19:21 12 Luglio 2020
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La guerra è (quasi) finita e Tripoli ha bisogno di Roma. Il primo a farlo capire è Fayez Al Serraj.

Sabato 30 maggio approfittando di un colloquio telefonico con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il premier di Tripoli ha chiesto “l’assistenza dell’Italia per la rimozione delle mine dalle zone meridionali della capitale libica riconquistate nelle ultime settimane dalle forze del Gna”.

Il problema di certo esiste. Come spiegato da Serraj le forze del generale Khalifa Haftar hanno piazzato “trappole esplosive e mine nelle aree residenziali da dove sono state cacciate, che hanno ucciso diverse persone rientrate a ispezionare le proprie case”. Ma la richiesta di Tripoli nasconde anche un’innegabile “avance” diplomatica. O meglio un riconoscimento dell’indispensabile ruolo italiano in una situazione caratterizzata non più dallo scontro militare con Haftar, ma dall’imminente ripresa del negoziato politico con i rappresentanti del parlamento di Tobruk. Volendo soltanto risolvere il problema delle mine Serraj poteva rivolgersi ad un alleato turco sicuramente in grado di garantire il personale più adeguato. Risparmiandosi anche l’inevitabile attesa de lvia libero del governo italiano ad una missione militare di quel tipo.

Ma un’eventuale missione militare italiana nel cuore di Tripoli non risolverebbe solo il problema delle mine. Un riavvicinamento a Roma dopo oltre un anno di totale subalternità da Ankara,ricompensata con armi e aiuti militari, restituirebbe a Tripoli un minimo di legittimità politica contribuendo a mitigar nel’immagine di stato fantoccio agli ordini di Recep Tayyp Erdogan.

Per capire l’esigenza di Tripoli e l’opportunità di un’Italia quasi completamente estromessa dai giochi libici bisogna considerare lo scenario apertosi lo scorso 18 maggio con la caduta di Watiya, la base aerea da cui le forze di Haftar coordinavano gli assalti alla capitale. Quella sconfitta segnala fine del generale e del suo sogno di conquistare Tripoli. Ma a decidere la ritirata del generale non sono soltanto i missili, i droni e i mercenari di Erdogan. A favorire quella“debacle” contribuisce soprattutto la volontà del Cremlino di ottenere il cessate il fuoco, deciso a gennaio a Berlino, per poi aprire un negoziato tra la Tripolitania di Serraj e una Cirenaica rappresentata non più dal generale Haftar, ma dal politico Aguila Saleh Issa, presidente del parlamento in esilio a Tobruk. Una decisione a cui, grazie alle pressioni del Cremlino, si accodano anche Egitto ed Emirati Arabi ovvero i due più irriducibili alleati del generale, veri mandanti dell’assalto a Tripoli lanciato nell’aprile di un anno fa. Un tweet diffuso all’indomani della caduta di Waitya da Anwar Gargash, ministro degli esteri degli Emirati,spiega infatti che “l’unica via d’uscita dalla crisi libica è un immediato e totale cessate il fuoco e un ritorno al processo politico” aggiungendo che il paese non avrà futuro se i combattenti “continueranno a non aver altro obiettivo se non qualche vittoria tattica”. Messo da parte l’uomo forte della Cirenaica Mosca deve però arginare anche l’aggressività turca. L’arrivo dalla Siria di 12 caccia Mig 29 e due Sukhoi SU 24 serve proprio a scoraggiare un’ offensiva delle milizie di Serraj suggerita o incoraggiato da Ankara. L’arrivo di quella flotta aerea riaccende però l’attenzione di Washington preoccupata sia dalla presenza degli aerei,sia dal ruolo di una Russia pronta a diventare, assieme ad Ankara, il vero ago della bilancia degli assetti politici libici.

Vladimir Putin e Recep Erdogan alla ceremonia di apertura di Turkish Stream
© Sputnik . Sergey Guneev
E così la Libia uscita dall’incubo della guerra torna al centro degli scenari diplomatici. Il ritorno alla diplomazia però due capitoli assai spinosi. Il primo riguarda il trattato sulle aree di giurisdizione marittima stretto a fine novembre da Ankara e Tripoli. Un trattato inaccettabile dal punto di vista del diritto marittimo che minaccia di portare Grecia e Cipro allo scontro con la Turchia. Sul fronte energetico la presenza turca in Tripolitania minaccia invece di rendere più complessa la divisione degli interessi legati al petrolio e al gas. Preoccupazioni che rimbalzano dalle capitali europee a Washington. Non a caso il21 maggio Germania, Gran Bretagna e Francia chiedono ad Ankara di muoversi con moderazione ed accelerare un effettivo cessate il fuoco con Haftar. Un messaggio ripetuto a Fayez Serraj dal segretario di stato Mike Pompeo il 22 maggio e reiterato nel corso della telefonata con cui il 24 maggio il presidente Donald Trump richiama all’ordine il presidente turco. In questo complesso contesto Washington è la prima a ricordare a Serraj la necessità di diluire l’influenza turca.

Magari riprendendo il rapporto con un’Italia considerata il partner più affidabile e più rodato nella gestione dei dossier libico anche per la capacità d’ intrattenere relazioni distese sia con Mosca, sia con Ankara. Insomma dietro il rinnovato interesse di Serraj per l’Italia ci sono le pressioni di un’America altrimenti spiazzata e incapace di gestire un negoziato politico monopolizzato da Mosca e Ankara. Resta da vedere se Giuseppe Conte saprà utilizzare questa opportunità e sfruttarla per garantire anche i propri interessi nazionali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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