14:18 08 Luglio 2020
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Stati Uniti e Cina sono sempre più evidentemente in rotta di collisione. Molti analisti ne fanno una questione di personalità, sottolineando come le ambizioni dell’attuale leadership cinese e la linea assunta dal presidente americano stiano contribuendo notevolmente al deterioramento dei rapporti tra le due maggiori potenze del pianeta.

Tuttavia, è all’opera probabilmente qualcosa di più profondo e forse ineluttabile. Dopo decenni di crescita prolungata, la Repubblica Popolare è divenuta una superpotenza economica ed era logico che prima o poi arrivasse al potere a Pechino qualcuno che fosse intenzionato a convertire la ricchezza acquisita in influenza politica.

Chi ha le risorse per farlo, cerca sempre di creare un ambiente internazionale più congeniale ai propri valori ed adeguato ai propri interessi. Non c’è da scandalizzarsene. A volte, poi, opera anche il bisogno di proteggere le proprie vulnerabilità. Spesso, si cerca di diventare più forti anche solo per evitare iniziative altrui che compromettano la propria capacità di continuare a svilupparsi.

Investire nell’allestimento di una flotta d’alto mare può essere percepito come una sfida da parte di chi detenga il potere marittimo, ma può rispondere anche all’esigenza difensiva di proteggere le linee di collegamento attraverso le quali si importano le materie prime e si esportano manufatti.

Sia come sia, si è creata una situazione oggettivamente difficile, che non cessa purtroppo di complicarsi. Ed è davvero possibile, come si afferma da più parti, che si stia andando verso una nuova Guerra Fredda, che sarebbe certamente diversa da quella vista tra il 1945 ed il 1989, ma non per questo meno problematica.

Comporterebbe infatti il ritorno ad un sistema bipolare, con ripercussioni profonde che toccherebbero questa volta anche l’economia, modificando l’assetto attuale degli scambi commerciali e finanziari internazionali.

Nei mercati già gode di un certo credito l’idea che si vada verso la biforcazione della globalizzazione, con implicazioni che raggiungerebbero anche la disciplina degli standard tecnici.

Sono attesi estesi fenomeni di reshoring, ovvero di rimpatrio delle delocalizzazioni, con conseguenti lievitazioni dei costi di produzione e dell’inefficienza globale, ma altresì ripresa dell’occupazione industriale in aree che l’avevano persa.

Forse non saranno interessati tutti i comparti produttivi, ma di sicuro verranno investiti quelli di natura strategica. Non soltanto le imprese che producono armamenti, ma ogni settore potenzialmente rilevante dal punto di vista della sicurezza nella più ampia accezione: anche quella sanitaria, come sta diventando evidente. Sarà rivista la struttura delle catene del valore in molti campi, con inevitabili riverberi nella distribuzione internazionale del lavoro.   

Altre e forse più importanti implicazioni si registreranno in campo politico, perché i due maggiori attori del sistema – Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese – cercheranno di attrarre a sé tutti gli altri attori del sistema internazionale. Per molte realtà, questo significherà sottoporre la società e i relativi sistemi decisionali ad importanti tensioni, che stanno diventando sempre più visibili.

Non semplifica le cose neppure la circostanza che la grande crescita economica cinese sia maturata in un clima politico particolarmente permissivo e sia stata persino in una certa misura favorita dal paese che ora intende contrastarne le conseguenze ultime.

In termini più vicini alla nostra esperienza, l’intera Europa occidentale ha fatto affari con la Repubblica Popolare Cinese, traendone vantaggi ai quali è comprensibile non si voglia rinunciare a cuor leggero. L’acuirsi della rivalità sino-americana può quindi lacerare molti paesi europei.

La business community non ha interesse a recidere né limitare i rapporti intrattenuti con la Cina, meno che mai in un momento in cui anche l’accesso al mercato americano rischia di diventare più difficile, a causa della volontà di Washington di ridurre il proprio deficit commerciale nei confronti del resto del mondo.

Di contro, i settori più vicini alle forze armate tendono quasi ovunque in Occidente ad esprimere una visione più tradizionale ed atlantica del posizionamento internazionale del proprio paese.

Nel mezzo, stanno i partiti, nei quali ormai spesso coesistono correnti filo-cinesi in aperta competizione con quelle maggiormente legate agli Stati Uniti.

È una situazione del tutto nuova e molto differente rispetto a quella sperimentata durante la “vecchia” Guerra Fredda, nel corso della quale non era raro osservare spaccature che attraversavano interi sistemi politici nazionali, separando tuttavia formazioni che erano compatte al loro interno sulle scelte relative ai propri riferimenti internazionali.

In Italia, era a tutti noto da che parte si trovassero la Dc ed i suoi alleati, da un lato, ed il Partito Comunista, dall’altro. Oggi non è più così, tutto è più sfumato e meno netto, e la circostanza sta emergendo in modo spettacolare in questi giorni in cui la cronaca internazionale è dominata dai fatti di Hong Kong.

L’America di Trump e di Pompeo ha deciso di irrigidirsi nei confronti di Pechino, lamentando la violazione degli accordi con i quali a suo tempo si stabilì che il ritorno della colonia britannica alla sua madrepatria venisse accompagnato dalla previsione di una lunga fase di autonomia all’interno della Repubblica Popolare.

L’Europa si troverà presto presa nel mezzo. Il gesto con il quale Angela Merkel ha rifiutato l’invito a recarsi a Washington per il prossimo G7 di giugno può difficilmente essere equivocato, specialmente se si tiene conto del fatto che la Cancelliera andrà presto in vacanza ad Ischia. È un segnale d’insofferenza.

La probabile prossima imposizione di sanzioni contro Pechino danneggerà infatti non poco la Germania, che in Cina produce una gran quantità delle proprie apprezzate vetture.

Problemi affioreranno anche all’interno delle singole forze politiche presenti in Europa. L’urto sino-americano si sta riverberando ad esempio sul Partito Conservatore britannico, inducendo il premier Boris Johnson ad allontanarsi dalla linea a suo tempo impressa da David Cameron.

Anche in Italia si affilano le armi. Molti partiti sono divisi e ciascuna delle ali presenti al loro interno sta assumendo iniziative per orientarne la politica estera.

Il Movimento Cinque Stelle rimane nel complesso abbastanza favorevole alla Cina, ma sulla questione di Hong Kong qualcuno – come la presidente della Commissione Esteri della Camera, Marta Grande - si è smarcato dalla linea sostenuta dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dallo stesso premier Giuseppe Conte.

Sempre in Parlamento, la parte più filo-atlantica della Lega ha sollecitato il Governo a chiarire da che parte stia - se con Washington o Pechino - mentre quella più sensibile al business cinese spinge per accelerare l’adozione da parte italiana delle infrastrutture Made in China del 5G.

È “plurale” anche il Pd, la cui parte più liberal incalza l’esecutivo sulla vicenda di Hong Kong, ma che in altre componenti continua ad intrattenere buoni rapporti con Pechino.

In ogni partito, sono possibili o sono già in atto delle prove i forza, sulle quali potranno essere avvertiti anche condizionamenti più o meno palesi dall’esterno.

Un nuovo elemento divisivo si sta quindi aggiungendo alla già complessa situazione politico-economica europea ed italiana. Facile pronosticare il risultato finale di questo stato di cose: va purtroppo messo in preventivo l’ulteriore aggravamento della già forte instabilità presente nel Vecchio Continente.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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