolto si misurerà con complessi calcoli geopolitici, che chiameranno in causa anche rilevanti interessi economici.

È probabile che Trump finisca con l’intavolare trattative dirette con tutti i partner invitati. Per molti, quasi tutti, la spinta americana potrà essere all’origine di nuove lacerazioni e tensioni interne. Ma per la Russia potrebbe essere una grossa opportunità di negoziare i termini di una vera riconciliazione con l’America, da tanto tempo attesa e mai purtroppo concretizzatasi.

Trump, che non è un ideologo liberal, ma un realista estremamente pragmatico, può offrire a Mosca più di qualsiasi altro interlocutore americano. Ma avrebbe la forza di far accettareall’establishment del suo paese un eventuale accordo di alto profilo con la Russia?

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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